Firenze Rocks @Visarno Arena – Firenze, 16/17 giugno 2018

Il 24/06/2018, di .

Firenze Rocks @Visarno Arena – Firenze, 16/17 giugno 2018

Firenze Rocks alla sua seconda edizione si presenta già prontissima nelle papabili vesti di principale kermesse festivaliera d’Italia, sia per l’ampia e notevolissima location, in grado di soddisfare ogni esigenza logistica e accontentando tutti i palati in fatto di gusti musicali, dato che è stato soprattutto il variegato cast artistico invitato sulle rive dell’Arno a tracciare il solco, marcando decisamente così la differenza. Un cast stellare, che ha fatto arrivare a Firenze la bellezza di oltre duecentomila persone, numeri che fanno clamore e che elevano alla massima potenza lo “status” del festival toscano, proiettato verso una dimensione decisamente più internazionale, alla stregua dei grandi rock festival esteri, quelli storici sia per il prestigio del blasone che per gli alti numeri di presenze registrate. Durante il quale, quasi fosse una curiosa “staffetta” tutta in onore del rock’n’roll nelle sue più autorevoli diramazioni, si sono dati il cambio alcuni tra i nomi più grandi e illustri ci siano in circolazione, dai Foo Fighters di Dave Grohl a Ozzy Osbourne, passando per Guns N’Roses e Iron Maiden, questo tanto per evidenziare soltanto gli headliner, ma non possiamo non rivendicare il ruolo fondamentale svolto da leggende del calibro di Judas Priest tornati alla grande con un album dell’impeto e della fierezza di ‘Firepower’, dagli Helloween del “figliol prodigo” Michael Kiske, o dalla truppa del “nuovo che avanza” rappresentato muscolarmente dagli Avenged Sevenfold; un nome che, per forza di cose, non ha potuto non innescare un mare di polemiche, non tanto per la loro performance (più che discreta) ma più che altro per la loro posizione in scaletta, che è andata a scapito degli stessi Priest.

Firenze Rocks 2018 è stata un’entusiasmante “carrellata” di immagini forti, suggestive, e di colori tendenti allo scuro, se si parla di rock è ovvio che sia così, “scatti” che quasi hanno rivoluzionato l’immaginario collettivo, di questa enorme folla che ha popolato la Visarno Arena dal 14 al 17 giugno, in primis probabilmente il duetto tra Axl Rose e Dave Grohl, con la “benedizione” di Slash e Duff intervenuti a dar man forte, avvenuto durante la fiammeggiante esibizione dei Foo Fighters, con una ‘It’s So Easy’ da consegnare ai posteri. Nella fila delle “cartoline” più d’impatto, credo che il primo posto spetti, senza timori di smentita, e anzi indiscutibilmente e doverosamente, al magniloquente, sfacciato e dirompente show degli Iron Maiden, per chi scrive tra i migliori concerti in assoluto mai tenuti in Italia dalla Vergine di Ferro. Bruce Dickinson è sembrato quasi un altro, letteralmente, l’intensità e l’entusiasmo trasmessi sono stati a dir poco travolgenti, di grandissimo impatto le scenografie (fantastica per esempio l’opener ‘Aces High’, con la comparsa sullo stage di un autentico bombardiere!) e i fondali che cambiavano a seconda del brano suonato, a capitanare una band quasi mitologica, che oramai ha superato anche sé stessa. Ammirare Steve Harris che cantava ogni canzone, con la sua consueta determinazione e una passione che sembra non esaurirsi mai, beh, è una visione d’altri tempi, spiega molto del perché questo gruppo è idolatrato in ogni angolo del globo. A rendere ancora più spettacolare la performance degli inglesi, una setlist pressoché inedita e con canzoni che hanno letteralmente mandato in visibilio il pubblico, a mio avviso ‘Where Eagles Dare’, ‘The Clansman’, ‘Sign Of The Cross’ e specialmente ‘Flight Of Icarus’ i brani che hanno portato ancor più smalto a uno show semplicemente perfetto. Mattatori assoluti di Firenze Rocks 2018 e di una terza giornata in cui si sono alternati una buona realtà come gli Shinedown (di Jacksonville, Florida, band che ama miscelare rock moderno con delle influenze southern tipiche della sua zona, la quale comincia ad imporsi anche in Italia, seppur in tono minore), l’ambizioso Jonathan Davis per la prima volta senza l’apporto dei suoi Korn, alle prese con un’avventura in solitaria che, esattamente come su disco, il fresco fresco ‘Black Labyrinth’, rischia di non esser né carne né pesce. Un capitolo a parte, invece, lo meritano gli Helloween che, in sostanza, hanno replicato lo stesso show autunnale suonato l’anno scorso a Milano: abbondanti gli spunti vincenti, ma anche qualche pericolosa uscita a vuoto, e meno male che ci ha pensato l’indomito Kai Hansen a richiamare tutti all’ordine azzannando il microfono come solo lui sa fare. Ragion per cui il “compitino” è stato portato a casa, ma, per quanto mi riguarda, va primariamente ringraziato il medley ‘Starlight’ / ‘Ride The Sky’ / ‘Judas’ / ‘Heavy Metal (Is The Law)’, è lì dentro che io trovo l’essenza più genuina degli Helloween primordiali, seppur riconoscendo l’enorme portata (artistica e non) dei due ‘Keeper…’.

