Pelagic Fest day 2 @ Muziekgieterij, Maastricht, 29 agosto 2026
Il 04/09/2026, di Nicola Neso.
A metà del secondo pomeriggio di concerti, qui al Muziekgieterj di Maastricht, ho il piacere di parlare con Dávid Makó (mente, voce e chitarra di The Devil’s Trade) che mi dice che qualcuno gli disse più o meno così: anche se pensi di non valere abbastanza, ricorda che sei meglio di molti lì fuori. Come possa entrarci una conversazione tra un corrispondente e un membro di una band in una recensione di un festival metal è presto detto. Mi viene in mente, quando me lo dice, e glielo dico a mia volta, che qualcuno non so più chi disse a sua volta che senza sofferenza non esiste forma d’arte. Oppure, per rimanere più attuali, quel meme di qualche musicista che lessi qualche tempo fa che mandava a farsi fottere l’IA: se hai bisogno di ispirazione per la tua musica, impara a soffrire. Bene, questa è la cifra del genere musicale che puntualmente fa colpo su chi frequenta l’area post. Post-rock, post-hardcore, post-metal, post-sludge, post-tutto. Post-risacca di quei tre lustri distruttivi tra fine anni Ottanta e primi Duemila, scorie su un’intera generazione di musicisti che ha fatto della sofferenza (alienazione, solitudine, morte, perdita, rarefazione, autodistruzione, vulnerabilità, disillusione, disagio, conflitto, oscurità, inquietudine, senso di inadeguatezza verso il mondo e la posizione che in esso si vorrebbe occupare) la propria vena compositiva.
Le proposte di oggi qui al Pelagic Fest hanno in comune questo, e ciò che cambia è la forma che ciò prende man mano che si sviluppa la giornata.
Ad aprire sono gli Hanry, francesi al disco di debutto, che introducono il pubblico nel loro universo fatto di dilatazioni, riverberi e crescendo progressivi. Il loro post-rock punta soprattutto sulla costruzione dell’atmosfera, alternando momenti più raccolti a esplosioni sonore di grande intensità. Le chitarre si intrecciano creando un paesaggio quasi cinematografico, nel quale la musica sembra suggerire immagini più che raccontare una storia precisa.
Poco dopo salgono sul palco i The Devil’s Trade del già citato Makó. Le canzoni parlano di perdita, solitudine e inquietudine senza mai scadere nel melodrammatico, lasciando che sia soprattutto l’interpretazione e la voce profonda dell’ungherese a trasmettere il peso emotivo. Il suo mix di doom folk e contaminazioni post-metal sono un pugno allo stomaco, soprattutto quando si presenta sul palco con tutta la potenza della band al completo, come in questo caso. Struggente.
Con Lost in Kyiv, sempre sul palco grande, è di nuovo protagonista il lato più emotivo e cinematografico del post-rock. La band francese costruisce lentamente le proprie composizioni, lasciando che le melodie crescano fino a trasformarsi in grandi aperture sonore. L’assenza di un approccio prettamente aggressivo permette di concentrarsi sulle dinamiche e sulle atmosfere, con momenti capaci di risultare malinconici senza essere mai prevedibili. Un’esibizione elegante e coinvolgente, fortemente votata al rinnovato sound della band, più potente rispetto al passato (meraviglioso il disco uscito qualche mese fa per Pelagic).
Nel frattempo, ad alternarsi sul palco piccolo salgono Norna e Zatokrev, a spezzare la tensione emotiva con due esibizioni a dir poco furiose.
I Norna sono un muro sonoro impenetrabile, cupo, pesante e soffocante. Le loro sonorità sludge e doom procedono lente e minacciose, costruendo una tensione che sembra non voler mai concedere una vera via di fuga. La voce, aspra e tormentata, emerge dalla massa di chitarre come un grido proveniente da un luogo profondamente oscuro. Devastanti e asfissianti.
Gli svizzeri Zatokrev offrono anch’essi uno sludge-doom che non concede nessun compromesso. Il loro suono è sporco, massiccio e profondamente fisico, costruito su riff che sembrano trascinarsi a terra per poi esplodere improvvisamente. C’è una componente quasi primordiale nella loro musica, fatta di distorsioni, oscurità e una continua sensazione di minaccia. Un concerto ruvido e diretto, che restituisce tutta la dimensione più viscerale del metal underground.
Gli Slow Crush immergono il pubblico in una coltre di chitarre distorte e melodie eteree. Il loro shoegaze riesce a essere contemporaneamente morbido e rumoroso, con le melodiche che sembrano affiorare e scomparire continuamente dentro il muro di suono.
Seguono gli Oh Hiroshima, che raccolgono l’eredità del post-rock scandinavo e la trasformano in qualcosa di malinconico, solenne e profondamente atmosferico. Le loro composizioni procedono attraverso lunghi sviluppi, alternando delicatezza e improvvise aperture in cui le chitarre acquistano una dimensione quasi monumentale. La componente melodica è sempre centrale e impedisce alla band di perdersi nella (a volte) eccessiva autoreferenzialità tipica del genere. Dal vivo il risultato è un concerto emotivo e immersivo.
Con Otay:Onii (la performer Lane Shi, nuova voce di The Ocean) il festival entra invece in una dimensione completamente diversa, più imprevedibile e sperimentale. L’elettronica, le manipolazioni vocali e le texture più astratte costruiscono un’esperienza che sfugge alle classificazioni tradizionali. La voce diventa uno strumento vero e proprio, capace di passare dall’intimità alla deformazione e alla pura sperimentazione. A un occhio poco attento potrebbe sembrare quasi improvvisazione: tutto, invece, è studiato nei minimi dettagli.
Quando arriva il momento dei Kilimanjaro Darkjazz Ensemble, il festival sembra improvvisamente trasformarsi in un vecchio film noir proiettato nel cuore della notte. Jazz, elettronica, ambient e atmosfere doom convivono in una musica lenta, elegante e inquietante, dove ogni dettaglio sembra avere un peso specifico. Più che assistere a un semplice concerto, si ha la sensazione di entrare dentro una colonna sonora senza immagini. Un’esibizione ipnotica e crepuscolare, probabilmente tra le più suggestive dell’intera giornata.
A.A. Williams affronta il palco con una proposta che mette al centro la fragilità, trasformando il dolore e l’introspezione in materia musicale. La sua voce, intensa e drammatica, riesce a mantenere una forte componente intima anche quando gli arrangiamenti si fanno più ampi e potenti. Chitarre e distorsioni contribuiscono a creare un equilibrio costante tra delicatezza e devastazione.
La chiusura di questa due giorni spetta infine ai francesi Slift. Il loro psych-rock, space rock e stoner diventa dal vivo un flusso continuo di riff, fuzz, ritmi ossessivi e improvvise accelerazioni. L’immaginario cosmico della band si traduce in un’esperienza quasi psichedelica, nella quale il pubblico viene trascinato dentro una spirale sonora sempre più intensa. Dopo le atmosfere introspettive e oscure delle ore precedenti, gli Slift chiudono il festival spalancando letteralmente le porte verso lo spazio.
Alla fine di questa edizione del Pelagic fest rimangono sensazioni profondamente positive e toccanti, che confermano quanto di buono fatto fin qui e visto e raccontato anche per l’edizione dell’anno scorso. Vedremo quale sarà il futuro di una delle migliori manifestazioni d’Europa in quanto a proposte musicali, e non solo, ma non è possibile nutrire alcun dubbio sul fatto che non potrà che essere un riferimento per tutto l’ambiente, come sempre.
Galleria fotografica a cura di Nicola Neso.