In Aevum Agere – Oltre i confini del doom
Il 26/10/2026, di Filippo Corso.
Più di vent’anni di storia, una musica che ha progressivamente allargato i propri confini e un lungo viaggio attraverso la ‘Divina Commedia’ che giunge oggi alla sua conclusione. Con ‘Ptolomea – Canto XXXIII’ gli In Aevum Agere completano la quadrilogia dedicata all’opera dantesca, spingendosi dalle ultime profondità dell’Inferno attraverso il Purgatorio fino alla dimensione trascendente del Paradiso. Un percorso nel quale l’epic doom rimane una radice fondamentale, ma diventa parte di un linguaggio sempre più personale, fatto di heavy metal, melodia, teatralità e ricerca compositiva. Ne abbiamo parlato con Bruno Masulli, ripercorrendo la nascita e l’evoluzione della band, il rapporto con Dante e la genesi del nuovo album, ma anche quella continua necessità di mettersi in discussione che, ancora oggi, sembra rappresentare uno dei motori principali degli In Aevum Agere.
Gli In Aevum Agere nascono ormai più di due decadi fa. Bruno, tornando con la memoria a quel periodo, cosa ti spinse a dare vita alla band e quale idea musicale avevi in mente quando tutto ebbe inizio?
“Musicalmente parlando, fu un periodo molto intenso, nacquero molti miei progetti e la passione anche per il doom metal mi portò alla scrittura di alcuni brani con quelle sonorità. Non c’era ancora un nome e quasi tutti i brani erano privi di titoli, pensa che una prima demo era intitolata semplicemente “pezzi doom”. Grazie a Marcello d’Anna registrai i brani per quello che poi divenne la demo/ ep ‘From The Depth Of Soul’ non avendo, tra l’altro, alcuna idea di come si sarebbe evoluta la cosa, volevo soltanto registrare quei pezzi.”
Guardando quindi agli oltre vent’anni trascorsi da allora, quali consideri i passaggi o le scelte che hanno segnato maggiormente la storia degli In Aevum Agere e contribuito a portarvi fino a ciò che siete oggi?
“Una delle ragioni che mi spinse a continuare, subito dopo l’esordio, fu l’incredibile interesse che suscitarono gli In Aevum Agere nell’underground internazionale. ‘From The Depth Of Soul’ destò talmente tanto entusiasmo tra le webzines, supporters, appassionati del genere ed anche l’interesse e addirittura pressione da parte di etichette discografiche, tra cui la Pure Steel Records, con la quale firmai il primo contratto, che ne fui praticamnete trascinato. Il fatto è che si trattava, agli inizi, di una one man band, non avevo un gruppo vero e proprio se non creato per occasioni di live soprattutto all’estero, quindi, sai, erano decisioni che dovevo prendere rigorosamente da solo, creando la mia esperienza giorno per giorno e limandola nel tempo. Il grande interesse e curiosità che generavano gli In Aevum Agere all’estero, i live tra Germania, Austria ma anche Grecia e Malta mi invogliavano sempre più a tornare in questi luoghi dove il metal underground era straordinariamnete vivo e quindi ciò mi spronava a realizzare sempre nuovo materiale e pubblicare nuovi lavori, che si trattasse di ep o full length benchè non fosse una band dalla line up stabile e i primi anni soprattutto, non un vero e proprio gruppo.”
Se dovessi spiegare cosa sono gli In Aevum Agere a qualcuno senza poter utilizzare parole come heavy, doom, epic o citare altre band, come descriveresti la vostra musica e perché proprio così?
“Beh, la nascita degli In Aevum Agere è avvenuta durante un periodo molto creativo della mia vita, come in un piccolo big bang personale nacquero progetti e altre bands di vari generi, quindi sai, nella descrizione specifica degli In Aevum Agere mi sarebbe difficile non citare i Candlemass come miei principali ispiratori. C’è da dire però che il sound non è mai stato del tutto doom e il progetto, nel tempo, ha avuto una notevole evoluzione. Tuttavia, descriverei gli In Aevum Agere come una band che suona un «genere tra generi» e riferimenti incastonati in un sound che fa parte del nostro background e mai suggerito da mode e trend del momento.”
L’epic doom è un genere con codici molto forti e una tradizione difficile da ignorare. Eppure ascoltando gli In Aevum Agere, e in particolare ‘Ptolomea – Canto XXXIII’, non ho mai la sensazione di trovarmi davanti a un semplice esercizio di stile. Dove pensi risieda oggi la vostra originalità all’interno di un linguaggio musicale così profondamente codificato?