La domenica, giorno finale sia per quanto riguarda la manifestazione fiorentina, ma soprattutto nei confronti di Ozzy Osbourne, pare sia stata proprio quella al Firenze Rocks la sua ultima esibizione italiana (ma, si sa, gli artisti una ne dichiarano e cento ne fanno, e l’ex macellaio di Aston è tra quelli da non prender mai troppo seriamente, l’imprevedibilità è tutta farina del sacco di John Osbourne…), per questo, ancora di più, in maniera netta, il giorno è stato speciale. Un giorno che, aperto dagli Amphitrium, extreme metallers ticinesi di cui, chiedo venia, non avevo mai avuto notizia prima, si è poi sviluppato attraverso la brillante performance di Mark Tremonti e la sua omonima band, fresca autrice del full length ‘A Dying Machine’; davvero bravi gli statunitensi, peccato solo che, spesso, tradiscono molti punti d’incontro con la band madre di Tremonti, gli Alter Bridge. Piccola nota a margine: il buon Mark, sulla sua chitarra, ha incollato una sorta di “santino” raffigurante Dimebag Darrell, già questo la dice lunga di che pasta è fatto il chitarrista originario di Detroit. D’altronde, chi può vantare i natali nella “Motor City” per antonomasia, figuriamoci se può tradire… Rapido cambio stage, e in campo sono scesi i Judas Priest, tra le formazioni più attese dell’intero festival toscano, i quali nonostante i recenti problemi di line-up (uno come il chitarrista e leader storico Glenn Tipton non si rimpiazza così su due piedi), hanno sfoderato una classe e una veemenza che, fin dalle prime battute, hanno lasciato attoniti, il drumming di quel mostro di bravura qual è Scott Travis non lo scopriamo certo oggi, anche se è il carisma e lo spirito di Mr. Rob Halford che fanno sempre il bello e cattivo tempo, senza voler “minimizzare” la sua celeberrima ugola che, anche qui alla Visarno Arena, ha scombussolato tutti i presenti infischiandosene alla grande dell’età che avanza. Purtroppo però, per i Metal Gods di Birmingham, non si è trattato di uno show del tutto perfetto, di certo il sole cocente sotto cui stavano suonando gli attempati Priest non ha aiutato, anzi, ragione per la quale si sono visti costretti ad accorciare il loro set eliminando due “totem” metallici quali ‘Living After Midnight’ (grottesco forse suonarla con oltre trenta gradi di temperatura?) e soprattutto ‘Breaking The Law’, probabilmente il brano che più degli altri simboleggia lo storico quintetto britannico. A stemperare un po’ i dubbi e più di una delusione, vi è stata la riscossa di pezzi che han fatto storia e hanno ispirato intere generazioni di metalheads, ‘Grinder’, ‘Sinner’, ‘Tyrant’, la sorprendente ‘Turbo Lover’, ‘Freewheel Burning’, oppure ‘Painkiller’, il terremotante inno datato anni Novanta e, paradossalmente, il primo atto di crisi tra Halford e i Priest dell’epoca, ‘You’ve Got Another Thing Comin’’ e ‘Hell Bent For Leather’, con il buon Rob a far rombare la sua fedele Harley-Davidson. Dal nuovo disco, la title-track stessa, posizionata come apertura, e la “manowariana” ‘Lightning Strike’ hanno confermato direi brutalmente l’incredibile qualità dell’album, che ha giustamente riportato i Priest agli onori di cronaca. D’altronde, qui si parla di