Iron Maiden – i vent’anni di ‘A Matter Of Life And Death’
Il 25/08/2026, di Alessandro Ebuli.
In: The Birthday Party.
Gli Iron Maiden inaugurano il nuovo millennio con una notizia strabiliante per tutti i fan: si tratta del ritorno di Bruce Dickinson al microfono e di Adrian Smith alla chitarra, con la nuova formazione a sei elementi, e la conseguente pubblicazione di ‘Brave New World’, un lavoro fresco e dannatamente metal che segna il grande passo della band verso nuovi lidi sonori. Questo atteso ritorno viene sigillato su un importante album dal vivo, ‘Rock In Rio’, e ferma un’istantanea epocale per la band. Tre anni dopo arriva ‘Dance Of Death’ (del quale trovate QUI l’articolo per il ventennale scritto dal collega Gianfranco Monese) e di fatto il nuovo corso dei Maiden è segnato. La svolta degli anni duemila evidenzia una propensione per una forma canzone dilatata, con ampi margini verso composizioni dal sapore “progressive” – mi si consenta questo termine – con brani lunghi e parti introduttive maggiormente articolate e introspettive, non troppo gradite da molti degli storici seguaci del gruppo che si aspettavano i nuovi ‘The Number Of The Beast’ o ‘Powerslave’. Cosa impossibile per una band che la storia l’ha già fatta decenni fa e che già da ‘No Prayer For The Dying’ ha mostrato problematiche di non poco conto nella gestione degli “affari interni” e anche dal punto di vista compositivo. Poi l’abbandono di Dickinson e Smith aveva fatto crollare un castello meraviglioso e insomma, il resto è storia.
Giunti al terzo capitolo della loro “terza vita” – se così vogliamo chiamarla – ‘A Matter Of Life And Death’, il quattordicesimo album studio dei Maiden, appare immediatamente diverso dai suoi predecessori, a partire dalla veste grafica. La copertina, opera del fumettista Tim Bradstreet, ci fa tornare agli anni ottanta, a quell’iconografia da battaglia che tanto usava a quel tempo – ricordiamo sicuramente ‘The Trooper’ ma anche il video di ‘Aces High’ e tutti i poster promozionali dell’epoca; sul fronte musicale, che più ci interessa, notiamo che i brani sono ancora molto lunghi, salvo un paio di episodi, e quella forma per così dire progressive non manca e non mancherà negli anni successivi, con le immancabili critiche per uno stile che ad oggi A.D. 2026, alla luce dei dischi successivi, risulta piuttosto ripetitivo. Sono dieci i brani in setlist per una durata di oltre settanta minuti con liriche che affrontano temi legati alla guerra e alla religione; si parte con ‘Different World’ (che sembra uscita da ‘Brave New World’), la più breve del lotto, che fa pensare a un disco diretto e senza fronzoli, e invece di fronzoli nei successivi brani ve ne saranno fin troppi.

A mio avviso ‘A Matter Of Life And Death’ è un disco meno fresco del suo predecessore e infatti iniziano ad avvertirsi alcuni scricchiolii dovuti ad un eccessivo utilizzo di soluzioni troppo simili tra loro. Certo ai Maiden non manca il mestiere e brani come ‘These Colours Don’t Run’, ‘The Pigrim’, ‘Brighter Than A Thousand Suns’, ‘For The Greater Good Of God’ sono chiari esempi di qualità compositiva. ‘The Pigrim’, sulla falsa riga di ‘The Nomad’ (sempre da ‘Brave New World’), contiene parti di chitarra arabeggianti mentre ‘Brighter Than A Thousand Suns’ ha una stupefacente parte atmosferica al suo interno e un refrain memorabile; ‘For The Greater Good Of God’ è un’epica cavalcata metal degna dei grandi classici del gruppo, seppur forse un po’ troppo lunga (quasi dieci minuti). C’è spazio anche per una ballad di classe come ‘Out of the Shadows’, ispirata a ‘Wasting Love’ (da ‘Fear Of The Dark’), e per un altro brano che lascia il segno grazie ad una ritmica incalzante Hard Rock oriented: ‘The Reincarnation Of Benjamin Breeg’ ci riporta indietro nel tempo a quei fantastici anni ottanta che hanno consacrato gli Iron Maiden alfieri della NWOBHM.

Ciò che inizia seriamente a disturbare sono le parti atmosferiche Prog oriented all’inizio dei brani; se in ‘Brave New World’ e ‘Dance Of Death’ potevano essere considerate una novità anche apprezzabile, qui iniziano ad essere una consuetudine piuttosto scontata che alla lunga tende a risultare prevedibile oltre ad allungare il brodo senza motivo. Prendiamo ‘Lord Of Light’, un brano che chissà per quale motivo ho sempre pensato adatto alla voce di Blaze Bayley e perfetto per la setlist del controverso ‘The X Factor’; brano epico che contiene tutti i pregi e i difetti degli Iron Maiden del nuovo millennio, ma con un carica espressiva che in qualche modo riporta ai vecchi fasti. Probabilmente uno dei tre/quattro brani migliori del disco, che in sostanza però delude sul fronte dell’ispirazione compositiva. Poi come sempre De Gustibus, del resto oramai sappiamo che con i Maiden è prendere o lasciare, al di là di qualunque critica si possa muovere nei loro confronti non possiamo aspettarci altro che album di questa misura. Nel tempo abbiamo capito che gli Iron Maiden sono una band da live più che da album studio, e l’ultimo banalissimo capitolo ‘Senjutsu’ parla purtroppo da sé. C’è ancora un brano che spicca in ‘A Matter Of Life And Death’ e sto parlando della conclusiva ed elaborata ‘The Legacy’, un’altra cavalcata di quasi dieci minuti in cui notiamo la presenza di tappeti di tastiere suggestivi e un gioco a rincorrersi tra le chitarre della triade Smith/Murray/Gers con un Dickinson sugli scudi e in alcune parti sembra che la sua voce sia stata registrata su una doppia linea vocale.
Al netto degli album che hanno inaugurato il nuovo corso della band e dei successivi (‘The Final Frontier’, ‘The Book Of Souls’, ‘Senjutsu’), ‘A Matter Of Life And Death’ non pare invecchiato così bene; la formula compositiva piuttosto ripetitiva utilizzata dalla band manca di quel piglio da anthem a cui i Maiden ci hanno abituati e se chi scrive per primo ammette che gli anni d’oro sono svaniti decenni fa, è pur vero che gli Iron Maiden sono per tutti noi quelli degli anni ottanta, inutile negarlo, e persino l’effetto novità dato da ‘Brave New World’ e ‘Dance Of Death’ è svanito.
Ecco, a distanza di vent’anni questo album non ha lasciato il segno che ci si aspettava; soprattutto non sono presenti brani memorabili che possano a posteriori essere considerati degli evergreen e questo, al di là di qualunque analisi si possa fare, è il difetto più evidente.

In una recensione scritta all’alba della pubblicazione di ‘A Matter Of Life And Death’, il nostro Direttore Alex Ventriglia scriveva: Pur avendo pronosticato il contrario sono costretto a rimangiarmi tutto e torno a sottolineare che ‘A Matter Of Life And Death’ non è un album all’altezza della meritatissima fama degli Iron Maiden. Ci aveva visto lungo, non c’è dubbio.