“Mah sai, proseguendo nella descrizione del sound della band, io credo che giochi nella musica un grosso ruolo che è l’evoluzione e naturalmente, tale processo, ti porta inevitabilmente verso nuovi mondi o semplicemente ti fa vedere cose che prima escludevi o che non conoscevi e che volente o nolente ti arricchiscono. Come dicevo prima, e ribadisco, gli In Aevum Agere, fin dagli esordi, benchè di chiare influenze Candlemass, non sono mai stati puramente doom o ancorati ad un genere definito, il background personale, le contaminazioni sono state sempre tante ma non parlo solo di me, anche tutti i musicisti che hanno fatto parte della band (chi in studio o live) non provenivano da un solo genere, anzi c’era anche chi di doom non ne sapeva nulla e credo che già all’epoca, con ‘The Shadow Tower’ il discorso si fece già molto personale e variegato e diverso rispetto ai brani di ‘The FromThe Depth Of Soul’. Poi, si cresce anche tecnicamente, non ci si accontenta più, si tende a migliorare, almeno secondo il mio punto di vista. Quando poi mi inoltrai nell’avventura dantesca, e non era scritto su nessuna ipotetica epigrafe che avrei realizzato, nel tempo, una intera quadrilogia, cambiai proprio modo di lavorare. Volevo che il livello fosse superiore in tutto e mi presi tutto il tempo per comporre, migliorare, tornare sui miei passi qualora il risultati non fossero stati soddisfacenti, continuando il percorso tracciato e imparando giorno per giorno sempre cose nuove, badando sempre meno al genere specifico pur rimanendo fedele ai miei riferimenti musicali. ‘Ptolomea – Canto XXXIII’ è il risultato finale, la vetta, finora, di questo perenne cammino.”
Quanto è importante per gli In Aevum Agere lasciare qualcosa che richieda tempo per essere assimilato? Ti interessa l’idea che un vostro disco possa rivelare qualcosa di nuovo anche dopo molti ascolti?
“Ti dico la verità, l’interesse maggiore è che la nostra musica possa essere apprezzata, un pò come tutti. Che poi un nostro disco possa avere questo pregio, ossia di rivelare all’ascoltatore più spunti o essere oggetto di opinioni od approcci individuali diversi, la cosa non può che essere positiva.”
Ptolomea – Canto XXXIII’ chiude la quadrilogia dedicata alla ‘Divina Commedia’. Come hai vissuto la composizione di questo ultimo capitolo e cosa ha rappresentato per te arrivare alla conclusione di un progetto di questa portata?
“Come per i predecessori, finito un lavoro, avevo come la sensazione che mancasse ancora qualche tassello e che ci fosse ancora qualcosa da dire sull’argomento. Avevo già dei brani per concludere definitivamente il discorso dell’Inferno ma ebbi lo stimolo di continuare ed approfondire ulteriormente inoltrandomi nella cantica del Purgatorio che era stato solo accennato con ‘Darkness, Then Light’. Dopo ‘The Earthly Paradise’ (il brano dedicato al paradiso terrestre) che in definitiva, conclude la cantica del Purgatorio mi spinsi ancora oltre, ebbi, come dire, questa curiosità nello sconfinare anche verso il contesto del Paradiso e, ad ogni modo, volevo che questo rappresentasse, per quel che riguarda la commedia, il disco conclusivo.”
Il doom viene associato quasi naturalmente all’oscurità, alla sofferenza e alla morte. Qui, invece, attraverso il Purgatorio devi progressivamente avvicinarti alla luce fino a raggiungere l’Empireo. È stato più difficile utilizzare questo linguaggio musicale per rappresentare la dimensione luminosa e trascendente di Dante rispetto alle tenebre dell’Inferno?
“No, per ‘Empireo’ il linguaggio è stato analogo a tutti gli altri brani e prendendo semplicemente spunto dall’argomento. Oltre al fatto che di luce si tratta ma non fine a se stessa. E’ qualcosa di straordinariamente trascendentale e versi, quelli danteschi, di una potenza incredibile. Lo stesso Dante, del resto, avvertiva il lettore che ad ogni cantica il livello della poesia si sarebbe elevato e la dimensione del canto a cui mi ispiravo era talmente profonda che diventava del tutto superfluo pensare al genere specifico, o se si stessero rispettando determinati canoni musicali. Tutto ha poi preso forma, come sempre, in maniera assolutamente spontanea.”
Al di là dei testi, dei titoli e dei riferimenti espliciti a Dante, quanto pensi che sia la musica stessa a riuscire a raccontare il passaggio dalle tenebre dell’Inferno alla dimensione più luminosa del Paradiso?
“Riprendo un pò il discorso della domanda precedente. In una composizione ci si deve immedesimare nel contesto. Devi far tuo l’argomento per poterlo descrivere nella maniera più verosimile e soddisfacente o ancor di più se si vuole avere un approccio più personale e soggettivo. Più dettagli o elementi conosci dell’argomento e più la musica riuscirà a raccontare ciò che vedi e senti.”
Dopo tanti anni trascorsi artisticamente all’interno dell’universo dantesco, esiste un personaggio, un’immagine, un canto o anche un singolo verso della ‘Divina Commedia’ al quale hai finito per sentirti particolarmente legato anche sul piano personale?