aristocrazia. Aristocrazia metallica. Per nulla intenzionata ad abdicare. Non propriamente il mio gruppo prediletto, invece, quello dei super quotati Avenged Sevenfold, gruppo californiano che, anche nel Bel Paese, gode di un affezionatissimo seguito accorso in massa a Firenze, forse anche per riscattarsi dalla delusione provata dopo la clamorosa e improvvisa cancellazione della loro data fissata un anno fa al Mediolanum Forum di Assago. I cinque di Huntington Beach capeggiati dal vocalist M. Shadows ci hanno comunque dato dentro senza lesinare energie, piazzando in maniera strategica i loro brani migliori – mica male il trittico iniziale ‘The Stage’, ‘Afterlife’ e ‘Hail To The King’ – e portando a casa il risultato quasi con un “filo di gas”. Visto il contesto in cui suonavano, gli Avenged hanno forse pagato la loro posizione “delicata”, il dover esibirsi “schiacciati” tra due “mostri sacri” del metal come i Priest e l’headliner Ozzy Osbourne ha creato qualche pressione di troppo, e generando polemiche e critiche a non finire. A dire il vero, sterili e fini a sé stesse, come purtroppo spesso avviene in tempi come questi in cui polemizzare sembra esser diventato lo sport nazionale, praticato in ogni settore (e anche il mondo della musica, il metal in particolare, non sembra essere immune dal vizio…). A mettere l’ideale sigillo al Firenze Rocks 2018, l’oscuro metal rendez-vous marchiato Ozzy Osbourne, leggendario frontman nonché anima storica dei Black Sabbath, quelli che, l’heavy metal, lo inventarono alla fine degli Anni Sessanta, con il declino della “Woodstock generation” e l’arrivo, tragico, del Vietnam. Con Ozzy può accadere tutto e il contrario di tutto, ma con lui non sono mai mancati spontaneità e divertimento, il suo show è realmente un “ottovolante” su cui salire e lasciarsi sballottolare senza alcun freno, sull’onda dell’entusiasmo generato da canzoni che fanno parte di noi, questo è stato lo show fiorentino, preso letteralmente per mano da uno stratosferico Zakk Wylde, è lui che ha spostato gli equilibri, e in maniera violenta direi. Lo ha sempre fatto, il barbuto Zakk, ma in riva all’Arno lo ha rivendicato sfrontatamente, peccando quasi di “lesa maestà” nei confronti di Ozzy, al fianco del quale si è schierato l’altrettanto gigantesco Tommy Clufetos, drummer autore di una prova monumentale come da sempre nel suo stile (Rob Zombie e gli stessi Sabbath ancora ringraziano…). Dall’opener ‘Bark At The Moon’ alla conclusiva, immancabile ‘Paranoid’, il viaggio è stato intenso, tremendamente suggestivo, tra ancestrali flashback d’epoca e una solennità arcana del tutto in sintonia con il personaggio, che ama costantemente prendersi gioco di tutto e tutti, anche di sé stesso. Per questo, non possiamo non adorarlo alla follia. Peccato solo non aver potuto corredare questo speciale reportage da Firenze con fotografie relative proprio al concerto di Ozzy Osbourne, il cui management ha ufficialmente vietato l’ingresso di fotografi nel pit. Spiace, spiace davvero che un epitaffio di un’importanza tale si debba consumar così, senza neppure uno scatto “ufficiale”, ma tant’è.

FOTO DI ROBERTO VILLANI

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