AC/DC + Wildhearts @Palasport – Casalecchio di Reno (BO), 15 maggio 1996

Il 19/06/2020, di .

AC/DC + Wildhearts @Palasport – Casalecchio di Reno (BO), 15 maggio 1996

L’inferno non è poi così brutto…
Riviviamo la rovente atmosfera respirata il 15 maggio 1996 al Palasport di Casalecchio di Reno nel corso di uno storico show degli AC/DC, freschi autori di ‘Ballbreaker’, album che quell’anno confermò molti dei pronostici. Metal Hammer lo raccontò così…

Regolarissimi gli AC/DC nei loro impegni, un disco ogni 4/5 anni, un incontro-stampa per le testate europee (e poi non li intervisti più neanche se preghi in sanscrito!) e il puntuale tour mondiale che li tiene occupati per un paio d’anni e più. In Italia la combriccola del duo Young-Johnson non suonava da un bel pezzo, dal Monsters Of Rock del ’91, precisamente in quel di Modena fecero l’ultima apparizione live sulla Penisola. Un gruppo leggendario nell’economia del rock’n’roll mondiale, gli AC/DC, britannici d’origine ma trapiantati in Australia, che non han cambiato di una sola virgola il boogie-metal che li accompagna da un ventennio a questa parte e che fa la felicità dei fans sparsi in giro per il globo. Sopravvissuto alla tragedia della morte dell’indimenticabile singer Bon Scott (un titolo più profetico che mai, quello dell’ultimo album da lui cantato, ‘Highway To Hell’…), il gruppo capitanato dai fratelli Young si rimise in carreggiata tirandosi dietro l’uomo con la “coppola”, l’ex Geordie Brian Johnson (che vanta una mamma di Frascati. Sai che “pellegrinaggi” in giro per i Castelli Romani…), con cui, paradossalmente, fece il boom su scala mondiale con ‘Back In Black’, uno degli album più venduti nella storia dell’hard rock. Da lì a oggi i “canguri” hanno inanellato una serie di dischi in verità altalenanti, a un album memorabile ne facevano seguire uno mediocre e così via, fino all’ultimo ‘Ballbreaker’, a mio giudizio una giusta via di mezzo tra i due standard qualitativi. Se in studio il quintetto becca qualche cantonata, dal vivo invece non conosce rivali, non incappa in giornate “storte”, ma fila come un treno che non si concede soste, un “pendolino” che ha fretta di arrivare. Cosìccome ho fretta di arrivare io, bloccato nel traffico sulla tangenziale bolognese, da dove si dovrebbe essere facilitati per giungere a Casalecchio di Reno. Stasera, al Palasport della cittadina alle porte di Bologna, suonano gli AC/DC, nella loro seconda tappa della tournée italiana, dopo l’opening-date a Bolzano che ha richiamato un buon afflusso di gente. Confermato già cinque mesi prima, il ritorno in Italia dell’aussie-band per eccellenza è stato un successone ai botteghini: al Forum di Assago il sold-out è stato garantito già in marzo; Bolzano, come detto prima, ha risposto con entusiasmo, ottima la presenza di pubblico anche su Casalecchio. Roma invece, lentamente come suo solito, ha riempito discretamente il suo PalaEur. Ho più fretta del solito, perché mi hanno anticipato che, in questo tour, la scenografia degli AC/DC tocca vertici spettacolari proprio in apertura di concerto. Me ne infischio di quattro semafori e mi becco gli accidenti di chi aveva la precedenza. Maledetta tangenziale!
Si respira l’atmosfera dei grandi concerti a Casalecchio, il passaggio delle tournée che “contano”, che negli ultimi anni si va facendo costante, nel tempio della Buckler Basket. In due anni qui sono arrivati, almeno per quanto riguarda un certo tipo di rock, Bryan Adams e i Megadeth (eccellente il primo, un fiasco i secondi). Ora tocca agli autori di ‘Ballbreaker’. Entro e mi colpisce la massa di fans accorsa allo show degli australiani, 7-8000 persone si sono date appuntamento al Palasport di Casalecchio.

È il turno dei supporters, gli inglesi Wildhearts che hanno appena fatto uscire l’album ‘Fishing For Luckies’. Un disco che ha avuto una gestazione burrascosa, soprattutto per i pessimi rapporti tra la band e la propria major d’appartenenza, la East/West. In pratica, ‘Fishing…’ non è un album fresco fresco, perché realizzato nel 1994 e venduto finora esclusivamente tramite il fan club, e che i Wildhearts hanno usato per chiudere definitivamente il contratto con l’etichetta. L’impressione è che non ci saranno ripensamenti, tra le due parti in attrito. Il losco chitarrista e cantante Ginger e i suoi pards si concedono all’audience con discreto impatto e buon mestiere, nonostante i quattro non si trovino poi particolarmente a proprio agio, visto il contesto in cui suonano. Per una formazione che ha bazzicato quasi esclusivamente in club della capienza di poche centinaia di persone, svolgere il proprio dovere di fronte alla folla oceanica che solitamente accorre agli spettacoli live degli AC/DC, non è una bazzecola da sottovalutare. Anche l’enormità del palco mette in qualche difficoltà i Wildhearts, che non riescono a prendere adeguatamente le contromosse da adottare. La coesione tra i quattro ne viene infatti parzialmente danneggiata. Il gruppo d’oltremanica però gioca tutte le sue carte, spingendo a manetta per mezzo del materiale di ‘Fishing For Luckies’ e buona parte del repertorio di ‘P.H.U.Q.’, che gli spettatori paiono gradire molto. Peccato solo che il four-piece, dal ruvido street-rock degli esordi, si stia dirigendo in modo esplicito verso territori brit-pop, come la moda inglese impone. La regola è ormai questa, in Terra d’Albione: o suoni come gli Oasis, o sei “out”! E, anche dal vivo, la tendenza dei Wildhearts viene confermata, seppur mimetizzata in mezzo a un muro di Marshall. Ma veniamo agli eroi della serata…

