Ville Valo – Il ritorno del principe malinconico

Il 23/02/2023, di .

Ville Valo – Il ritorno del principe malinconico

Abbiamo avuto l’occasione di raggiungere Ville Valo telefonicamente a qualche giorno dall’uscita del suo primo, nuovo, lavoro solista ‘Neon Noir’ (trovate la recensione qui) e dopo un breve scambio di battute per rompere il ghiaccio siamo entrati nel vivo dell’intervista…
Ciao, bentornato su Metal Hammer Italia, è un piacere averti di nuovo con noi.
“Felice di essere tornato, e grazie dell’invito. Come va?”
Bene, si sta ripartendo. Quasi tutto è tornato alla vita normale, anche i concerti…
“Oh sì, è vero, tutto sta tornando alla vita normale dopo questi anni, solo, sai, cosi lentamente… ma sì, è bello sentire che le cose stanno migliorando anche lì. Spero proprio che migliorino, anche perché non è bello andare in tour se tutti hanno motivo di essere spaventati rispetto alla pandemia o altro”.
Raccontaci qualcosa del ritorno sulle scene dopo lo scioglimento degli HIM, l’esperienza con i The Agents, la bolla pandemica. Chi è Ville Valo oggi?
“Oh beh, è passato tanto tempo… in fin dei conti, l’ultimo concerto che ho fatto con gli HIM era il 2017…”
C’ero anch’io.
“Oh wow, grande! Grazie per il supporto, è stato un tour particolarmente ricco di emozioni. Beh, avevo parlato un po’ con il mio amico dei The Agents, mi aveva accennato l’idea di lavorare su un album e ne avevamo discusso già prima che gli HIM si sciogliessero. Così ho pensato che potevamo fare un tentativo, vedere come suonasse la musica nell’insieme e cose del genere. Credo sia stata una grande idea perché si tratta di un progetto davvero molto diverso, come il giorno e la notte, il che è ottimo perché sarebbe stato molto strano tornare a fare le cose alla VV subito dopo gli HIM. In fin dei conti ci sono così tante analogie… è come dopo una lunga storia d’amore: non vuoi iniziarne un’altra proprio subito, hai bisogno di un po’ di tempo per mangiare gelato da solo, guardare stupide serie tv…”
Certo.
“Beh, sto divagando su tutto quello che è successo perché ha rappresentato tantissimo lavoro. L’intero nuovo album è stato tantissimo lavoro. Ho iniziato a lavorarci su poco alla volta dopo che gli HIM si sono sciolti. Avevo poche idee ma ho continuato ad affinarle mentre eravamo in tour e registravamo con i The Agents. Tutto sommato mi ci sono voluti quasi sei anni per mettere l’album tutto insieme, incluso scriverlo, registrarlo, editarlo, preparare l’immagine di copertina e pubblicare il tutto. In parte è stata colpa della pandemia, specialmente rispetto al vinile, ad esempio. Avevo pensato che fosse molto importante far uscire il vinile nello stesso momento della versione digitale e, non so se sia dovuto alla pandemia o cosa, ma i tempi di attesa per la stampa dei vinili era di oltre otto mesi. Ciò vuol dire che bisognava avere il master e l’immagine della copertina pronti quasi un anno prima che l’album fosse effettivamente in vendita. Volevo giocare sul sicuro e avere un po’ d’anticipo su ogni cosa, piuttosto che ritrovarmi in una situazione in cui c’è il tour in vista e l’album non è ancora nei negozi. Ho amici a cui è successo e non è una bella cosa…”
Cosa ci dici del periodo della pandemia? Come hai gestito quella forte precarietà dell’immediato futuro in cui vivevamo?
“Penso di averla gestita esattamente come chiunque altro, con una specie di umorismo macabro e il fatto che in qualche modo fosse facile perché nessuno sapeva, eravamo tutti nella stessa merda. Nessuno ne sapeva del futuro più di chiunque altro, eravamo tutti in un posto bizzarro e credo che l’essermi concentrato sulla musica mi abbia aiutato a dedicarmi a qualcosa di concreto. Non direi necessariamente che sia “positivo”, forse “costruttivo” è la parola migliore. Insomma, facevo qualcosa, mi sentivo con alcuni dei miei amici e tutto il resto, per quasi sei mesi dall’inizio della pandemia. Dev’essere stato un periodo abbastanza difficile per molti di noi, in particolar modo per i creativi, come i musicisti. Un sacco di gente ha perso la speranza e questo a causa di quanto bizzarra e affascinante fosse la globalità della situazione. A dirla tutta, ho molti amici che non sono musicisti e penso che, a meno che non fossi nell’edilizia, eri fottuto. L’edilizia è l’unico settore che ha lavorato bene. Molte persone hanno speso i loro soldi in quel settore perché non potevano viaggiare e tutto il resto. Li hanno spesi per ristrutturare la cucina o che so. Ho amici nell’edilizia e loro erano molto contenti, non avevano mai avuto così tanto da lavorare in tutta la vita, buon per loro!”
