Psychonaut – inizi e addii nel nuovo album ‘World Maker’
Il 22/10/2025, di Anna Maria Parente.
In occasione dell’uscita dell’ultimo album ‘World Maker’, abbiamo avuto il piacere di intervistare Stefan De Graef, chitarrista e co-cantante degli Psychonaut. La band di Mechelen (Belgio) propone un sound potente e stratificato che fonde post-metal, progressive e sludge, con influenze che spaziano da band come Tool, Mastodon e Amenra, fino a elementi psichedelici e spirituali che rendono la loro musica intensamente introspettiva. Con ‘World Maker’, gli Psychonaut confermano e ampliano questa visione in un viaggio sonoro che è tanto potente quanto meditativo. Abbiamo parlato di questo e di molto altro ancora…
Inizio con qualche domanda sul vostro nuovo album, ‘World Maker’, in uscita il 24 ottobre. Nella presentazione dell’album, avete detto che ‘World Maker’ è nato in un momento in cui stavate vivendo sia una grande felicità sia una profonda sofferenza. Come siete riusciti a trasformare queste emozioni contrastanti in un linguaggio coeso?
“In realtà, non era mia intenzione che il disco prendesse una direzione così conflittuale. Volevo solo scrivere un album ispirato all’attesa e alla gioia di diventare padre, con l’idea di trasformare queste emozioni in musica e lasciare qualcosa a mio figlio, nel caso un giorno mi succedesse qualcosa. Purtroppo, quando abbiamo saputo che sia il padre di Thomas sia il mio erano stati colpiti da un cancro terminale, è stato impossibile non lasciarsi travolgere. Non volevo cambiare il tema dell’album all’ultimo momento, anche perché ormai era quasi completato, ma allo stesso tempo non potevo ignorare il dolore che stavamo vivendo. Era inevitabile che si riflettesse nella musica. Gli ultimi due pezzi dell’album, in particolare, riflettono profondamente questa malinconia, sia a livello musicale che concettuale. ‘All Was Quiet’ è un brano che ho scritto semplicemente nel tentativo di ‘curare’ mio padre, mentre ‘Endless Erosion’ è diventato un cupo promemoria del fatto che, prima o poi, tutti dobbiamo andarcene. Alla fine, credo che ne sia uscito qualcosa di unico, dove la gioia di diventare padre si contrappone direttamente alla perdita imminente dei nostri padri. L’album è diventato, suo malgrado, il racconto di un padre che accoglie suo figlio e, allo stesso tempo, di un figlio che dice addio al proprio padre.”
Da come ne avete parlato, inoltre, l’album sembra anche rappresentare un vero e proprio punto di svolta per la band, quasi fosse un nuovo capitolo. Dove pensi che vi porterà in futuro questo approccio più umano e immediato?
“Scrivere senza dover affrontare temi enormi e globali, come abbiamo fatto con ‘Unfold the God Man’ e ‘Violate Consensus Reality’, è stato davvero liberatorio. A dire il vero, lavorare su ‘VCR’ è stato estenuante. Ci ha costretti a confrontarci costantemente con la miseria e la corruzione del mondo, lasciandoci addosso un forte senso di pesantezza. Abbiamo sempre amato riflettere sulla natura umana e su come ci (dis)organizziamo come società, ma mettere al centro la nostra esperienza personale ci ha dato molta più libertà creativa.
In fondo, si scrivono dischi su ciò che ti ossessiona in un determinato momento. È possibile che il prossimo album torni ad avere un’impronta più simile ai primi due, ma è impossibile prevederlo ora. Seguiamo il flusso.”
Come trio, com’è il vostro processo creativo? Partite da idee individuali che poi sviluppate insieme o costruite i brani in sala prove?
“Solitamente le strutture di base dei brani li scrivo io a casa, poi mando le idee a Thomas e Harm. Registro chitarre, basso, voce e batteria, in modo da dare un’idea il più completa possibile del brano. A quel punto loro ascoltano, mi danno un feedback e iniziamo a rifinirlo insieme. A volte capita di sistemare qualche dettaglio in sala prove, ma sono eccezioni. Non credo che riusciremmo a scrivere un brano davvero completo e interessante sul momento. Quando si suona insieme, tutto sembra più bello di quello che è, e il rischio è quello di accontentarsi troppo in fretta. Per me ha molto più senso che una persona si prenda il tempo per sviluppare una visione chiara e poi la porti agli altri per completarla. È sempre stato così per noi.”
Com’è il vostro rapporto all’esterno? L’amicizia e la vita quotidiana influenzano il vostro modo di suonare insieme?
“Assolutamente sì. Thomas ed io siamo migliori amici dal 2011 e lo stesso vale per Harm, che è entrato nel 2020. Non farei questo percorso con altri. Oltre a suonare insieme, passiamo tantissime ore in furgone, in viaggio, quindi è fondamentale andare d’accordo.
Condividiamo molte convinzioni sul mondo e sull’umanità, ma abbiamo anche tante idee differenti che rendono le conversazioni interessanti. L’interazione tra noi tre è fondamentale per me, perché mi ispira moltissimo. Lo stesso vale per il nostro meraviglioso team che ci segue da quasi dieci anni: manager, driver, tecnico del suono, merchandiser, roadie … fanno tutti parte del percorso.”
Ora qualche domanda un po’ più personale. Ogni band ha un suo punto di partenza. Qual è stata l’idea o l’elemento che ha ispirato il vostro progetto? Un disco, una canzone, un video?