Le luci si spengono di colpo e il boato dei fans esplode assordante. Lo stage-set si presenta monumentale (è il caso di dirlo!), un castello-roccaforte di dimensioni reali fungerà da campo di battaglia per il five-piece australiano, sorvegliato dalla famosa campana e da una gigantesca palla d’acciaio (la stessa raffigurata sulla front-cover di ‘Ballbreaker’), che diventerà ben presto l’elemento trainante dello spettacolo. Sullo sfondo, un enorme schermo gigante, dove, per tutto il concerto, verranno trasmessi i videoclips vecchi e nuovi del gruppo, oltre alle riprese e alle “zoomate” dello show stesso. Parte il cortometraggio d’apertura e subito incontriamo due vecchie conoscenze: Beavis e Butt-Head. Davanti al camerino degli AC/DC, lo squinternato duo cerca di entrare, ma viene sempre bloccato dal via-vai di ragazze, tanto che i due decidono di bussare insistentemente alla porta. Gli appare un ghignante Angus, ma di farli entrare, non se ne parla, anzi gli sguinzaglia dietro una “simpatica” ragazza in tenuta sadomaso la quale armeggia pericolosamente un Black & Decker, attuale mascotte della formazione. Sulla risata di Angus si chiude il cortometraggio a cartoni animati, e intanto la palla comincia a ondeggiare… Accompagnato dalle urla d’entusiasmo dei presenti, il moto oscillatorio della minacciosa sfera prende sempre più velocità e termina la sua corsa contro le mura della fortezza, che cede all’istante! Dalle fondamenta fuoriescono i cinque, e si scatena il delirio collettivo! È subito assalto all’arma bianca, con ‘Back In Black’. Poi ‘Shot Down In Flames’ (e il sottoscritto emozionato come al primo concerto), davvero superlativa, sia per la carica della band, che per l’entusiasmo della gente, mai viste tante braccia così agitate e in sincronia col ritmo! Brian Johnson, con la sua inseparabile coppola, sprona come un matto le prime fila e ringhia, nel cantare i pezzi. E vai con ‘Thunderstruck’ (uno dei brani che ha riportato in auge la popolarità degli AC/DC in Italia), segnata dal grande stato di forma del duo ritmico, al basso Cliff Williams e dietro le pelli, il ritorno del figliol prodigo, Phil Rudd. E Angus, l’atteso minore degli Young Brothers? È lì che batte sempre il ritmo a suo modo, passeggiando a mo’ di “papera” e avventurandosi in fulminei, e fulminanti, riffs cesellati con la sua Gibson SG. Sembra meno esagitato del solito (le sue quasi 45 primavere si cominciano a far sentire?), ma comunque diabolico e in grado di fare la differenza. Rapida successione con ‘Girls Got Rhythm’, ‘Cover You In Oil’, l’immortale ‘Shoot To Thrill’, ‘Boogie Man’ e ‘Hard As A Rock’, che introduce a uno dei momenti-clou del concerto: è il turno di ‘Hells Bells’, capisaldo degli AC/DC che scatena ancor di più l’euforia generale. Il lugubre incedere della campana a morto scandisce anche la fine della prima ora di spettacolo. Angus non è affatto guarito dalle sue crisi epilettiche e adesso fa il “diavolo” a quattro, duetta con suo fratello Malcolm, si spoglia e fa vedere le mutande con la bandiera italiana, anziché il deretano scoperto; frega il cappello a Brian, che se la ride e continua a cantare le sue storie di vita vissuta, di donne facili e alcool da quattro soldi. Una ‘The Jack’ drasticamente accorciata, ‘Ballbreaker’, ‘Rock’n’Roll Ain’t Noise Pollution’, ad opera di un manipolo di forsennati che hanno fatto la Storia del Rock, quello niente arzigogoli e tutta sostanza. La coppia Williams-Young non è proprio cambiata nel corso degli anni: quattro-passi-quattro, dentro con i cori e via, nuovamente ai nastri di partenza. Il trittico conclusivo è composto da ‘You Shook Me All Night Long’ (e come non essere d’accordo con quel pugile che, anni fa, l’ascoltava per darsi la carica prima di salire sul ring…), ‘Whole Lotta Rosie’, e ‘TNT’, ossia il meglio sul rush finale. Tutti a casa? Neppure per idea! I bis contemplano l’inno storico degli AC/DC, ‘Let There Be Rock’ (con Angus che si fa tutto il Palasport, suona un assolo in mezzo al pubblico e torna sul palco trasportato da un furgoncino che lo attende all’esterno!) e, specialmente, ‘Highway To Hell’, con la palla che si abbatte sullo stage e dalla cui spaccatura esce una gabbia. Dentro c’è Angus che, fra le fiamme, ammette che, in fondo, l’inferno non è un brutto posto dove stare. Il tripudio finale è concesso alle cannonate di ‘For Those About To Rock’, a suggello di una serata indimenticabile per i fans e per tutti gli appassionati del rock’n’roll suonato col cuore e con un pizzico di anima (dannata). Non c’è da rimanere delusi, quando on stage giocano gli AC/DC…

FOTO DI ROBERTO VILLANI

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