Per tutti è stato un brutto momento…
“Certo, però penso che sia stato stimolante, sai? Alcuni potrebbero forse considerare noi artisti come persone sensibili e così via, ma penso sia stato molto facile rispetto a uno qualunque dei miei amici che avevano un appartamento di due stanze, una moglie e due figli. Perché è stato terribilmente duro per i bambini. Immagina essere un adolescente, o immagina proprio compiere diciotto anni durante i lockdown, e immagina avere tutte quelle cose di cui ne hai troppo, come gli ormoni che corrono nel tuo corpo. O tuo figlio proprio quando sta imparando cos’è la vita e all’improvviso siete tutti messi dentro queste quattro mura e per un periodo di tempo indeterminato. Dev’essere stato terribile anche dover tutto d’un tratto lavorare da remoto: come puoi tutto d’un tratto convertire una normale piccola casa in un ufficio per due e una scuola da remoto per i ragazzi, magari anche adolescenti che stanno passando il loro inferno adolescenziale? Beh, a me è andata bene, credetemi! Avevo il mio spazio dove poter lavorare e in fin dei conti, filosoficamente parlando, ho pensato che l’unica cosa che potessi fare fosse creare musica. Perché, sai, non avevo davvero scelta: io non credo necessariamente nel destino, ma a volte penso che se sei spinto nell’angolo devi trovare in qualche modo una prospettiva positiva. E penso che durante il Covid la prospettiva positiva per me fosse il fatto questa situazione mi costringesse a lavorare più intimamente con la musica a livelli completamente nuovi rispetto a come avevo fatto prima. Credo che sia stata davvero una grande lezione di apprendimento e qualcosa che tengo molto vicino al cuore ora che ho completato il tutto, l’intero album. Col senno di poi è difficile dire quale parte del sound o della scrittura dell’album sia influenzata dal Covid, ma certamente ha contributo con un po’ della sua magia oscura, ne sono sicuro”.
Andiamo alla prossima domanda: come nasce ‘Neon Noir’ e cosa ti ha spinto a fare ancora musica?
“Durante la pandemia e anche un po’ prima, dopo gli HIM, ho avuto alcuni mesi a disposizione, poi ho iniziato a lavorare al progetto dei The Agents che mi ha dato del tempo per pensare, perché non c’era da scrivere nuovo materiale, facevamo perlopiù cover. Quindi ho avuto l’opportunità di essere un po‘ uno zombie per del tempo, almeno rispetto al processo creativo. Quando i The Agents sono finiti mi sono sentito molto a disagio e l’unica cosa che potesse confortarmi era iniziare di nuovo a creare. È come un prurito, e questo particolare prurito lo puoi grattare afferrando la chitarra e iniziando a canticchiare degli accordi e vedere cosa porta. Credo sia quello che ho sempre fatto, la musica mi aiuta a colpire il dolore di ogni giorno o comunque lo si voglia chiamare, il rumore emotivo di fondo o il grigiore quotidiano. È sempre stata lì per me, quando ho scritto la prima canzone credo di aver avuto otto o nove anni, con una melodia sul mio basso, e non sono sicuro se si possano definire canzoni o meno, ma è stata una parte così integrante di chi sono che per me è difficile immaginare la vita senza. Beh, è una risposta involontariamente lunga, scusatemi, ma alla fine ho dovuto fare ‘Neon Noir’ e non c’era niente altro che avessi potuto fare. Era scritto nelle stelle, come si dice”.

‘Neon Noir’ è un album letteralmente solista: hai suonato e registrato tutti gli strumenti, una grande sfida, credo. Puoi raccontarci di questa scelta asociale?