“Beh, diciamo che tutti i personaggi hanno un grosso rilievo nell’opera di Dante, e mi hanno lasciato tutti qualcosa, anche perchè quando si entra nel dettaglio della Divina Commedia ci si immerge in una serie infinita di colpi di scena e di personaggi incredibili, così come tutti i canti ma forse quelli con i quali ho avuto un approccio più emotivo sono Brunetto Latini, il maestro di Dante, che egli incontra tra i sodomiti nel XV canto dell’inferno, Farinata e Cavalcanti nella città di Dite e sicuramente l’incontro con Lucifero in un’immagine dell’inferno a cui non siamo abituati, quello fatto di ghiaccio ed immerso nel silenzio più profondo.”
Uno degli aspetti che maggiormente mi ha colpito di ‘Ptolomea – Canto XXXIII’ è il lavoro chitarristico: accanto a un riffing monolitico troviamo una componente solista e melodica particolarmente sviluppata. Quando componi quanto interviene la ricerca tecnica e quanto, invece, quell’istinto che ti fa capire immediatamente che un riff appartiene agli In Aevum Agere?
“Anche questa è una bella domanda. E’ questione di sensazioni. Creo un riff e spesso cantandoci su capisco quasi immediatamente che il sound si avvicina nettamente allo stile degli In Aevum Agere. La componente tecnica ha ormai un suo rilievo fondamentale ma l’idea si sviluppa comunque intorno alla canzone. Ogni elemento che fa parte della struttura del brano non esclude o non si sovrappone all’altro. Quando poi sento che nel riff c’è tantissimo spazio per la teatralità e la narrazione evocativa o per soluzioni melodrammatiche, al di là della complessità del brano, allora tutto vien da sè’.”
Quando componi per gli In Aevum Agere, esiste ancora qualcosa capace di sorprenderti della musica che nasce, oppure conosci ormai così profondamente il linguaggio della band da riuscire quasi a prevedere dove ti condurrà una nuova idea?
“No, anzi, personalmente è l’esperienza che mi porta proprio verso nuovi scenari e a mettermi sempre in discussione. Conoscere un linguaggio significa comunque anche arricchirlo, è importantissimo. In reatà mi sorprendo ogni volta anche perché l’ispirazione mi trascina e mi porta verso dimensioni dove comunque rivelo sempre qualcosa di nuovo soprattutto a me stesso.”
‘Mundus Moriens’ è uno degli episodi che trovo più evocativi dell’album, anche grazie ai passaggi quasi recitati e ai momenti acustici. Quanto è importante per voi andare oltre la potenza del metal e utilizzare anche atmosfere e soluzioni differenti per costruire il carattere di una composizione?
“E’ la ragione stessa degli In Aevum Agere, e tuttavia, pensa che ‘Mundus Moriens’ è un brano venuto fuori per ultimo, serviva un altro pezzo per ultimare il disco e l’ho composto anche in tempi più veloci rispetto alle altre canzoni dell’album ed è, magia della musica, il brano che ha una sonorità diversa dal resto dell’album e che ci ha portato anche del lavoro in più durante il missaggio. Questo per dirti che non sempre le cose vengono fuori da un piano ben preciso ma entra in gioco talvolta anche la casualità.”
Se potessi far ascoltare un solo brano degli In Aevum Agere al Bruno che nel 2004 stava dando vita alla band, quale sceglieresti e cosa pensi che lo sorprenderebbe maggiormente?
“Ti dirò, mi risulta molto difficile pensare a una cosa del genere, anche perché do molta importanza al tempo che scorre e sento giorno per giorno l’esperienza che mi forma. Diciamo che, col senno di poi, forse non mi sarei sorpreso ma ascoltando un brano attuale o recente degli In Aevum Agere avrei accettato l’idea dell’evoluzione e del cambiamento come qualcosa di inevitabile.”
Se considerassi invece l’intera discografia degli In Aevum Agere come un’unica grande composizione ancora incompleta, quale parte pensi manchi ancora?
“Rimandiamo questa domanda al prossimo album.”
Per concludere, ‘Empireo’ mette simbolicamente la parola fine al percorso degli In Aevum Agere attraverso la ‘Divina Commedia’. Ora che questo progetto è terminato, prevale la soddisfazione per averlo portato a compimento oppure avverti anche una sorta di vuoto nel lasciare un universo nel quale sei stato immerso per tanti anni? E, guardando avanti, cosa immagini possa esserci oltre Dante per gli In Aevum Agere?
“Beh, c’è la consapevolezza di aver terminato un gran lavoro e forse più che vuoto ripenso agli anni trascorsi per la realizzazione di questi quattro dischi dedicati alla Commedia di Dante. Tanti anni di studio e perseveranza e se una tale dedizione ad un’ opera, umanamente parlando, può lasciare un vuoto, il tutto è già riempito con altre idee che si svilupperanno, spero molto presto, per un nuovo importante capitolo discografico.”