Soulfly – I vent’anni di ‘Dark Ages’
Il 04/10/2025, di Alessandro Ebuli.
In: The Birthday Party.
Quando Max Cavalera decide di lavorare al nuovo album dei Soulfly, il quinto nella discografia del gruppo, non immagina quanto alcuni tristi avvenimenti influenzeranno le nuove composizioni. Già dal nome del disco si intuisce che qualcosa è cambiato: ‘Dark Ages’ è il primo album della band a contenere due parole; infatti i Soulfly si sono distinti e continueranno a farlo, almeno fino ad oggi, per avere usato una sola parola per intitolare un disco. ‘Dark Ages’ è oscuro e violento come mai prima nella storia del gruppo, con al suo interno un sound diretto, graffiante, un Thrash dal cuore pulsante e immediato che nulla ha a che vedere con i suoi predecessori. Due sono gli eventi scatenanti che hanno ispirato Cavalera ha sputare tanta rabbia nei solchi della nuova opera targata Soulfly. La prima è la morte di Dimebag Darrell, la seconda la morte del nipotino Moses, figlio della sorella Christina. ‘Dark Ages’ nasce così, dal dolore e dalla sofferenza. Si tratta di un album meno compreso dalla critica, probabilmente uno dei più ingiustamente bistrattati che non ha avuto il privilegio di essere rivalutato nel tempo come spesso accade a molti altri album. ‘Dark Ages’ segna un decisivo cambio di passo nella scrittura di Cavalera – i successivi ‘Conquer’, ‘Omen’ ed ‘Enslaved’ parlano infatti la lingua dell’età oscura; da questo album la musica dei Soulfly cambia radicalmente, pur restando fedele a un trademark riconoscibile al primo accordo. Il disco apre con ‘The Dark Ages’, una sorta di intro tribale nella quale si inseriscono chitarra e batteria per condurci alla devastante ‘Babylon’, che potremmo definirla una ‘Prophecy’ part 2, nella quale la violenza assassina del gruppo esplode implacabile. È un avvertimento: qui si fa sul serio, non ci saranno mezze misure. L’album non lascia un attimo di respiro, ‘I And I’ è un Thrash devastante così come ‘Carved Inside’, ‘Arise Again’, ‘Molotov’ – dal titolo evocativo e cantata in brasiliano e russo -, ‘Corrosion Creeps’ (i cui riffs ricordano moltissimo i Death di Chuck Schuldiner e proprio al musicista prematuramente scomparso è dedicato il brano), ‘Bleak’, ‘Fuel The Hate’; pochi spazi lasciati agli intermezzi semiacustici ai quali i Soulfly ci hanno abituati in alcune composizioni degli album precedenti e soprattutto melodia ridotta ai minimi termini, al contrario di brani come ‘Flyhigh’ da ‘Primitive’, per intenderci, che melodia ne aveva da vendere, e qui tutto è ridotto all’essenza più tribale e sofferta, in primis nelle liriche ancora più affilate rispetto al passato. Cavalera è arrabbiato, probabilmente deluso nei confronti della vita che ancora una volta lo ha messo di fronte a perdite importanti e in queste canzoni riversa ogni sofferenza, ogni delusione e tutta la rabbia repressa. In ‘Dark Ages’ sono presenti tre brani simbolo, che rappresentano con i loro testi il sunto di un’era oscura per il leader della band: ‘Riotstarter’, ‘Innerspirit’ e ‘Straystrong’.
‘Riotstarter’ con il suo incedere marziale si fonda su una ritmica che rimanda a una danza tribale, quasi fosse l’inizio di un sermone; poco thrash, tante Roots.
‘Innerspirit’ inizia lenta e fa presagire a un tribalismo che in effetti giunge inaspettato. Anzitutto la voce di Max è talmente cavernosa e lacerante che il brano appare come la colonna sonora di un rito sciamanico; la doppia cassa accompagna una melodia lo-fi ipnotica e magnetica. Si tratta di un brano che nelle proprie liriche diviene un manifesto dell’età oscura che Cavalera ci racconta: “Can You Feel? The Armageddon Is Near” è una dichiarazione di intenti senza possibilità di replica.