“Beh, sai, sono sempre stato un po’ allergico agli esseri umani. Ciò mi ha dato la possibilità di farlo. Avevo già fatto i demo di alcune canzoni per ‘Tears’ of tape e anche all’epoca di ‘Darklight’, e più recentemente sono stato in uno studio ad Helsinki dove ho registrato per metà le tracce di ‘Space of god’ e ‘Under the rose’, ‘Junkle shadows’ e canzoni cosi sui demo. Poi ho fatto ascoltare i demo ai ragazzi con cui dovevo diciamo riarrangiarli. In effetti ero molto pratico con questo tipo di lavoro, fare qualche sorta di musica da solo, ma non avevo mai registrato davvero nulla professionalmente, a parte la voce, e questa è una delle ragioni per cui mi ci è voluto così tanto per finire l’album. È stato un periodo formativo, abbastanza bizzarro per un vecchio lupo del rock business, nel senso che avevo già partecipato alla registrazione e alla creazione di diversi album e ne sapevo qualcosa della produzione di un disco da una certa prospettiva. Ma da un’altra, non ne sapevo nulla. È stato abbastanza divertente cercare di capire le basi della registrazione mentre avevo già le idee chiare di come volevo che suonasse. Alla fine l’ho trovato faticoso e stimolante e sento che mi ha fatto bene l’essermici buttato. Sai, è una buona cosa sapere come si fa, e farlo, anche perché credo che forse in fin dei conti la cosa importante fosse che ‘Neon Noir’ per me non suonasse come nulla che avessi fatto in passato, e alla fine non suona come alcuna musica rock contemporanea e penso sia una cosa positiva. Non deve necessariamente suonare professionale come, non so, gli Architects, ma ha il suo proprio timbro e la propria tonalità, ed è tutto organico, e penso sia importante perché alla fine sono cresciuto con band come i Black Sabbath che avevano un suono unico e ce l’hanno ancora, o come i Dinosaurs Juniors che sono sempre stati super tosti, o come Neil Young, che mi ha ispirato molto e che è anche un grande esempio riguardo al prodursi da sé, in tutto o in parte, creando degli album che suonassero davvero strambi e fuori dagli schemi. Poi, certo, non si tratta solo di fare le cose da soli, ho sempre apprezzato gli artisti che davano un’impronta sonora e penso che molta di questa roba non è premeditata. Ha più a che fare con l’ascolto, seguire la corrente e fare ciò che va fatto, seguire l’intuizione e seguire il sound: prendere una decisione in base ad un sound che ti ha colpito e seguirlo, essere rapiti dal sound. Lo segui e vedi quanto questo sound ti porta dentro la canzone, o come un certo sound può influenzare la canzone o portare nuova ispirazione rispetto al prossimo sound. Sembra abbastanza facile, e lo è, ma è anche molto profondo, almeno per me. Quindi penso che la cosa più bella di Neon Noir sia stata farlo, registrarlo da me, renderlo in qualche modo, non mi piace usare la parola originale, ma non è simile a nient’altro, quindi…”
È tuo.
“Beh, hai riassunto abbastanza bene. Perché le canzoni sono mie e sono anche molto personali. Pensavo non ci fosse nulla che andasse così bene insieme come il fatto che l’intera produzione fosse molto molto personale. Credo che ciò enfatizzi la profondità emotiva dei testi e di tutto il resto perché le decisioni sul sound, ad esempio, sottolineano il significato delle parole e degli effetti e così via. Va tutto insieme e tutto è non per forza come la grande famiglia felice, ma forse come una specie di famiglia Addams, molto interessate nonostante tutto”.

Come fan di lunga data di quel che chiamavamo love metal, mi piace davvero come suona ‘Neon Noir’. Penso sia vero, fresco, diretto, intenso. Possiamo considerarlo, musicalmente parlando, un ponte tra la musica degli HIM e la tua futura carriera solista?
“Sì sì, penso che lo sia. Parla di me e di come provi ad imparare a trovare la mia strada e a trovare la mia voce ora che sono senza una band. E per ovvie ragioni. Insieme ai ragazzi ho imparato molto sull’amicizia, sulla musica, sulla strumentazione e sulla vita in generale. Sarebbe stato strano per me non mettere le lezioni che ho imparato dentro ‘Neon Noir’, penso sia un passo avanti. Sai, scrivevo queste canzoni melanconiche già prima degli HIM, sono sempre state lì. La fonte è sempre la stessa, solo che stavolta indossano un abito diverso”.
Ok, posso chiederti qualcosa un po’ fuori dalla comfort zone?
“Vai”
In molti articoli e video che ho visto in giro riguardo alla promozione di ‘Neon Noir’ sei frequentemente apostrofato come l’ex frontman degli HIM. Questo ti da fastidio?
