Dish-Is-Nein – Cos’è Un Nome?

Il 31/01/2018, di .

Dish-Is-Nein – Cos’è Un Nome?

“Cos’è un nome?” chiedeva Giulietta a Romeo nell’opera di William Shakespeare. Più o meno la stessa domanda ci siamo fatti noi quando abbiamo saputo dell’esordio dei Dish-Is-Nein, un tempo noti come Disciplinatha. E come la rosa che manterrebbe il proprio profumo anche se venisse chiamata con un altro nome, la giovane creatura del trio Parisini-Maiani-Santini con il nuovo monicker ha conservato il suo carico di abrasività, anticonformismo e ribellione. Un disco che riprende il discorso interrotto circa venticinque anni fa, portandolo avanti con la consueta carica sovversiva. Per questo motivo abbiamo deciso di non pazientare più e
di contattare i Dish-Is-Nein. Il risultato finale è stato una chiacchierata fiume che ha dimostrato ancora una volta come i tre abbiano idee chiare e poco scontate.

Benvenuti su Metal Hammer Italia. Ci avete fatto pazientare quasi un quarto di secolo, ma ora siete finalmente tornati! Un po’ tutti avevamo sperato che all’indomani del concerto di supporto a ‘Tesori Della Patria’ la band riprendesse l’attività, almeno in sede live. Invece non è andata così, quando avete capito che i tempi erano maturi per un vostro ritorno?
(Dario Parisini) “Buongiorno Giuseppe, prima di entrare nel merito volevo premettere l’agio di ritrovarmi nuovamente sulla vostra rivista. Vi leggevo regolarmente già dal tempo dei rispettivi esordi, in quanto tra tutti i componenti ero il più incline a pruriti Metallici. Ho letto attentamente la tua recensione ed altre uscite e fa piacere constatare, come nel tempo, sia decisamente migliorata la capacità di approccio nei nostri confronti. Ora sapete cosa chiederci, come decodificarci e questo forse è anche uno dei motivi che ci ha persuaso a rientrare con lo stesso piglio degli esordi. Entrando nel vivo, il live dedicato alla celebrazione del cofanetto antologico ‘Tesori Della Patria’, fu reso possibile dal contesto stesso, ovvero essendo inseriti in un festival, per quanto headliner ci siamo concessi una tempistica di palco max 50 minuti. Questo ha reso possibile esprimere una scaletta che pur coerente al movente del cofanetto, quindi antologica, gli elementi di novità coprissero un quaranta per cento del minutaggio. Questa era la premessa, la dimensione comunicazionale tra passato, presente, con un piede nel futuro che ci ha permesso di accettare l’offerta. Diversamente un live tutto nostro oltre a costi di produzione che impongono ammortamenti in più date, avrebbe costretto un massivo recupero di vecchi materiali dai quali siamo ormai distanti e dando al tutto, almeno ai nostri occhi, il pieno sguardo della reunion. Noi abbiamo già espresso nostra opinione verso tali operazioni, inoltre essendo una band che non muove economie tentatrici, ne imperniata su ego personali necessitanti costanti annaffiature, possiamo permetterci il lusso di astenerci, di non esserci.”

Siete tornati a modo vostro, decidendo di staccarvi parzialmente dal nome Disciplinatha. Una scelta rischiosa perché il pubblico è ancora affezionato ai vostri vecchi lavori, basti vedere le quotazioni che hanno raggiunto tra i collezionisti.
(Dario Parisini) “La nostra storia, fin dal primo passo, è corollario di scelte rischiose. Quando si è ceduto a far un po’ diversamente, ad ascoltare consigli competenti, non credo abbiamo dato il meglio. I quotati dischi di cui parli sono frutto di non scelte, di istinto puro. Si dovrebbe fare anche quel che è giusto, non solo ciò che conviene. Questa credo sia il discrimine mentale tra il dirsi indipendenti e il resto, tra far politica e fare Arte. Ciò detto, è necessario andare oltre a noi stessi, in primis come stimolo personale. Disciplinatha è un filtro ottico obsoleto, lo dimostra il fatto che le visioni, e i nostri ”avvisi” del tempo, sono oggi realtà concrete, stabili e visibili da molti. Le nostre prime tematiche, e le contraddizioni su cui ponevamo lo sguardo, sono oggi speculazioni ricorrenti tra i pochi lucidi, coraggiosi intellettuali e osservatori del nostro tempo, ci fa piacere ma, noi si è già altrove.”

Nella vostra incarnazione precedente dietro le pelli si sono alternati Simone Belotti e Andrea Albertazzi, come mai oggi non troviamo nessuno dei due nella line up? E come è nata l’idea di coinvolgere Justin Bennet degli Skinny Puppy?
(Marco Maiani) “Semplicemente perchè i due precedenti batteristi da tempo battono strade diverse e non risultano interessati al lavoro che il gruppo propone oggi. La scelta di Justin, oltre che essere un amico e stimato artista, è stata spontanea: da tempo collabora con Cristiano in altri progetti e quindi chiedergli di partecipare è stata una scelta naturale.”

