Pantera + Guest @ The Return Of The Gods – Arena Joe Strummer Bologna, 2 luglio 2023

Il 14/07/2023, di .

Pantera + Guest @ The Return Of The Gods – Arena Joe Strummer Bologna, 2 luglio 2023

The Return Of The Gods ha portato sul palco dell’Arena Joe Strummer di Bologna uno dei live più controversi di questa estate musicale, quello dei Pantera che, orfani dei compianti Dimebag Darrell e Vinnie Paul stanno portando in giro per il mondo una sorta di tributo di lusso ad una immensa band che, purtroppo, non potrà più esserci. Un tributo che, va detto, è stato applaudito dal numeroso pubblico presente, travolto dall’energia di Phil Anselmo e soci, che hanno dispensato canzoni in grado di fare la storia del metal e ispirare milioni di fan. Con loro sul palco Kreator, Elegant Weapons, Coroner, Fleshgod Apocalypse, Vektor e Sadist.

Per un evento importante qual è stato il ‘The Return Of The Gods’, Festival che ci ha quasi riportati indietro negli anni, ai gloriosi fasti passati vissuti all’Arena Parco Nord di Bologna, Metal Hammer ha serrato le fila e ha mandato in avanscoperta una nutrita truppa composta da Alex Ventriglia, Maurizio Buccella e Francesco Faniello, trio che ha stilato il reportage, completato dalle foto di Roberto Villani, per un lavoro di squadra a pieno regime!

Quasi un deja-vù quando varchiamo i cancelli del Parco Nord, oggi ribattezzata Arena Joe Strummer, se pensiamo ai tempi storici quando a Bologna si tenevano metal kermesse celebri e celebrate, forse è tutto questo il senso di un festival chiamato ‘The Return Of The Gods’. Di sicuro la temperatura è la stessa, e anche l’affluenza appare subito buona, meglio se a beneficiarne sono quindi gli apripista Sadist, band che non ha certo bisogno di presentazione tanto è affidabile e blasonata. Trevor è il solito trascinatore e Tommy, suo degno alter ego, spezza e cuce il crudele leit-motiv che da sempre affresca la storia dei Sadist. ‘One Thousand Memories’ scuote l’illustre passato, ‘Tribe’ lo perfeziona attraverso un modus operandi che ha quasi fatto scuola, e ‘Accabadora’, genialità pura messa al servizio di una storia raggelante, figlia di un’Italia arcana e neanche troppo lontana, che chiama in causa gli ultimi Sadist, quelli del più recente full length ‘Firescorched’.

Stesso humus votato all’oltranzismo meglio se affrontato con grande perizia tecnica, lo dimostrano poi i successivi Vektor, dall’Arizona, una band di culto con vent’anni di attività alle spalle e soli tre album realizzati. Il quartetto di Phoenix, da sempre guidato dal vocalist e chitarrista David DiSanto, strappa applausi e convince nonostante una setlist risicata, ma nella quale risplendono di luce propria brani come l’opener ‘Charging The Void’ e ‘Black Future’.

Tra le formazioni tricolori di cui possiamo andar fieri anche a livello internazionale, un posto di assoluto rilievo lo meritano i perugini Fleshgod Apocalypse, anche a Bologna autori di una grande prova nonostante l’ora ingrata, il caldo torrido e qualche inconveniente a livello di suoni. Con la “solita”, sempiterna sinergia tra la band e l’impeto della voce soprano Veronica Bordacchini che regala grandi picchi emozionali, spesso suffragati dalla brutalità delle parti symphonic death marchio di fabbrica degli umbri. Sul podio, ‘Fury’, ‘The Fool’, ma soprattutto ‘Minotaur (The Wrath Of Poseidon)’, estratto da quel capolavoro che è il loro terzo album, ‘Labyrinth’. Altra formazione che risponde alla grande, va detto, certo è che adesso tocca ai Coroner, band a nostro avviso da amare incondizionatamente…

