Wheels Of Fire, All In per alzare la posta del melodic rock

Il 15/07/2025, di .

Wheels Of Fire, All In per alzare la posta del melodic rock

Dopo una carriera iniziata nel 2006 e tre album che hanno lasciato il segno nel panorama hard rock melodico internazionale, i Wheels Of Fire tornano con il nuovo, attesissimo lavoro in studio: ‘All In’. Il disco conferma la band come una delle realtà più solide e ispirate del genere, capace di fondere l’energia del rock anni ’80 con un sound moderno e potente. Registrato al Pri Studio di Bologna con la produzione dello stesso frontman Davide “Dave Rox” Barbieri e la supervisione di Roberto Priori, ‘All In’ è un concentrato di riff affilati, melodie coinvolgenti e una sezione ritmica esplosiva, impreziosita dal basso di Simon Dredo, nuovo ingresso nella formazione. Ne abbiamo parlato con il cantante e fondatore Dave, che ci ha aperto le porte del mondo Wheels Of Fire tra ricordi, evoluzioni stilistiche e una rinnovata voglia di conquistare la scena internazionale.

    All In’ suggerisce una scelta totalizzante, senza compromessi. In cosa vi siete sentiti “all in” durante la realizzazione di questo disco, artisticamente o umanamente?

“Il titolo ‘All In ‘rispecchia perfettamente lo spirito con cui abbiamo affrontato questo disco. Ci siamo messi in gioco al 100%, senza riserve. Artisticamente sentiamo che rappresenti il punto più alto che abbiamo raggiunto ad oggi, sia per la qualità della musica che per la profondità dei testi. Umanamente, è un disco in cui abbiamo riversato ogni nostra energia, esperienza ed emozione. Ogni brano racconta qualcosa di autentico e ci rispecchia completamente. ‘All In’ è il riflesso di quella scelta radicale di essere veri, vulnerabili, e determinati a farci ascoltare”.

Qual è stata la canzone più “rischiosa” da inserire nell’album, quella che ha messo in discussione la vostra comfort zone sonora o tematica?

“Forse ‘End of Time’ e ’99 Lies’ sono le due canzoni con un sound meno convenzionale rispetto a quello che il pubblico si aspetta da noi. La prima con un approccio quasi “epico” con tastiere e orchestrazioni sinfoniche quasi alla Nigthwish per intenderci.
‘99 Lies’ ha un intro e outro molto tenebrosi e ho voluto sperimentare con l’uso di vari arpeggiator spingendomi in sonorità stile Muse. Insomma, sentivamo il bisogno di spingerci oltre e di rompere certi schemi restando comunque fedeli alle nostre radici”.

Fool’s Paradise’ è il primo singolo: cosa rappresenta per voi questo brano rispetto al resto dell’album e perché avete scelto proprio lui per aprire le danze?
“‘
Fool’s Paradise’ è stato il nostro biglietto da visita per ‘All In’ perché racchiude molti degli elementi chiave del disco: energia, melodia, e una scrittura che va dritta al punto. È un brano che parla dell’illusione di vivere in un mondo perfetto mentre tutto intorno crolla, e lo fa con un ritmo incalzante e un ritornello potente, quasi liberatorio. È un brano immediato, accessibile, pieno di energia…ideale secondo me da usare appunto come singolo e opener del disco”.

Il brano ‘EmpTV’ incuriosisce già dal titolo. È una critica al mondo dei media? Quali sono i temi più importanti che attraversano questo disco?

“Sì, ‘EmpTV’ (testo scritto da Marilena Ferranti) è sicuramente una provocazione. Il titolo gioca volutamente sull’assonanza con ‘MTV’, ma con la parola ‘Empty’ al centro: una TV vuota, svuotata di contenuto, di verità. C’era una volta il nostro canale TV preferito che condivideva la musica migliore, quello stile di vita epico e i videoclip diventati iconici per più di una generazione di amanti della musica. Poi le cose hanno cominciato a cambiare a causa un progressivo spostamento di significati e le storie che prima amavamo hanno cominciato pian piano a scomparire per lasciare spazio a un mondo tutto nuovo fatto di reality show fino a rendere tutto tristemente vuoto. Non è solo un attacco: è anche un invito a svegliarsi, a guardare oltre lo schermo, a recuperare il senso critico.
I testi di ‘All In’ parlano di scelte, di consapevolezza, di crescita personale. Alcuni brani parlano di relazioni, altri di momenti difficili che ci hanno segnato, ma sempre con uno sguardo costruttivo e con un messaggio positivo. C’è anche una canzone (‘9.29’) che parla di un fatto di cronaca nera accaduto in America, esattamente della morte di George Floyd, assassinato da degli agenti di polizia che lo avevano immobilizzato a terra senza farlo respirare”.