“No no, mi avrebbe dato fastidio se mi avessero chiamato l’ex chitarrista degli HIM o altro, quindi va bene. Non sono sicuro se orgoglio sia la parola giusta di questi tempi, ma sono abbastanza orgoglioso del fatto che siamo stati amici con i ragazzi della band per moltissimo tempo e dell’aver fatto dei begli album in quelle decadi. È un lungo periodo di tempo ed è una cosa parecchio speciale. Noi, la band, veniamo dagli anni novanta, abbiamo iniziato a registrare prima degli incontri in streaming e dei social media. Possiamo dire che abbiamo visto lo sviluppo e un grande cambiamento nell’intera industria musicale, e trovo che sia molto interessante. Certamente desideravo diventare più grande dei Metallica, si può solo sperare, e sono felice degli alti e dei bassi. In questo senso non mi dispiace affatto se la gente dice che cantavo con gli HIM, e questo è anche ciò che dico a me stesso. Ho parlato anche con giornalisti che non conoscevano gli HIM così bene, e ho solo menzionato i miei trascorsi con gli HIM, che cantavo con loro e che abbiamo fatto questo o quello. Non ho vergogna del passato, ecco”.
Ok, con la prossima domanda usciamo del tutto dalla comfort zone, spero non ti dispiaccia. Com’è suonare e creare musica da sobrio?
“Beh, sono sobrio da molto tempo. Penso che il modo migliore di spiegarlo, almeno per me, sia semplicemente di considerare che era molto difficile suonare la chitarra con le mani che tremano tutto il tempo. Sai, quando ti svegli e devi bere un paio di birre e fumare dieci sigarette, o altro, solo per essere operativo: non ha senso. Non è un buon modo di vivere. L’ho gradito per un po’, anche perché sono cresciuto con alcuni dei miei idoli che avevano uno stile alla Jim Morrison e ho sempre pensato che facesse parte del lavoro, il comportamento autodistruttivo o che sia. C’ho provato per un pochino, poi ho capito che non ero fatto per quello: non potevo fare musica e stare fuori di testa o comunque sotto qualche sostanza allo stesso tempo. questo è il motivo per cui ho smesso, nel mio caso, di bere. Beh, non sono bravo a fare le cose con moderazione ed è qualcosa che a volte ho imparato strada facendo. È meglio per me concentrarmi su qualcosa di semplice piuttosto che essere per metà musicista e per metà ubriacone. Dopotutto si tratta di lavorare sulla musica e non essere sotto sostanze significa avere giorni più lunghi, ascoltare meglio tutto: la mente lavora meglio perché non è schiava di un intossicante. Mi piaceva scrivere testi bevendo vino rosso e altro, ma non penso che quei testi siano migliori o peggiori. Penso si tratti solo di imparare una condotta e di pensare a cosa dover fare, e l’unica cosa che ho da fare è tirar fuori il meglio dalla mia parte per scrivere le migliori canzoni che posso”.
Ok, come ti appare il futuro adesso?
“Sono molto contento di aver fatto le prime esibizioni in giro, sono andate molto bene ad Helsinki, circa una settimana e mezzo fa. Significa che in meno di un mese viaggeremo attraverso la Polonia e inizieremo da lì la parte europea del tour. Quest’anno sarà più o meno dedicato al tour, a cercare di capire cosa indossare e cosa è tornato di moda, il solito. Per ora stiamo mettendo insieme qualche nuova idea. È sempre buono avere qualche idea a crescere in qualche modo nel subconscio, ma non ho iniziato coscientemente a lavorare su materiale da studio, non ancora. Anche lavorare da solo in futuro è una di quelle cose di cui non sono sicuro, nonostante sia stata un’esperienza importante per me. Desidero anche che l’album arrivi, perché resta da vedere come il pubblico lo prenderà e quanto le persone apprezzeranno quello che ho cercato di fare, la produzione, il sound e tutto il resto. Devo essere realistico e vedere, sentire quanto la gente lo apprezzi e quali sono i pro e contro che riguardano l’album. Proveremo a far meglio la prossima volta, ad ogni costo”.
Ok, è tutto. Grazie del tuo tempo. è stato incredibile per me. Se qualcuno avesse detto alla me stessa quindicenne che un giorno avrei conversato con te, non gli avrei mai creduto.
“È stato un piacere anche per me, e spero di vederti durante il tour. Verrai?”
Certo, a Milano, il prossimo marzo.
“All’Alcatraz, certo. È una grande venue. Ho delle vibrazioni positive perché i primi spettacoli ad Helsinki sono andati molto bene, la band si è davvero divertita ed è un grande inizio. Penso che saremo in ottima forma quando arriveremo in Italia”.
Ti facciamo i migliori auguri e ci vediamo presto!

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