Quando i Coroner salgono sul palco l’umore del pubblico è nero pesto dopo aver incassato la delusione della defezione dei Behemoth. Il trio svizzero ce la mette tutta per risollevare l’entusiasmo ammaccato degli spettatori, il quale attacca con ‘Golden Cashmere Sleeper, Part 1’ che va ad attingere dalla produzione più recente, si fa per dire, raccolta nella compilation ‘Coroner’ del 1995 che ne ripercorre l’evoluzione, dal thrash canonico degli esordi fino alla gelida architettura letale degli anni Novanta. Ron Broder picchia le sue linee di basso come un istitutore sadico ansioso di dispensare bacchettate su dita paffute, sostenuto dalle figure ritmiche di Diego Rapacchietti, che tracciano abissi dritti in sequenze “Escheriane”. La chitarra di Tommy Vetterli combatte per tutto il tempo con noie tecniche di pulizia del suono, senza però perdere di precisione nella perizia chirurgica del riffing. Il pubblico è come ipnotizzato. Sullo sfondo la sega circolare proiettata in loop animati sembra accentrare sotto il palco tutto il calore del primo pomeriggio. La scaletta ripercorre i classici di ‘No More Color’, ‘Mental Vortex’ e ‘Grin’, coi loro mid-tempos cupi come paesaggi dipinti nella fuliggine, passando persino per ‘Masked Jackal’ dal loro secondo ‘Punishment For Decadence’. Solo in chiusura, dopo l’oscuro post thrash di ‘Grin (Nails Hurt)’, i Nostri ripropongono il thrash classico di ‘Reborn Through Hate’, dall’esordio ‘R.I.P.’. Nel complesso il responso positivo della intera platea si spalmava da quelli che li hanno scoperti per la prima volta domenica a quelli che, a distanza di trent’anni dall’ultimo full-length ‘Grin’, li hanno ritrovati più in forma che mai dopo oltre una decade di ibernazione nel limbo di quei gruppi seminali di cui si sono perse le tracce, mai troppo apprezzati nel loro pieno valore.

Il sole è ancora alto quando i Coroner lasciano infine spazio ai preparativi per gli Elegant Weapons. Lo so, lo stacco è di quelli particolarmente evidenti – la dura legge dei festival, verrebbe da dire. Eppure, il quartetto tira fuori un’esibizione a tratti interessante, forse più per la forza delle individualità schierate che per un concetto di “ensemble” nel loro caso ancora prematuro. Va detto come storicamente io sia stato generoso con i supergruppi (ricavando buone soddisfazioni ma anche non poche scottature), ma nel loro caso la pregiudiziale di inconsistenza mi accompagna inesorabilmente. Attenzione, la formula degli “Elegantoni” ha tutte le carte in regola per centrare l’obiettivo, inclusa la voce di Ronnie Romero, sicuramente più a suo agio con i modernismi sui quali poggia il ponte tra vecchio e nuovo lanciato dal gruppo che con la sacralità dei Rainbow, ma il dubbio che una volta a casa io mi metta e ascolti con attenzione il loro debut album c’è, e resta. Spero ovviamente di sbagliarmi: tuttavia, al netto delle mie esitazioni al cospetto del progetto, le basi per un’esibizione gradevole ci son tutte. A partire dall’introduzione sabbathiana della title-track (che ricorda anche le cose più oscure del Dio solista) passando per l’incedere da Highlands scozzesi di ‘Dead Man Walking’, fino ai familiarissimi echi del Seattle sound presenti su ‘Downfall Rising’. Occhio Ronnie, ché su questi ottimi presupposti ne sono caduti tanti nella Storia, a partire dagli indimenticati Mindfunk proseguendo con i Motley Crue di Corabi e con gli Skid Row del tardo Bach, e la lista è ancora lunga. Tornando al pupillo di Blackmore e Schenker, il singer cileno si conferma gran mattatore di palco oltre che ugola d’oro prezzemolina: scherza sui nervi scoperti dell’italianità in cucina (cappuccino dopo pasto e ananas sulla pizza, più un paio di parolacce di sicuro effetto…), dichiara quattro quarti di nobiltà nel blasone degli Elegant Weapons citando Uriah Heep, Accept, Rainbow e MSG ma tralasciando ad arte i Judas Priest dell’ascia Faulkner, per poi lanciare ‘Lights Out’ degli UFO ed è subito genuflessione agli dei. Per la verità, nonostante il marcato carattere Ottantiano del Falcon di priestiana derivazione (che passa ad arte da una Flying V a una ESP mentre sciorina un assolo dopo un altro) è proprio la presenza di elementi Seventies a costituire la migliore patente di credibilità per i quattro; Seventies ovviamente nel senso di “prima ondata di retro rock”, come Wolfmother e compagnia cantante insegnano e come un episodio finalmente convincente come ‘Bitter Pill’ rimarca. Se poi vogliamo, assistiamo nel finale a un’ideale chiusura del cerchio con ‘War Pigs’, in cui le sirene e l’intro reminiscente della matrice Appice ci riportano contemporaneamente al 1990 e al 1992, ai Faith No More a Bologna e ai Black Sabbath di Dio a Reggio Emilia, ai veri Gods… quelli del Monsters!

