Ænima, trent’anni dentro i Tool

Il 17/09/2026, di .

In: .

Ænima, trent’anni dentro i Tool

Maynard James Keenan, negli anni, si è dimostrato una mente creativa e costantemente in attività. Coltiva vigne in Arizona, produce vino con Caduceus Cellars e Merkin Vineyards e negli anni ha affiancato alla viticoltura diverse attività nella ristorazione. Continua, inoltre, a praticare arti marziali, passione che lo accompagna da decenni e che lo ha portato fino alla cintura nera di Brazilian Jiu-Jitsu. Nel privato c’è poi un piccolo universo di animali domestici, comprese le calopsite.

Anche gli altri tre hanno costruito percorsi che vanno oltre la band. Adam Jones non ha mai separato davvero musica e arti visive. Prima dei Tool lavorava negli effetti speciali cinematografici e negli anni ha continuato con disegno, scultura, videoclip, artwork e fumetti. Justin Chancellor, il più riservato dei quattro, ha portato avanti anche il progetto MTVoid e diverse collaborazioni, continuando a sviluppare una concezione del basso che nei Tool assume spesso una funzione quasi solista. Danny Carey ha moltiplicato negli anni le esperienze fuori dalla band, dal jazz al progetto BEAT dedicato alla musica dei King Crimson. Nell’agosto 2026 ha però rinunciato proprio al prossimo tour nordamericano dei BEAT per dedicare tempo alla scrittura e agli arrangiamenti della nuova musica dei Tool.

Le loro traiettorie continuano dunque a incrociarsi. E mentre i quattro stanno lavorando a ciò che verrà dopo, oggi Ænima compie trent’anni. Nella maggior parte dei casi, tre decenni sono sufficienti per trasformare un album in una fotografia perfettamente riconoscibile della propria epoca. A Ænima è accaduto qualcosa di diverso. Il 1996 è infatti ancora lì, impresso nella produzione, in certe asperità e soprattutto nella voce di Keenan, eppure il disco continua a conservare qualcosa di irrisolto, come se non avesse ancora esaurito tutte le proprie interpretazioni.

All’epoca, del resto, le opinioni furono tutt’altro che concordi e le distanze erano evidenti su entrambe le sponde dell’Atlantico. Entertainment Weekly lo considerò uno dei dischi alt-metal più strani e potenti del 1996, mentre David Fricke su Rolling Stone riconobbe nei Tool il tentativo di spingere l’alternative metal verso una dimensione di maggiore ambizione metafisica. Sul Washington Post, al contrario, Mark Jenkins sostenne che la copertina offrisse un’illusione di profondità che la musica non possedeva. Chuck Eddy su Spin gli assegnò 5 su 10 e fu particolarmente severo con la voce di Keenan; Robert Christgau, poi, lo liquidò con un lapidario “dud” (in pratica l’equivalente di ‘ciofeca’). In Europa il quadro non era meno contraddittorio. Q Magazine gli assegnò appena due stelle su cinque, mentre Paul Travers su Kerrang! ne riconobbe l’audacia pur mostrando delle riserve davanti alla componente più sperimentale. Eppure sia Kerrang! sia Terrorizer finirono per includere Ænima tra i migliori album dell’anno. Sette anni più tardi Kerrang! sarebbe andato ancora oltre, collocandolo al sesto posto tra gli album più influenti di sempre.

Questi pensieri contrastanti raccontano Ænima forse meglio della canonizzazione arrivata dopo. Nel 1996 nessuno poteva ascoltarlo sapendo che sarebbero arrivati Lateralus, 10,000 Days e Fear Inoculum. Esisteva soltanto un album che prendeva la materia ancora ruvida di Undertow e cominciava a darle forma. Justin Chancellor aveva appena sostituito Paul D’Amour e il basso acquistava progressivamente quella libertà melodica e ritmica destinata a diventare fondamentale. Adam Jones costruiva riff più interessati alla tensione e alla ripetizione che all’esibizione tecnica; Danny Carey rendeva il ritmo una materia elastica. I Tool stavano imparando a parlare quella che sarebbe diventata una lingua propria, unica.

E Ænima porta su disco soprattutto un mondo totalmente interiore. Non un’introspezione rassicurante, piuttosto uno spazio attraversato da ombre, pulsioni, disgusto, paura, memoria, rabbia e trasformazione. Corpo e psiche si sovrappongono continuamente, come suggerisce già il titolo. Anima ed enema, la dimensione psichica e quella fisiologica, l’elevazione e l’espulsione. Persino quando i Tool si avvicinano al misticismo trovano sempre il modo di trascinarlo nuovamente verso la carne.

