In Flames + At The Gates + Imminence + Orbit Culture @ Alcatraz, Milano – 1 dicembre 2022

Il 04/12/2022, di .

In Flames + At The Gates + Imminence + Orbit Culture @ Alcatraz, Milano – 1 dicembre 2022

Parla svedese la notte di Milano, e non certo perchè Ibra con l’ennesima magia ha fatto sognare il popolo rossonero. Il poker d’assi che Vertigo cala sul tavolo dell’Alcatraz offre ad un via via sempre più nutrito pubblico meneghino, un eccellente spaccato di quello che è oggi il melodic death in un suggestivo viaggio attraverso le sue innumerevoli sfumature, da chi ne ha fatto un vessillo e lo preserva con uno spirito integralista a chi lo ha utilizzato come base di partenza per dare vita a mutamenti e contaminazioni spaccando non poco l’opinione di pubblico e critica.

Ma andiamo con ordine. E’ un parterre misero quello che accoglie gli Orbit Culture, band al quale è affidato l’ingrato compito di dare fuoco alle polveri. E’ un peccato, perchè l’orario (siamo allo scoccare delle 18.30) impedisce a chi è alle prese con il lavoro di poter presenziare all’evento ma, soprattutto, alla band di Eksjo di godere di un pubblico adeguato. E meritato, viene da dire, perchè nella mezz’ora a disposizione Niklas Karlsson e soci danno vita ad un set decisamente convincente, grazie ad un pugno di composizioni ben curate (tra tutte spicca la splendida ‘North Star of Nija’), efficaci nell’alternanza di growls e voci di stampo hetfieldiano, riff taglienti e melodie davvero valide che vanno a braccetto con una indubbia pesantezza del sound. Come inizio, davvero niente male!
Tempo di un rapido cambio di palco e tocca agli Imminence prendere possesso della scena. E anche in questo caso, il sentimento predominante è stato lo stupore. Ammetto di non aver mai ascoltato troppo attentamente il gruppo di Trellborg catalogandolo con troppa superficialità tra i tanti gruppi metalcore che popolano la scena nordica; mea culpa, perchè dal vivo i cinque sono davvero capaci di lasciare il segno, soprattutto grazie alla capacità del frontman Eddie Berg di fondere un cantato furioso fatto di scream’n’growl con inserti di violino per nulla banali ma, soprattutto, perfettamente incastonati nel contesto. ‘Ghost’, ‘Chasing Shadows’ e ‘Temptation’ sono signore canzoni che dal vivo assumono una marcia in più godendo di un impatto ancora maggiore che nella versione in studio.

Si alza la temperatura (e con essa il numero dei presenti) quando salgono sul palco gli At The Gates, i “godfather” di Göteborg, una band che, a differenza degli headliner, hanno saputo (o voluto) rimanere fedeli al loro sound, finendo per risultare così una garanzia sia nella loro versione in studio, sia nelle loro esibizioni dal vivo. Tomas Lindberg è il solito animale da palcoscenico, sorride goduto on stage in quello che è il suo habitat naturale, arringa la folla, la trascina prendendola per il collo e scaraventandola in un pesantissimo viaggio attraverso la storia del death metal nordico. L’apertura è affidata a ‘Spectre of Extinction’, unico estratto dal recente ‘The Nightmare of Being’ del 2021 perchè a dominare in scaletta saranno ‘At War With Reality’ del 2014 e la pietra miliare ‘Slaughter Of The Soul’ del 1995, la cui title track scatena il primo inner circle della serata. ‘Cold’ tramortisce con la sua naturale ferocia, ‘Under a Serpent Sun’ spicca per il suo assolo killer ma soprattutto per la chimica tra i fratelli Björler e “Tompa”, forse unico, reale segreto della longevità artistica della band. Che continua a mietere vittime con ‘Death And The Labyrinth’, ‘Blinded By Fear’, ‘At War With Reality’ e con la cadenzata ‘The Night Eternal’, traccia cui spetta il compito di chiudere in bellezza 45 minuti di fuoco.

E venne il momento degli In Flames, band che dividerà il pubblico con l’eterna diatriba “Old In Flames vs. New In Flames” ma che dal vivo continua a non fare prigionieri, mettendo tutti d’accordo una volta saliti sul palco. Uno stage, a dire il vero, insolitamente scarno, senza fondali, con batteria e tastiere sollevate sullo sfondo e una “cornice” di rete metallica a donare un’atmosfera asettica al set. E’ una scaletta decisamente raffinata quella che ci propone la band di Anders Fridén, davvero abile a non far emergere troppo il divario tra le vecchie e le nuove composizioni e proponendoci un percorso abbastanza fedele attraverso la sua nutrita discografia. Come era naturale che fosse, la curiosità era tutta per la resa live degli estratti dall’imminente ‘Foregone’, e possiamo tranquillamente affermare che se ‘The Great Deceiver’ cui spetta il compito di aprire le danze, è semplicemente fenomenale dal vivo così come ‘Foregone Pt. 1’, non convince a pieno ‘State Of Slow Decay’ forse per la natura stessa del brano. La melodia insita nelle composizioni del gruppo spesso viene smussata dal cantato di Anders che pare prediligere il growl alle clean vocals con il risultato di tirare dalla sua anche chi accusava il gruppo di eccessivo ammorbidimento nel corso degli anni. Bjorn Gelotte, sornione, continua a controllare la scena lasciando spesso, con indubbia magnanimità proscenio e qualche assolo al nuovo Chris Broderick, una delle tre “quote statunitensi” della band e davvero eccellente in chiave live, insieme al martello Tanner Wayne e al bassista Bryce Paul Newman. Ma, tornando al concerto, Anders nonostante l’innocente ammissione di star diventando “vecchio e sobrio” non si risparmia, così come l’intero gruppo che scuote l’Alcatraz con una serie di grandi classici da far tremare le vene ai polsi. ‘Only For The Weak’ è il solito carrarmato da concerto cantata a squarciagola da un pubblico impazzito, ‘Pinball Map’ e ‘Cloud Connected’ scatenano poghi furiosi, ma è con la sequenza di demoni rappresentata da ‘Graveland’, ‘Behind Space’, ‘TheHive’ e ‘Colony’ che si scatena l’inferno ai piedi del palco. Fridén gode, prima di riversare sugli astanti il trittico finale rappresentato da ‘The Mirror’s Truth’, ‘I Am Above’ e l’immancabile ‘Take This Life’. Alla fine solo sudore, sorrisi e qualche arto ammaccato, a conferma che magari gli In Flames spiazzeranno ancora chi li accusa di eccessivo allontanamento da quegli standard stilistici che li avevano resi celebri, ma una volta preso possesso del palco rimangono un gruppo con davvero pochi rivali.

Guarda la Photo Gallery a cura di Salvatore Marando:

 

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