Dopo la parentesi hard rock degli Elegant Weapons, il telo nero cala sul palco come ad annunciare il ritorno a sonorità estreme. Il logo Kreator oscura la visuale sebbene dagli angoli ai lati s’intravedono i manichini impiccati della scenografia. La folla sotto il palco si inizia ad addensare, galvanizzata dal calo delle temperature in dirittura serale, ora che si allontana la pressa soffocante del calore feroce che ha dominato la domenica. Il vento sparge le note dell’intro ‘Sergio Corbucci Is Dead’ prima che il telo si sollevi in concomitanza con l’assalto frontale di ‘Hate Uber Alles’ dall’album omonimo dato alle stampe nel 2022. La resa del suono è perfetta. La doppia cassa di Ventor trapana la cappa di afa come volesse macinare le prime pallide stelle in cielo. La voce di Petrozza ti entra in testa come una pioggia acida sui nervi cranici. Subito dopo siamo nel 1990. ‘People Of The Lie’ da ‘Coma Of Souls’. Il combo tedesco passa da pezzi recenti a vecchie lame arrugginite della loro discografia con la disinvoltura di quelli che non hanno peccati da farsi perdonare. In più occasioni Mille chiama walls of death ‘Italian style’ (A differenza dei Pantera, che non hanno bisogno di appelli espliciti perché a Phil Anselmo basta guardare il pubblico per sollevare il mosh). ‘Hordes Of Chaos’ è pura carneficina. Scarpe e bicchieri in plastica rigida volano fino a sfiorare i finti cadaveri che pendono sotto i riflettori. Il “reverse” sulle vocals di ‘Phobia’ mette i brividi. ‘Strongest Of The Strong’ da ‘Hate Uber Alles’ è dedicata ai grandi assenti della serata. In effetti dopo la prima ora l’esibizione inizia a suonare stiracchiata, come a coprire il buco sanguinante lasciato dai Behemoth. È qui che i quattro teutonici attingono ai pezzi storici del loro arsenale: ‘Extreme Aggression’, Terrible Certainty’, ‘Flag Of Hate’, passando per quel ‘Violent Revolution’ dal disco omonimo che ha segnato il ritorno al thrash ortodosso dopo le digressioni sperimentali dei tardi anni Novanta. Chiude il superclassico ‘Pleasure To Kill’. Più dichiarazione d’intenti che canzone! Al termine dello show Petrozza afferma che si è trattata della loro serata migliore sul suolo italiano. Se i Coroner sono stati per molti la mazzata che non ti aspetti, i Kreator promettono dolore con la cognizione di saper infliggere novanta minuti di totale assenza di misericordia. Prima che cali il sipario, con l’effige tridimensionale dell’iconico demone simbolo della band che si sgonfia in spasmi convulsi, la scritta Pantera è già visibile sullo sfondo. La macellazione rituale si appresta alla scena madre…