‘Forty Six & 2’ è forse il punto in cui questa discesa nell’interiorità diventa più evidente. “My shadow’s shedding skin”, canta Keenan. L’ombra richiama immediatamente la “Shadow” di Carl Gustav Jung, la parte nascosta e rimossa dell’individuo che deve essere riconosciuta e attraversata perché possa avvenire una trasformazione. Non c’è fuga dall’oscurità, bisogna entrarci. E la mutazione evocata dal brano diventa una delle chiavi dell’intero album, un disco in cui cambiare significa prima di tutto scavare.

tool eye aenimaAll’estremità opposta c’è ‘Third Eye’. Il terzo occhio della tradizione mistica ed esoterica rimanda a una percezione capace di superare quella ordinaria e il brano si apre significativamente attraverso la voce di Bill Hicks. Il comico, morto nel 1994 e ricordato nel booklet come “Another Dead Hero”, attraversa l’immaginario del disco come una presenza invisibile. Anche la California sommersa di ‘Ænema’ dialoga con la sua Arizona Bay. La trasformazione individuale diventa così una sarcastica fantasia di purificazione collettiva.

Il misticismo di Ænima passa anche attraverso gli occhi. L’artwork di Cam de Leon costruisce un universo visivo popolato da anatomie deformate, corpi contorti e immagini oculari. Nell’edizione americana originale, Smoke Box mutava attraverso il jewel case lenticolare. La stessa lente poteva essere sovrapposta alle immagini interne, facendo ruotare anche la pupilla di Ocular Orifice. Non è necessario identificare automaticamente questi occhi con quello di ‘Third Eye’. È sufficiente osservare la corrispondenza. Per vedere l’immagine cambiare, l’ascoltatore doveva cambiare fisicamente il proprio punto di vista.

In questo paesaggio si muove una voce di Maynard ancora diversa da quella che conosceremo negli album successivi. Conserva una meravigliosa acerbità, eterea e androgina, capace di assottigliarsi fino quasi a perdere consistenza e poi precipitare improvvisamente nella materia. In ‘H.’ e ‘Pushit’ può diventare vulnerabile, mentre altrove si tende fino all’esplosione. È una voce meno controllata e più istintiva rispetto alla maturità successiva, ma è proprio questa imperfezione che le concede una qualità difficilmente replicabile.

La stessa instabilità attraversa la successione dei brani. ‘Stinkfist’ sembra offrire all’inizio un ingresso relativamente accessibile, ma dietro il riff parla già di assuefazione e della necessità di aumentare continuamente lo stimolo per riuscire ancora a sentire qualcosa. ‘Eulogy’ procede per accumulo, ‘H.’ si ritira verso una dimensione più intima, ‘Forty Six & 2’ scava nell’ombra, ‘Hooker with a Penis’ rompe qualsiasi solennità con sarcasmo e aggressività. Poi ‘Jimmy’, ‘Pushit’, ‘Ænema’ e infine ‘Third Eye’. Tra un passaggio e l’altro gli intermezzi ricordano quanto i Tool di allora fossero disposti a sabotare persino la serietà che stavano costruendo.

Forse è proprio questa tensione irrisolta ad avere preservato Ænima. Lateralus sarà più geometrico e compiuto. I Tool successivi acquisiranno una gravità differente. Qui restano invece quattro musicisti nel momento esatto in cui stanno scoprendo fin dove possono spingersi, mentre raccontano individui che cercano di capire fin dove possano spingersi dentro se stessi. Oggi Keenan può camminare tra le vigne dell’Arizona, Jones continuare a trasformare suono e immagini, Chancellor inseguire nuove possibilità del basso e Carey lasciare un tour per tornare a scrivere con gli altri tre. Ænima, intanto, è ancora lì. Trent’anni dopo, basta inclinare leggermente lo sguardo per vederlo ancora muoversi.

Hammer Fact:
– ‘Die Eier von Satan’, nonostante l’atmosfera sinistra e la declamazione in tedesco, contiene sostanzialmente la ricetta di alcuni biscotti. Tra gli ingredienti compare però hashish turco e, nonostante il titolo significhi “Le uova di Satana”, la ricetta specifica che non devono essere utilizzate uova.
– La voce italiana di ‘Message to Harry Manback’ proviene da un autentico messaggio lasciato in segreteria telefonica da un uomo dopo essere stato cacciato dall’abitazione di un amico di Maynard James Keenan. Un secondo messaggio sarebbe stato utilizzato anni dopo per ‘Message to Harry Manback II’, pubblicata su Salival.
– ‘Useful Idiot’ riproduce il rumore della puntina arrivata alla fine di un disco. Nell’edizione in vinile lo scherzo diventava parte integrante dell’ascolto, giocando direttamente con il supporto fisico.

Line-Up:

Maynard James Keenan – voce
Adam Jones – chitarra
Justin Chancellor – basso
Danny Carey – batteria

Tracklist:

Stinkfist
Eulogy
H.
Useful Idiot
Forty Six & 2
Message to Harry Manback
Hooker with a Penis
Intermission
Jimmy
Die Eier von Satan
Pushit
Cesaro Summability
Ænema
(-) Ions
Third Eye

Ascolta il disco su Spotify

Leggi di più su: Tool.