“La formazione originale dei Psychonaut (con Peter alla batteria) nel 2011-2012 era in una band stoner/blues rock. Poi abbiamo scoperto band come Amenra, Stake, Isis e ci si è aperto un mondo. Ci siamo resi conto che con la musica si poteva fare molto di più di quanto immaginassimo. Ricordo di aver pianto come un bambino la prima volta che ho visto suonare gli Stake, nel 2011. Non riuscivo a credere a quanta potenza uscisse dal palco, pur suonando riff piuttosto semplici e ripetitivi. Per me e Thomas è stato un punto di svolta. È stato lui a prendere l’iniziativa. Nel 2012 si è presentato in sala prove dicendo di aver scritto un brano. Ha attaccato il basso, acceso il microfono (con un sacco di riverbero) e ci ha suonato una canzone che ci ha lasciato a bocca aperta. Era la prima volta che sentivamo Thomas cantare in quel modo, aveva una voce ruvida e intensa che tagliava tutto. Da lì abbiamo deciso di lasciare l’altra band e ripartire da zero, con un nuovo nome: ‘Psychonaut’.”
In un periodo storico così complesso, tra guerre sanguinose e costanti minacce all’equilibrio europeo, come possono la musica, la letteratura e l’arte aiutare le persone a vivere meglio?
“La musica è un modo per elaborare e liberare ciò che proviamo, ma anche una preziosa via di fuga. Canalizzare la rabbia in una canzone può avere un effetto purificante, come se bastasse scriverla o suonarla per lasciarsela alle spalle. Allo stesso tempo, però, è fondamentale restare presenti e riuscire ad apprezzare la bellezza del momento. Anche creare musica che ti permette di allontanarti un attimo dai mali del mondo ha un valore enorme. Noi cerchiamo di fare entrambe le cose.”
Questa domanda la faccio spesso, perché aiuta a capire meglio il punto di vista degli artisti, ma anche a soddisfare la curiosità dei fan. Oltre alla musica, quali forme d’arte ti ispirano di più? Letteratura, architettura, arti visive, cinema?
“Mi piace leggere libri che offrono visioni alternative del mondo e della natura umana. Alcuni che ci hanno ispirati negli anni:
‘The More Beautiful World Our Hearts Know Is Possible’ di Charles Eisenstein, ‘Drinking Molotov Cocktails With Gandhi’ di Mark Boyle, ‘Humankind’ di Rutger Bregman, ‘Fingerprints of the Gods’ di Graham Hancock. Oltre a questo, mi rilassa molto giocare a videogiochi dove posso costruire o gestire qualcosa in modo creativo. Pensandoci bene, è un po’ come scrivere musica: si parte da elementi già esistenti e si crea qualcosa di nuovo e bello.”
Se potessi scegliere tre canzoni degli Psychonaut e tre di altri artisti da portare su un pianeta lontano, quali sceglieresti?
“Degli Psychonaut sceglierei: ‘Nothing is Consciousless’, ‘Towards The Edge’ e ‘You Are The Sky, Everything Else Is Just The Weather’ … E questi di altri artisti: Led Zeppelin – ‘No Quarter’, Porcupine Tree – ‘Anesthetize’, Pink Floyd – ‘Shine On You Crazy Diamond’.”
Qual è la differenza più grande tra vivere una canzone in studio e portarla sul palco?
“Dal vivo senti la pressione del dover fare tutto bene al primo colpo. Non puoi rifare una parte vocale o un riff che sai di poter suonare meglio. Questo può generare stress e insicurezze, ma in realtà al pubblico non importa della perfezione. Le persone vengono a vedere un concerto per vivere qualcosa di reale e imperfetto. Accettare questo, pur volendo sempre dare il massimo, non è sempre facile. Siamo piuttosto perfezionisti e a volte siamo duri con noi stessi quando sentiamo di non aver dato il meglio.”
Restando in tema di live … Si dice spesso che i vostri show siano particolarmente intensi e coinvolgenti. Essendo i nuovi brani più intimi, ma anche più estremi, come li presenterete dal vivo?
“Sono curioso di scoprirlo anch’io! Credo molto in questi brani, li considero tra i più epici e potenti che abbiamo mai scritto. Non vedo l’ora di presentarli con un light show più immersivo e magari anche con qualche backing track per aggiungere le parti presenti nell’album.
Finora abbiamo sempre evitato l’uso di tracce pre-registrate, ma forse è arrivato il momento di iniziare a considerarle. La sfida più grande sarà mantenere il giusto equilibrio tra questi pezzi lunghi e psichedelici e quelli più brevi e diretti. Se dipendesse solo da noi, probabilmente suoneremmo solo le canzoni più lunghe e intense … ma non sarebbe la scelta migliore per il pubblico. Lo capiremo strada facendo!”
Ultima domanda, che è anche un augurio per il futuro: c’è un luogo dove non avete ancora suonato e che vi piacerebbe raggiungere? Una città o un palco in particolare?
“Ci sono diversi paesi e posti dove ci piacerebbe andare, ma in generale il nostro desiderio è semplicemente quello di essere in tour il più possibile con questo album. Con ‘VCR’ abbiamo fatto pochi concerti a causa del Covid e dei nostri impegni personali.
Ora vogliamo tornare in Francia, Germania, Spagna, Italia, Portogallo, Svizzera, ecc. Il mio sogno sarebbe suonare in Islanda. Non ci sono mai stato e vorrei vederla con i miei occhi. Mi piacerebbe anche fare più date nei paesi scandinavi, ma in realtà, va bene ovunque, finché possiamo suonare davanti a persone che sentono la nostra musica.”