David Eugene Edwards – Hyacinth

Il 23/10/2023, di .

Gruppo: David Eugene Edwards

Titolo Album: Hyacinth

Genere: ,

Etichetta: Sargent House

90

Cinquantatre anni, quasi trenta anni di carriera. Dai 16 Horsepower ai Wovenhand, sperimentando con il folk americano più ancestrale, testi profondamente spirituali, atmosfere gothic al limite del dark. David Eugene Edwards si proietta verso il futuro con il suo progetto solista e il primo passo è questo ‘Hyacinth’, probabilmente un richiamo al mito di Giacinto, la morte e la rinascita, oppure il raggiungimento di un nuovo stato più maturo. L’inizio con ‘Seraph’ marca una decisa evoluzione di questo nuovo capitolo dell’opera di Edwards. Dall’alternative più legato al folk dei 16 Horsepower, ai Wovenhand più moderni, dark e sperimentali, notiamo qui suoni più acidi, elettronici, che creano una trama veramente particolare e avvolgente insieme alle più tipiche sonorità della sei corde acustica dell’artista. Abbandonate quindi le percussioni dei Wovenhand totalmente a favore di suoni campionati. Prima tracce molto oscura ma allo stesso tempo dall’energia coinvolgente che risucchia subito nell’atmosfera dell’album. Ottimo inizio dal grande potenziale live. Nella seconda traccia ‘Howloing flower’ si cambia registro e dopo pochi secondi di synth eterei troviamo la chitarra di Eugene e la sua maestria negli arpeggi.
Brano luminoso, cantato solonne che ci proietta in luoghi senza tempo, nelle terre dove Eugene è solito portare i suoi ascoltatori. Siamo oltre, magia pura, pochi elementi magistralmente dosati che riempiono le frequenze e lasciano dopo solo quattro minuti senza fiato. Con la terza traccia l’aspettativa cresce e ‘Celeste’ sembra essere da subito la somma dei due brani precedenti, è un crescendo. Suoni elettronici sostengono la voce e le corde acustiche di Eugene, la tensione sale, la voce guida e minuto dopo minuto il brano diventa sempre più complesso e vario, sfoggio di tutta l’esperienza dell’autore. Ottimo lavoro sulle chitarre che vengono usate quasi come archi. ‘Throught the Lattice’ ha inizio con uno strano intreccio tra folk e suoni ritmici industrial, che dopo poche battute iniziano a formare un ritmo alla ‘On the run’ dei Pink Floyd. La voce inizia a pennellare una linea melodica a se stante con un riverbero perfetto, quanta arte, che perla questa traccia di soli tre minuti e mezzo. Sono passate solo quattro tracce e già tanto su cui soffermarsi, con ancora il resto dell’album e due singoli degni di nota da riascoltare. ‘Apparition’ è la ballata acustica dell’album, voce morbida e chitarra calda ad accompagnare, linee del cantato a tratti mai sentite che sorprendono.
Tracce tra le più vicine al progetto Wovenhand. La successiva ‘Bright boy’ potrebbe invece avere le radici nei precedenti 16 Horsepower: brano più alternative rock, ma la sessione ritmica resta affidata all’elettronica e il tutto suona molto più moderno. Anche questo brano come i precedenti presenta una struttura molto più varia, la ciclicità rock non è quasi mai presente, servono molti ascolti per memorizzare le tracce e capirle nel loro complesso. All’arrivo della title track ‘Hyacinth’ le aspettative sono al massimo, perché siamo anche a ridosso dei due singoli. Prime note e si sente la tipica chitarra di Eugene, echi di Wovenhand, un richiamo a ‘Orchard gate’? Non solo nell’arpeggio ma anche nell’atmosfera, nell’effetto applicato alla voce. Brano più cupo, sonorità che a tratti diventano arabeggianti, nella nebbia creata da effetti di disturbo creati da synth che tendono ad archi. Produzione al top, tutto molto curato, traccia che necessita di diversi ascolti. Quando si arriva a ‘Lionisis’ la voce torna ad essere chiara e a liberare il timbro caldo di Eugene. La traccia pubblicata come primo singolo, si era fatta già notare per la sua qualità e orecchiabilità, ma non ci ha anticipato di sicuro le sonorità che abbiamo scoperto con i brani finora ascoltati nell’album. ‘Lionisis’ sembra un brano ancora molto vicino al progetto Wovenhand e a molti sicuramente sono stati spiazzati dal vedere un singolo del genere pubblicato fuori dal progetto precedente.
La successiva ‘Weavers beam’, secondo singolo pubblicato, lasciava già intravedere sonorità più moderne e per certi versi sorprendenti. Nel complesso è la traccia più di impatto dell’album, grazie alla grande energia trasmessa dal riff arabeggiante della chitarra supportato dal ritmo marziale. La penultima ‘Hall of mirrors’ è un minuto di sperimentazione sonora e sostanzialmente un intro alla conclusiva cover ‘The Cuckoo’, antico brano americano che forse ha radici più antiche inglesi. Quasi quattro minuti di cantato folk, chitarra e beat western che ribaltano tutto. Edwards si lascia gli ultimi minuti per dar sfogo al suo lato più southern, per una sorta di rituale finale, per ritrovarsi insieme a lui intorno al fuoco a ballare nelle praterie che furono degli indiani, con cui riavvolge il nastro e ci strappa un sorriso: la magia è compiuta. L’immagine che resta è questa: un Eugene che si rialza e riprende la strada con solo la sua chitarra, qui al meglio usata per supportare la sua voce, lasciando il resto all’elettronica. Questo nuovo capitolo della carriera di Edwards non è un ritorno, non è un reinventarsi, è il nuovo vertice di un percorso di crescita e ricerca di un sound costruito nei decenni, di una propria e personalissima forma di espressione musicale.
Onore ad uno dei più grandi artisti viventi, capace di essere autore, esecutore e cantante completo, tanto artisticamente quanto tecnicamente. Il menestrello della nostra era è ancora qui ad accompagnarci.

Tracklist

1. Seraph

2. Howling Flower

3. Celeste

4. Through The Lattice

5. Apparition

6. Bright Boy

7. Hyacinth

8. Lionisis

9. Weavers Beam

10. Hall of Mirrors

11. The Cuckoo (cover)