Non c’è etica che tenga, e men che meno valgono discorsi di principio che, francamente, trovo ridicoli e immotivati, specie quando è la musica e l’intrattenimento a dover parlare, quando all’Arena Parco Nord l’aria si fa tesa e rarefatta, resa elettrica da un pubblico di oltre 15mila persone che, per la maggioranza, non ha mai visto all’opera i Pantera e vuole solo e soltanto scatenarsi meglio se aizzato dalla voce di Phil Anselmo, uno che, lasciatemelo dire, il carisma potrebbe vendertelo anche al mercato. Queste le premesse, le aspettative. E questo è stato, con una folla letteralmente in adorazione verso quelle canzoni, bagaglio fondamentale della propria formazione musicale, verso una band che, forse sorpresa dal tanto amore ricevuto, ha regalato a tutti una grande serata, anche a coloro che forse non ci credevano troppo. L’isteria pare scattare collettiva, non appena entrano in circolo brani che hanno fatto epoca, uno stile quello dei Pantera che ha rivoluzionato il mondo del metal, in un momento in cui tutto era alla mercè del grunge e le idee si erano fatte implacabilmente stagnanti, sembra tuonare anche questa presa di posizione, man mano che scorrono via ‘A New Level’, ‘Mouth For War’, ‘Strength Beyond Strength’, ‘Becoming’ e ‘I’m Broken’, una cinquina capace di stendere perfino un elefante per l’onda d’urto che provoca, e ai malcapitati sotto al palco poco importa se la macellazione è scattata appena. A rendere la serata tanto speciale, in questa ultima data estratta dal loro trionfale tour europeo, un quartetto che oggi più che mai appare coeso e sinceramente coinvolto, dagli originali Rex Brown e Anselmo, a Zakk Wylde e Charlie Benante soprattutto, è probabilmente il drummer degli Anthrax il decisivo ago della bilancia, l’autentico valore aggiunto di una formazione che suona rocciosa e quadrata, diverte e si diverte. Mica roba da poco, e questo va sottolineato. Strappando più di un ghigno benevolo a quel burbero di Phil, zero dinamismo rispetto alle piroette acrobatiche di trent’anni fa, ma la voce, acida e profonda, resta la stessa e conquista definitivamente la platea. La sua platea. Più che un concerto, è un evento, lo han capito pure i sassi, che dalla sua ha siparietti anche gustosi, tipo torta e canzoncina di auguri dedicata ad Anselmo e ai suoi cinquantacinque anni appena compiuti, oppure una ‘Walk’ torrenziale e anch’essa celebrativa, affrontata con i Kreator in veste di coristi aggiunti, tanto per ribadire il legame con la band capitanata da Mille Petrozza, il tutto tra omaggi sabbathiani (una sfumata ‘Planet Caravan’), flashback di illustri referenze (la sincopata ‘Cowboys From Hell’ che forse vale da sola il prezzo del biglietto…), con un finale lasciato in balia di una ‘Yesterday Don’t Mean Shit’ che personalmente non ricordavo tanto bella. Anche in questo in caso, è il potere del tempo che scorre inesorabile, capace di smussare e migliorare. Dei fratelli Darrell e Vinnie Paul Abbott si son scritti fiumi d’inchiostro, ma credo che pure loro, benevolmente, guardino divertiti allo sconquasso che il nome Pantera è ancora in grado di provocare, a un’iniziativa che è tutto fuorché una reunion a lungo termine, sembra più una rimpatriata tra vecchi compari, ma che non hanno perso il vizio di sconvolgere le aspettative.

 

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