Kreator, Pleasure to Kill: anatomia di un classico d’innovazione
Il 01/11/2026, di Marghe.
In: Bring Out The Thrash, The Birthday Party.
Ci sono dischi che invecchiano, dischi che resistono al tempo e dischi che sembrano non aver mai smesso di stupire. Pleasure To Kill dei Kreator appartiene decisamente a quest’ultima categoria. Quarant’anni dopo la sua pubblicazione, il secondo album della band tedesca conserva intatta la propria natura brutale: un assalto sonoro senza compromessi, in cui velocità, distorsione e furia sono un vero e proprio linguaggio espressivo che non conferma solo il genere, ma lo spinge alla scoperta di territori inesplorati. Riduttivo definirlo un semplice classico del thrash metal quindi, meglio piuttosto concepirlo come una vera e propria dichiarazione di guerra che continua a non pretendere alcuna sirena di preavviso.
Essen, Germania Ovest, 1986.
Stiamo vivendo un anno importante, nella grande storia del metal, che vede l’uscita di ‘Master Of Puppets’ e ‘Reign In Blood’ di band d’oltreoceano che non hanno bisogno di biglietti da visita. Un anno storicamente critico allo stesso tempo, dominato dalla paura del nucleare e dal silenzio assordante di una guerra fredda che sembra non dare segni di fine. Nello specifico, oggi ci troviamo nella periferia siderurgica di una cittadina della Repubblica Federale Tedesca, il cui paesaggio industriale costituisce uno sfondo significativo alla genesi del thrash nelle sue forme più ruvide: fabbriche, ciminiere, contesti operai e una realtà urbana molto diversa dall’immagine patinata della Germania del benessere e delle cartoline che volevano con insistenza testimoniare una presa di distanza da colpe recenti. I Kreator nascono proprio qui, inizialmente con il nome di Tormentor. Mille Petrozza e i suoi compagni sono giovanissimi: degli adolescenti dal capello ribelle e senza barba che provano a farsi strada nel confuso panorama internazionale, improvvisando e creando senza tante guide e punti di riferimento.
Reduci dal successo del precedente ‘Endless Pain’, il nostro trio sembra essere inarrestabile nella propria giovane età: lo stesso Mille Petrozza, in un’intervista a Metal Hammer, descrive l’atmosfera delle registrazioni come un qualcosa di profondamente legato all’energia e all’incoscienza della giovinezza. Ricorda inoltre quanto fosse importante realizzare un album ancora più estremo del precedente.
Quasi una competizione, la loro, verso altri rappresentanti del cosiddetto Teutonic thrash metal quali Sodom, Destruction e Tankard: se il punk aveva già aperto una frattura importante, musicalmente parlando, grazie ad un’estetica provocatoria ed al rifiuto delle convenzioni, parallelamente l’heavy metal si stava frammentando in sottogeneri sempre più estremi.
Necessario quindi mantenere un certo carisma e identità che avevano caratterizzato un buon esordio: quale migliore occasione quindi, se non grazie a questo secondo lavoro, per dimostrare come la band, nel marasma di un mondo di musicisti adulti e rodati, stia facendo sul serio. Attenzione però, non siamo davanti alla ricerca della perfezione formale, né tantomeno di un’accessibilità sociale e culturale. Siamo davanti alla costruzione di un preciso profilo mediante riff vorticosi, accelerazioni improvvise, ritmiche serrate e una vocalità feroce. Tutto sembra muoversi sul filo del collasso, eppure dietro questa apparente anarchia si nasconde una precisa consapevolezza compositiva. Fin dalle prime battute, l’album trasmette una sensazione di instabilità: non esiste un vero momento nel quale l’ascoltatore possa sentirsi al sicuro. Anche quando il ritmo sembra rallentare, la tensione rimane costante, pronta a esplodere nuovamente. La velocità per i Kreator non si riduce ad essere un semplice strumento per aumentare l’impatto sonoro, ma diventa una condizione permanente. Le chitarre lavorano attraverso riff spezzati, cambi di direzione, ripetizioni ossessive e improvvise accelerazioni. Non si è alla ricerca di una melodia memorabile o di un ritornello immediato: si vuole riprodurre una sensazione fisica, quasi claustrofobica. Un’esperienza sensoriale che rimane impressa nella mente. E allora via, dopo un intro apparentemente “tranquillo” nelle sue melodie, ci si scatena con le successive Ripping Corpse e Death Is Your Saviour, fino alla title track: è istintivo pensare come questo album non solo si ponga all’interno della propria epoca storica come masterpiece in termini di thrash metal, ma offra anche ottime basi di partenza per lo sviluppo della corrente black. Quante sono le band norvegesi che a primo ascolto ci vengono in mente? Darkthrone, Mayhem, Aura Noir… tutti gruppi che non perdono tempo a citare ‘Pleasure To Kill’ come uno degli album di svolta in tutti i generi. Continuando nell’analisi track per track, Ventor impugna il microfono in Death Is Your Saviour, Riot Of Violence, e Command Of The Blade, quasi come a ribadire quella rabbia tipica di un adolescente dal futuro incerto. La voce complessivamente non cerca d’esser bella o accurata, sia con Ventor che con Mille: si nota perfettamente quanto il loro stile sia ancora molto distante dalle soluzioni più “mature” che caratterizzeranno alcune successive evoluzioni. Del resto siamo nel 1986, lontanissimi dagli elaborati ‘Enemy Of God’, ‘Hordes Of Chaos’ o ‘Violent Revolution’. Anche se, ragionandoci su, siamo agli albori di un qualcosa che in sé è già perfetto di suo. Che altro aggiungere? Nulla, se non un augurio di buon ri-ascolto.
Line-Up
Mille Petrozza – chitarra, voce
Roberto “Rob” Fioretti – basso
Jürgen “Ventor” Reil – batteria, voce
Tracklist
1.Choir Of The Damned (Intro)
2.Ripping Corpse
3.Death Is Your Saviour
4.Pleasure To Kill
5.Riot Of Violence
6.The Pestilence
7.Carrion
8.Command Of The Blade
9.Under The Guillotine
Bonus tracks:
1.Flag Of Hate
2.Take Their Lives
3.Awakening Of The Gods