Mastodon – La cima insanguinata: i vent’anni di Blood Mountain
Il 11/09/2026, di Alessandro Ebuli.
In: The Birthday Party.
Tra le numerose band nate nel nuovo millennio i Mastodon hanno senza dubbio portato una ventata di freschezza e novità in un panorama Metal in continuo e rapido cambiamento come quello di fine/inizio millennio. Se l’epopea Nu-Metal sembrava essere già nella fase di un inesorabile declino tranne pochi irriducibili attivi ancora oggi, i Mastodon esordiscono con ‘Remission’ nel 2002, con ottimi guizzi compositivi ma ancora acerbi rispetto alle raffinatezze presenti nel suo successore, il clamoroso e stupefacente ‘Leviathan’ – concept a tema Moby Dick – che poneva la band all’interno di un uno stile caratterizzato da una forte componente Metal ispirata allo Stoner, ma centrifugata all’interno di una texture sonora derivata dalla psichedelia e da evoluzioni ritmiche estremamente intricate. A questo si aggiunge la particolarità della doppia voce e dei cori, altro tratto distintivo della band di Atlanta. ‘Leviathan’ riscuote consensi in tutto il modo, un enorme successo commerciale e di fatto è l’album che permette al gruppo di farsi conoscere ovunque, ma è l’album successivo, ‘Blood Mountain’, primo disco ad uscire per una major, la Warner Bros, a segnare il goal decisivo e a permettere alla band di diventare un culto come oggi lo conosciamo.

Celebriamo dunque il ventesimo compleanno di ‘Blood Mountain’, all’alba della pubblicazione del nuovo album del gruppo americano, ‘Marrow Deep’, il primo dopo la tragica scomparsa del chitarrista e vocalist Brent Hinds nel 2025 in seguito a un incidente stradale.
‘Blood Mountain’ è un gioiello inestimabile nella discografia dei Mastodon, il fatidico “terzo album” che sancisce la definitiva consacrazione di un gruppo formidabile, che in futuro, pur con album validi ed estremamente apprezzabili, non sarà più in grado di replicare una gemma tanto perfetta.
Non si tratta di un concept in senso stretto come il suo predecessore, ma ricorrono argomenti che fanno pensare a un filo conduttore tra i brani in setlist.
Troy Sanders ha dichiarato in merito al disco che Parla dell’arrampicarsi e delle diverse cose che possono accaderti quando sei bloccato su una montagna, nei boschi, e ti perdi. Hai fame, allucinazioni, incontri strane creature. Sei braccato. Parla di tutta quella lotta, e lo definì dal punto di vista delle sonorità il miglior album che abbiamo mai fatto.
Bill Kelliher considera ‘Blood Mountain’ rappresentativo dell’elemento terra proprio per il legame con la montagna.
Nei dodici brani che compongono l’album troviamo una grande varietà di sonorità che tra Stoner, Sludge, Psych e melodie finissime in cinquanta minuti di musica stupisce per eleganza e ricercatezza sonora. Dentro ‘Blood Mountain’, tante sono le sue variazioni, trova spazio persino un certo Prog Metal e lo si avverte nella complessità compositiva di brani quali ‘Bladecatcher’ dalla struttura elaborata, nervosa e folle, e in ‘Siberian Divide’, acida e stravagante che rimanda a certe soluzioni adottate dai The Mars Volta; nel disco collaborano, tra nomi altisonanti del panorama Heavy, Josh Homme dei Queens Of The Stone Age – e prima dei Kyuss -, Steve Von Till dei Neurosis e Cedric Bixler-Zavala proprio dei Mars Volta. ‘Pendolous Skin’, che viene posta in chiusura del disco, ci delizia con una malinconica esplorazione nei meandri di un elaborato Progressive acido in cui il drumming fino ad ora ossessivo e circolare di Dailor placa la sua ira e assume i connotati della forma canzone più classica e se è vero che less is more qui il risultato è stupefacente, completato da un cesello di chitarra strabiliante.

Dal brano posto in apertura, ‘The Wolf Is Loose’, si intuisce che questo non sarà un disco facile. Sembra infatti di ripartire dalla conclusione del poderoso quanto violento ‘Leviathan’ in una sorta di continuità senza filtri; ma già dall’ipnotica ‘Crystal Skull’ le variazioni Sludge iniziano a farsi sentire, la band è avida di suoni distorti e negli stop & go regala all’ascoltatore momenti di tensione misti a riflessione. In ‘Capillarian Crest’ emergono ancora tratti psicoacidi alla Mars Volta, con le chitarre impegnate a rincorrersi sopra un drumming velocissimo e micidiale, che sfociano nella delirante ‘Circle Cysquatch’, in cui la chitarra solista gioca su un movimento circolare che fa da ponte alle sfuriate della seconda chitarra e del drumming ancora imperioso di Dailor. Su ‘Colony Of Birchmen’ spiccano i cori nel breve refrain e se pure meno compulsiva di altre composizioni riporta a uno stile più vicino al Thrash, legandosi all’iniziale ‘The Wolf Is Loose’.
‘Blood Mountain’ contiene inoltre due perle straordinarie che personalmente mi hanno fatto innamorare fin dal primo ascolto in quel lontano 2006. Sto parlando di ‘Sleeping Giant’ e ‘This Mortal Soil’, due brani che pur mantenendo lo stile generale del disco spiccano per alcune differenze legate a soluzioni melodiche più incisive. La prima si apre con un giro di chitarra circolare accompagnato da un 4/4 di Ride che lentamente accelera ed esplode in un mid-tempo in cui si inserisce uno strepitoso solo di chitarra lo-fi per poi sfociare in uno Sludge epico sorretto dal cantato e da un trittico di violini suonati da Jennifer Ellison, Nicola Shangrow ed Erica Brewer. La seconda apre invece con un giro di chitarra che fa presagire a una ballad o pseudo tale, salvo poi cambiare veste con l’ingresso della seconda chitarra e con la voce di Sanders nelle parti più melodiche, alternata a quella di Hinds nella sezione più nervosa che porta a un’evoluzione nella struttura del brano e che si trasforma e torna alla violenza e all’eclettismo di uno Sludge infarcito di violenza Thrash, pur rimanendo fedele a giri chitarristici pregni dei melodia.

‘Blood Mountain’ è un album perfetto sotto ogni punto di vista, non di meno una copertina estremamente bella e curata come del resto anche quelle di ‘Remission’ e ‘Leviathan’. Si tratta di un’opera di Paul Romano, già collaboratore del gruppo e curatore di artwork per molte band tra le quali Hate Eternal, Dalek e The Red Chord; i Mastodon hanno sempre posto molta attenzione nei confronti della cover al pari delle composizioni dei loro album. Certa attenzione e cura dei particolari che negli ultimi anni è divenuto un nuovo fenomeno grazie a numerosi illustratori e disegnatori. Nei primi anni duemila si era po’ persa quest’attenzione tranne per poche band e tra queste sicuramente i Tool che pochi mesi prima di ‘Blood Mountain’ pubblicavano ‘10.000 Days’.
La perfezione di ‘Blood Mountain’ resta ineguagliata ancora oggi e probabilmente non sarà mai più raggiunta da un gruppo che si è evoluto, che è cambiato nel tempo e alla luce della tragedia del 2025 non sarà mai più lo stesso.