Il disco è stato registrato al Pri Studio sotto la guida di Roberto Priori. Cosa ha portato lui in termini di approccio sonoro e atmosfera in studio?
Collaboriamo con Roberto sin dal nostro esordio discografico nel 2010. Anno dopo anno si è instaurato un rapporto fantastico sia lavorativo che umano. Roberto ha una sensibilità incredibile: riesce a cogliere l’essenza di ogni brano e a valorizzarla senza mai snaturarla. In termini di suono, ha portato pulizia, potenza e un grande equilibrio tra modernità e identità. Non smetterò mai di ringraziarlo per tutto il lavoro che ha fatto, è sicuramente un valore aggiunto per la nostra band”.

Come è evoluto il vostro modo di scrivere rispetto a ‘Begin Again’? Vi siete dati delle regole o avete seguito un flusso più libero e istintivo?
“Con ‘Begin Again’ venivamo da un periodo di transizione, di ripartenza, e c’era quasi un’urgenza di rimetterci in moto. Con ‘All In’, invece, ci siamo presi il tempo per scavare più a fondo, sia a livello musicale che lirico. Non ci siamo dati regole rigide, ma allo stesso tempo non è stato un processo completamente istintivo: c’è stato molto ascolto reciproco, molte revisioni, molta voglia di limare ogni dettaglio senza perdere l’impatto emotivo. Abbiamo cercato di essere più consapevoli, più diretti, e soprattutto più autentici. Ci sono brani che hanno un sound decisamente più moderno e in alcuni tratti anche insolito per noi. Però, come sempre, cerchiamo di restare fedeli al nostro DNA. Dopo quindici anni da ‘Hollywood Rocks’, sentiamo il bisogno di far convivere la nostra crescita personale e musicale con l’entusiasmo delle origini. Quella spinta genuina che ci fa amare ancora la musica come il primo giorno”.

Davide, essendo anche produttore dell’album, come hai bilanciato il ruolo di frontman con quello dietro le quinte? C’è stato un momento in cui questi due ruoli sono andati in conflitto?
È stata una bella sfida. Essere frontman ti chiede presenza, carisma, connessione emotiva. Essere produttore, invece, significa fare un passo indietro, guardare tutto dall’alto e prendere decisioni a volte scomode, anche nei confronti di te stesso. Il momento più difficile è stato proprio quello: riuscire ad essere obiettivo su tutti gli strumenti e sulle mie idee. Ma alla fine credo che non bisogna vedere questi due ruoli come opposti. Entrambi lavorano per il bene della canzone. Se c’è stato un conflitto, è stato sempre costruttivo e ha tirato fuori una versione più completa di me, sia come artista che come persona”.

Avete esplorato nuove tecniche di arrangiamento o strumenti inusuali durante la produzione? C’è qualche dettaglio nascosto nel disco che un orecchio attento potrebbe cogliere?
Assolutamente sì. Durante la produzione di ‘All In’ ci siamo divertiti molto a esplorare, ad inserire dettagli che magari non si colgono subito ma che arricchiscono l’ascolto con il tempo. Abbiamo sperimentato con arpeggiator, synth analogici, pad ambientali, cori nascosti sotto strati di chitarre. A proposito di cori, nel ritornello di ‘Fool’s Paradise’ sono state registrate più di 100 take di voci ma non avendo a disposizione cantanti diversi con timbri vocali diversi, per farli uscire bene nel mix ho dovuto alterare l’equalizzazione delle stesse linee vocali, scurendole o dandogli una timbrica diversa. Oppure in molti brani ho registrato le cosiddette “stadium vox” cioè cantavo la linea del ritornello imitando la voce dei cori da stadio quindi un po’ ariosa per intenderci. Insomma, mi sono divertito un sacco!”

Il vostro suono resta fedele alle radici dell’AOR e dell’hard rock anni ’80, ma con accenti moderni. Qual è, per voi, la sfida più grande nel mantenere questo equilibrio senza cadere nella nostalgia o nella forzatura?
La sfida è proprio quella: onorare le nostre radici senza rimanerne prigionieri. L’AOR e l’hard rock degli anni ’80 fanno parte del nostro DNA, è la musica con cui siamo cresciuti, che ci ha formato e fatto innamorare del palco. Ma siamo anche consapevoli che oggi serve qualcosa in più per essere rilevanti. Il rischio di scivolare nella nostalgia fine a se stessa c’è sempre, così come quello di cercare la modernità a tutti i costi, perdendo identità. Il nostro obiettivo è trovare un equilibrio sincero, mantenendo il cuore melodico, le grandi aperture vocali, le chitarre ‘cantabili’, ma con suoni, arrangiamenti e testi che parlino anche al presente. Non ci interessa fare un’imitazione di qualcosa che è già stato: vogliamo creare qualcosa che suoni autentico oggi, con il rispetto del passato ma lo sguardo rivolto avanti. E questo richiede ascolto, cura, e soprattutto tanto lavoro”.