Fa la sua comparsa, anche se solo in un brano, Valeria Cevolani, come è stato tornare a lavorare con lei?
(Cristiano Santini) “Personalmente mi ha fatto un gran piacere e spero sia stato così anche per lei. Non ti nascondo che all’epoca dei Disciplinatha, il fatto di essere “due voci nello stesso pollaio”, in alcuni frangenti creò qualche attrito, anche se mai nulla di tragico. Comunque quando Dario propose di far cantare Val in un brano del nuovo progetto e ho sposato immediatamente l’idea… tra l’altro ritengo che abbia fatto davvero un ottimo lavoro.”

In sede di recensione ho scritto che “il non suonare Disciplinatha è ciò che fa suonare ‘Dish-is-Nein’ Disciplinatha”. Negli anni avete sempre cambiato il vostro sound, ogni disco è stato diverso dal suo predecessore. Scelta mirata o si tratta di un percorso spontaneo?
(Cristiano Santini) “Decisamente spontaneo direi, non ci hanno mai interessato, sia ieri che oggi, le tendenze musicali, le mode o quant’altro. L’ambiente musicale non è diverso da altri ambiti; anche qui ha sempre imperato – ed impera tutt’oggi – il conformismo più becero, spesso mascherato da avanguardie o progetti di “alto” livello culturale. Essendo sempre stati slegati da queste logiche, non abbiamo mai sentito la necessità di inquadrare, omologare il nostro sound a matrici musicali precise. In buona sostanza abbiamo sempre fatto quello che ci pareva, quando ci pareva, come ci pareva ed anche questo nuovo lavoro nasce con la stessa attitudine. Con buona pace di tutta la spazzatura indie rock che impesta le nostre orecchie.”

Vi andrebbe di descrivere con una o due parole ogni vostro disco precedente?
(Marco Maiani)
‘Abbiamo Pazientato 40 Anni Ora Basta’: ARDISTISMO GIOVANILE
‘Nazioni/Crisi Di Valori’: ALLARME CONCLAMATO
‘Un Mondo Nuovo’: ESPLORAZIONE NERVOSA
‘Primigenia’: IL CIGNO NERO
‘Tesori della Patria’: PIETRA TOMBALE

Altro elemento fondamentale per voi è quello lirico, questa volta avete collaborato con Mercy degli Ianva. Perché la scelta è ricaduta su di lui?
(Dario Parisini) “Amo Ianva fin dal primo album ‘Disobbedisco’, e sentendo il brano ‘Fuoco a Fiume’, mi commossi. Riconobbi in loro anche qualcosa di comune ai miei primi passi. Scrissi loro presentandomi e desideroso di conoscerli. La risposta non fu immediata ma gratificante:”Ciao Dario, premetto che il vostro primo disco al tempo lo abbiamo consumato etc etc”. Da quel giorno lentamente abbiamo cominciato a frequentarci, scoprendo e coltivando una rara empatia umana ed un’interessante osmosi relativa agli sguardi sul mondo. Ormai non passa settimana in assenza di conversazioni fiume. E’ stato naturale quindi concretizzare i nostri scambi in qualcosa di pubblico appena possibile oltre le collaborazioni già in atto (Cristiano Santini ha mixato ‘Canone Europeo’ e da anni li segue come fonico live). Adoro come pensa e si traduce Renato, ha uno stile ricco ed aulico davvero pregiato e senza paragoni. Non è stato facile per lui piegarsi alla nostra sintesi, alla nostra grammatica strutturale, abituato com’è a testi articolati e generosi. Con me a fianco, nei quattro brani in cui ha collaborato, ha dovuto scrivere in pressante sottrazione rispetto ai suoi moduli, si è reso disponibile a mettersi in gioco con grande onestà e coraggio. Personalmente confido in ulteriori collaborazioni anche in senso opposto.”

Passiamo dall’aspetto testuale a quello visivo, cosa rappresenta la copertina?
(Dario Parisini) “Rispetto al cofanetto Antologico ‘Tesori Della Patria’ in cui, per l’artista Simone Poletti, si trattava di impossessarsi dei nostri linguaggi e moduli estetici precedenti, padroneggiandoli in suo stile, ‘Dish-Is-Nein’ è stata una lunga gestazione. In antitesi con ciò che si vede nel mondo musicale ed artistico, ove spesso tutto è distrofico, angusto, nebuloso e con un perverso e compiaciuto senso del disfunzionale, siamo partiti da un’idea di candore e pulizia stilistica. Un non secolarizzato bianco e tre elementi chiave ed iconici, valoriali. La spiga di grano, simbolo di fertilità e sobria abbondanza, un rosario cristiano a simboleggiare il presidio del sacro, del trascendente, ed alcuni proiettili, simbolo della necessaria volontà a difendere tutto ciò. Tre elementi iconici ossessivamente erosi dalla feroce e mortifera ideologia terminale dominante. Arrivare alla sintesi della corona di spine (si torna al concetto di Veronica Cristiana) viene da sé. Idem la tela che rimanda ad un sudario patito, una Sindone pro capite, di ciò che resta dell’uomo al servizio di tutto, tranne che di sé stesso.”