‘Straystrong’ conclude il disco nel miglior modo possibile, con un testo devastante, oscuro, doloroso, in cui Max urla alla speranza per una vita luminosa e libera dalla sofferenza. “Carry On, Staystrong” è un inno. In questo brano appare Ritchie, il figliastro di Max, che aveva già cantato in ‘Three Of Pain’ (dall’album ‘3’). La voce del ragazzo qui è adulta, più formata e decisa, e la prova è entusiasmante. Ritchie urla la rabbia, vomita il dolore, come se tutta l’oscurità di quel tempo fosse incanalata nella sua voce, come se Max avesse bisogno di un portavoce per esprimere definitivamente il proprio odio per gli innumerevoli drammi subiti. In questo senso Max Cavalera ci appare messo a nudo, paradossalmente nell’album più difficile della propria vita, l’album che egli stesso ritiene “il miglior album dei Soulfly”. Parole sue, estrapolate dall’autobiografia pubblicata nel 2015. ‘Staystrong’ termina con una coda atipica, il suono della pioggia che cade copiosa, che è una metafora per raccontare le lacrime versate da Max a causa di tutto il dolore subito. L’album si chiude con la track ‘Soulfly V’, uno lungo strumentale presente ad ogni album del gruppo, numerato in funzione del numero del disco, in questo caso il quinto. Oltre dieci minuti di musica nella quale non c’è spazio per incursioni tribali; ‘Soulfly V’ sembra più la colonna sonora di un film anni settanta, soundtrack di un film che non accenna a terminare, ma che nel tempo muta e si sviluppa, come del resto accade al corso della vita di ognuno di noi.
“Nonostante la tristezza il disco mi ha fatto sentire benissimo. Sentivo che era la musica che volevo suonare” sono le parole di Max Cavalera nella sua autobiografia. Sostanzialmente con ‘Dark Ages’ si assiste a un ritorno alle origini dei primi Sepultura; tutte le incursioni nel mondo tribale a cui la band ci aveva abituati sono praticamente sparite a favore di un Thrash/Death che rimanda direttamente al periodo di ‘Arise’ dei Sepultura, tranne che nella citata ‘Innerspirit’ in cui certo tribalismo insito nei Soulfy ritorna preponderante. ‘Dark Ages’ è una gemma nascosta nella discografia del gruppo, un tassello significativo per quanto verrà in futuro. E pensare che i Soulfly, nella mente di Max Cavalera, non avrebbero dovuto essere una band, ma un progetto estemporaneo. Eppure, da quell’idea primigenia del mero progetto è nato un gruppo che ha creato un trademark e che dopo la pubblicazione di ‘Dark Ages’ non sarà più lo stesso. Se fino a qui non hanno sbagliato un colpo, dopo ‘Dark Ages’ tutto è cambiato. Per questo motivo si tratta di un album straordinario nel senso etimologico del termine: fuori dall’ordinario. E irripetibile, aggiungo io.
Hammer fact:
– ‘Dark Ages’ è stato registrato in cinque paesi diversi: Serbia, Turchia, Russia, Francia e Stati Uniti. In Turchia Max Cavalera ha registrato alcune parti del disco all’interno di una Moschea in ristrutturazione. L’eco delle pareti ha ricreato il suono cupo e ovattato delle campane, come se il metallo colpisse il metallo. Nella Moschea è stato registrato l’Outro di ‘Bleak’.
– Monte Conner, manager dei Soulfly, dopo avere ascoltato ‘Dark Ages’ ha contattato Max Cavalera e ha definito l’album talmente pesante da non sfigurare accanto a monoliti quali ‘Arise’ dei Sepultura e ‘Point Blank’ dei Nailbomb.
– La voce di Billy Milano degli Stormtroopers Of Death, Guest sul brano ‘Molotov’, è stata registrata al telefono a causa dell’impossibilità del cantante a recarsi in studio di registrazione.
– Esistono due edizioni speciali dell’album. La prima contiene le bonus ‘Prophecy’ e ‘Seek’N Strike’ live. La seconda contiene l’inedito ‘Salmo 91’ e le versioni live di ‘Back to The Primitive’, ‘No Hope=No Fear’ e ‘Spit’, registrate nel 2001.
Band:
Max Cavalera: Vocals, Guitar
Marc Rizzo: Guitar
Bobby Burns: Bass
Joe Nunez: Drums