In un panorama musicale sempre più digitale e frenetico, quanto conta ancora per voi l’idea di “album completo” rispetto alla singola hit o al singolo singolo?
“Per noi l’idea di album completo è ancora fondamentale. Viviamo in un’epoca in cui tutto si consuma velocemente, e la tentazione di puntare solo sulla singola hit è forte, lo capiamo. Ma un album è un viaggio, è un racconto con un inizio, uno sviluppo e una fine. È il modo in cui possiamo esprimerci in profondità, mostrando tutte le sfumature del nostro suono e del nostro pensiero. ‘All In’ è stato costruito proprio così: come un percorso, dove ogni brano ha una ragione precisa per stare lì. Detto questo, non siamo contrari alla logica dei singoli: servono per accendere l’attenzione, per raccontare subito una parte di ciò che sei. Ma il nostro obiettivo resta quello di portare le persone dentro un mondo, non solo dentro una canzone. In fondo, è come un film rispetto a un trailer: puoi apprezzare entrambi, ma è nel film che trovi l’emozione vera”.

Cosa vi tiene uniti dopo quasi 20 anni di carriera, tra evoluzioni musicali e personali?
“Crediamo che quello che ci tiene uniti, dopo quasi 20 anni, sia il rispetto reciproco e una passione che non si è mai spenta. Certo, siamo cresciuti, cambiati, abbiamo attraversato momenti intensi sia a livello musicale che personale, ma alla fine torniamo sempre lì, al bisogno di esprimerci attraverso la musica. Non è solo una questione di suonare bene come band, ma di sentire che ogni volta che ci ritroviamo in sala o su un palco, c’è ancora qualcosa di vero da dire, da condividere. Siamo diventati quasi una seconda famiglia, con tutte le dinamiche che questo comporta: discussioni, complicità, risate, silenzi… ma anche una profonda fiducia.
E poi c’è il pubblico, che ci ha accompagnato e sostenuto lungo il percorso: sapere che c’è ancora chi aspetta quello che fai con curiosità e affetto ti dà una forza incredibile. Finché ci sarà questa scintilla, andremo avanti”.
Simon Dredo è la new entry alla sezione ritmica. In che modo ha influito sulla dinamica interna della band e sul groove dell’album?
Con Simon avevo già collaborato nel progetto di Gianluca Firmo “Room Experience”. Sapevo che aveva un suono perfetto per questa band. Ha fatto veramente un ottimo lavoro sul disco”.
Avete avuto ottimi riscontri in Europa e Sud America sin dall’esordio. Avete notato differenze nel modo in cui il pubblico vive e interpreta il melodic hard rock nei diversi Paesi?
Non avendo ancora avuto modo di suonare in Sud America (speriamo di poter andare in futuro!), posso dirti solo, dalle interazioni che abbiamo avuto tramite i vari social, che sono un pubblico molto appassionato ed emotivo. Non che gli Europei non lo siano ma forse avendo moltissime band in “casa loro”, sono più abituati e un pochino più distaccati. E’ anche un pubblico molto preparato che ti ascolta con cura, riconosce i dettagli e ti dà feedback anche molto tecnici”.

Come percepite oggi la scena rock melodico in Italia? C’è spazio per una rinascita o serve ancora guardare fuori per trovare un pubblico ricettivo?
La scena del rock melodico in Italia è sempre stata una nicchia. Recentemente sono stato alla tre giorni del Frontiers Festival tenutosi a due passi da Milano con tantissime band storiche della nostra scena. C’è stata tantissima affluenza di gente ma per l’80% erano stranieri. Infatti all’estero il pubblico è più abituato e ricettivo a questo tipo di sound, e noi ci siamo spesso rivolti a quelle realtà perché lì c’è più spazio per esprimersi senza compromessi. Però non vogliamo arrenderci all’idea che in Italia non ci sia posto per questa musica. Anzi, crediamo che con la giusta qualità, comunicazione e presenza dal vivo, si possa ancora costruire qualcosa di forte anche qui. Magari non sarà mai mainstream, ma può essere vero, solido e duraturo”.

Se poteste collaborare con un artista (vivente o passato) per un prossimo album, chi sarebbe e perché? E in quale canzone di ‘All In’ lo avreste voluto ospite?
Che bella domanda! Se potessimo scegliere una collaborazione da sogno ti direi una produzione con il tandem Ron Nevison e Bob Rock. Sarebbe stato incredibile poter collaborare con entrambi, perché incarnano due anime che convivono nel nostro sound. Nevison ha quella sensibilità melodica, quella cura nei dettagli e nelle dinamiche che ha reso immortali i dischi di Heart, Survivor, Damn Yankees, Europe… con lui avremmo voluto per esaltare l’anima AOR e farla brillare ancora di più. E poi sapeva trattare le voci come pochi. Bob Rock invece ha un approccio più moderno, diretto, potente: basti pensare a cosa ha fatto con i Metallica o i Bon Jovi. Con lui sarebbe stato pazzesco dare una marcia in più a un brano come ‘EmpTV’ o ‘99 Lies’, spingendo il suono verso territori più sporchi, aggressivi, ma sempre curatissimi.. Lavorare con loro sarebbe stato come una masterclass continua”.

 

 

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