Qual è il pezzo all’interno dell’album che si ricollega maggiormente a quanto avete fatto in passato e quale invece rappresenta il punto di partenza per il sound del vostro futuro?
(Cristiano Santini) “Domanda non semplice; ragionare sul proprio lavoro è sempre complesso perché è difficile essere liberi e super partes nelle valutazioni che si fanno. In realtà, dal mio personale punto di vista, ritengo che tutti i brani presenti all’interno dell’Ep rappresentino sia un legame con il nostro passato – cosa abbastanza inevitabile, direi – che una svolta verso un sound per noi nuovo e che rispecchi appieno le persone che siamo nel 2018. Detto ciò, se proprio devo scegliere due brani che rappresentino “ieri ed oggi”, direi ‘Eva’ e ‘La Chiave Della Libertà’.”

Avete scelto di esordire con Ep in vinile, scelta che richiama il vostro storico primo esordio. Quali sono le maggiori differenze che avete riscontrato tra il mondo discografico odierno e quello in cui vi muovevate prima dello scioglimento?
(Cristiano Santini) “È cambiato quasi tutto; le discografiche come le conoscevamo una volta non esistono più, e questo non è necessariamente un male. Negli ultimi 15 anni il formato cd è stato sepolto dall’mp3, che a sua volta è stato soppiantato dallo streaming. E’ completamente mutato il modo con cui la gente fruisce di musica. Oggi viene tutto consumato e fagocitato molto rapidamente – e spesso in modo molto superficiale e distratto – per cui è veramente difficile ed anche abbastanza inutile, credo, fare un paragone tra il ‘97 ed il 2017. Non è un caso che si sia scelto il vinile come supporto “principe” – poi, anche noi, ovviamente, ci siamo “piegati” al digitale – per ‘Dish-Is-Nein’; non è una questione di qualità o altre seghe mentali da nerd, semplicemente questo tipo di oggetto, dal mio personale punto di vista, riconsegna alla musica la dignità che la musica merita.
(Marco Maiani) La differenza è abissale: negli anni ‘90 se non facevi un disco non esistevi, non avevi possibilità di proporti se non dal vivo dove però c’erano diverse possibilità. Oggi con i social basta una base scaricata in mp3 e un video fatto col telefono e chiunque può mettersi in mostra, anche se sei sempre una goccia nel mare, e la qualità delle proposte è poi proporzionale alla banalità del media. Altrimenti c’è il mainstream per chi ci arriva. Negli anni ‘90 esisteva invece un circuito per la musica “italiana alternativa” che riusciva a portare ad un ampio pubblico l’attenzione sui gruppi italiani, una serie di etichette e promoter che investivano risorse, un circuito di locali in cui suonare. Oggi tutto questo è relegato alla buona volontà dei singoli, in una gara al ribasso in cui emergono nella noia generale djset e cover band sottopagate.”

E il mondo in genere com’è cambiato?
(Marco Maiani) “La corsa al low cost ha colpito ovunque: dal salario alle condizioni di vita. La scellerata idea di rendere la Cina la  fabbrica del pianeta ha inevitabilmente spostato a est il flusso di denaro e di conseguenza ha liberato là forze innovative, giovanili, relegando l’occidente al declino senile, alla gestione finanziaria del gruzzoletto nazionale rimasto. Globalizzazione delle merci, delle genti, dei diritti, certo tutto molto intrigante ma oltre alla capacità del web di comprare e ficcanasare ovunque con un clic a costi irrisori in ogni parte del globo, cosa ci ha lasciato? Un rumore di fondo, sia nello scegliere prodotti che nel gestire rapporti umani sempre più assordante, frenetico, dove tutto sfuma in un vacuo calderone sempre più vorticosamente cacofonico. E molte macerie.”

Tornerete anche a esibirvi dal vivo?
(Cristiano Santini) “Come mi è capitato di dire già in un’altra intervista, è prassi consolidata che una band, dopo la pubblicazione di un nuovo lavoro, organizzi un tour per presentare l’album dal vivo, come è altresì chiaro che per chiunque faccia musica, la dimensione live è quella probabilmente più coinvolgente e gratificante. Questo per dire che, se matureranno le condizioni che ci permetteranno di portare davanti al pubblico il concept attorno al quale è nato il nuovo progetto Dish-is-Nein allora sì, sarebbe bello calcare nuovamente un palco, diversamente non saremmo interessati. Fortunatamente ci sentiamo nella condizione di non dover dimostrare nulla a nessuno, questo si tramuta in una totale e completa libertà di scelta, e non è poco. Posso anticiparti comunque che presenteremo in anteprima nazionale il nuovo lavoro, in occasione del Neuropa Festival, che si terrà a Bologna il 27 e 28 Aprile.

 A voi la chiusura…
“A nome dei Dish-Is-Nein, ti ringraziamo, e ringraziamo Metal Hammer e i suoi lettori, per lo spazio che ci avete concesso e per l’attenzione dedicata al nuovo progetto.”

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