King Buzzo (The Melvins) – L’indipendenza come arte

Il 11/07/2025, di .

King Buzzo (The Melvins) – L’indipendenza come arte

I Melvins stanno per tornare in Europa: un nuovo tour è alle porte, e l’occasione non poteva essere migliore per fare due chiacchiere con Buzz Osborne, figura centrale della storica band americana. Freschi della pubblicazione del loro ultimo album, i Melvins continuano a spiazzare e a reinventarsi, mantenendo intatta una coerenza granitica. Nella nostra intervista abbiamo parlato di musica, certo, ma anche di improvvisazione, arte, libertà creativa e scelte radicali. A emergere è un ritratto vivido di un artista che ha fatto dell’indipendenza la sua firma, senza mai inseguire le mode né scendere a compromessi.

Grazie all’indipendenza e alla determinazione nel seguire una strada precisa, senza farvi influenzare da mode passeggere o aspettative esterne, tu e i Melvins vi siete sempre distinti. Avete fatto scelte autonome, abbracciato il cambiamento e sperimentato liberamente, restando fedeli alle vostre regole. Come siete riusciti a mantenere questa integrità artistica in un’industria che spinge spesso gli artisti a conformarsi?
“Non lo so. Voglio dire … ho sempre pensato che quel modo di fare non funzionasse, quindi non ho mai visto un futuro nel lasciare che fossero gli altri a raccontare la nostra storia. Poi, anche se avessi fatto quello che volevano, pensavo comunque che non avrebbe funzionato. Se fai quello che ti dicono e poi non funziona, non ti rimane niente. In questo modo, invece, le cose sono andate abbastanza bene. Ci siamo detti: “Va bene così” e abbiamo continuato per la nostra strada. Non me la cavo bene in situazioni in cui qualcuno mi dice cosa posso o non posso fare. In quei casi non sono proprio bravo, quindi ho sempre evitato di trovarmi in situazioni come quelle e quando è successo me ne sono tirato fuori subito.”
In un certo senso hai seguito il flusso.
“Sì, più o meno”.
Ora una domanda legata all’album dell’anno scorso, ‘Tarantula Heart’, che personalmente ho amato moltissimo. Ha un forte elemento di improvvisazione, quasi come una jam visionaria, con richiami che vanno al caos dei The Birthday Party alla libertà creativa di Miles Davis in studio. Quanto è importante oggi l’improvvisazione nel tuo processo compositivo? E cosa ti affascina di più nel lasciare spazio all’imprevisto, soprattutto considerando che nel contesto dei Melvins sembra davvero possibile qualsiasi cosa?
“Non so bene come… A volte è importante. L’improvvisazione è qualcosa che facciamo, ma in generale passiamo molto tempo a trovare un modo giusto per far funzionare le cose…specialmente se dobbiamo suonarle dal vivo. Però sì, c’è spazio per l’improvvisazione. Noi siamo molto ‘accidentalisti’. Se succede qualcosa per caso e ci piace, la lasciamo così com’è e seguiamo quella direzione, invece di cercare di far funzionare per forza l’idea originale. Ci diciamo: “Questa è un’idea migliore. Va bene così. Non è un problema.” Penso che probabilmente tutti i migliori (sicuramente i migliori registi e alcuni tra i migliori autori di canzoni) siano anche loro un po’ accidentalisti. Penso sia l’approccio giusto, avere la mente aperta al cambiamento. Alcune persone quando scrivono canzoni sono molto rigide. Dicono: “Questa è la mia canzone. Io sono il compositore. Il maestro.” Io non la vedo così. Anche se scrivo la maggior parte delle cose, se ci capita qualcosa che funziona meglio, cambiamo e va bene così”.
Ho ancora un paio di domande relative al processo creativo. Una è proprio coerente con quando hai appena detto … Ascoltando i Melvins e gli altri progetti che hai, come i Fantômas, si percepisce un piacere autentico nel collaborare con gli altri. Non è qualcosa da dare per scontato, soprattutto oggi, considerando quanto spesso entrino in gioco gli ego degli artisti. L’improvvisazione può certo emergere anche nel lavoro solista, ma nel tuo caso sembra sprigionare una forza particolare quando ti confronti con altri musicisti. È così? A livello creativo, che tipo di ispirazione o energia ti dà il lavoro con gli altri … che magari non riesci a trovare quando lavori da solo?
“Abbiamo fatto tanti album, credo più di 30. C’è sempre spazio per fare qualcosa di nuovo. Lavorare con altre persone non è qualcosa che mi dà fastidio. Non mi sento minacciato in alcun modo. Mi piace l’idea di invitare qualcuno nel nostro mondo e lasciarlo libero di fare quello che vuole. È qualcosa che trovo molto stimolante. Probabilmente non smetterò mai di farlo, almeno in parte”.
Qual è stata la collaborazione più importante per te o quella che hai sentito di più?
“Non lo so. Non credo di poter scegliere. Davvero, non ne ho idea…mi piace sempre lavorare con JG Thirlwell. È fantastico. Diciamo JG Thirlwell, ok?”.

Nel tuo modo di suonare c’è sempre stato un equilibrio tra potenza e controllo. Hai  un rituale o una routine particolare quando entri in studio per registrare?
“Non mi viene in mente nulla di particolare, soprattutto in questo momento. Ultimamente ho ascoltato i test pressing di alcune ristampe che stanno per uscire, una delle quali è il disco ‘Colossus of Destiny’. Non era mai stato pubblicato in vinile, quindi ora sta ricevendo un trattamento speciale: doppio vinile. L’ho appena ascoltato ed è davvero fantastico. L’ho adorato. Alla fine di quella registrazione c’è una versione dal vivo della canzone ‘Eye Flys’, che è un brano del nostro primissimo album. Credo sia stata registrata tra la fine degli anni ’90 e i primi 2000, parlo di ‘Colossus of Destiny’. Ero lì seduto ad ascoltare quella traccia, a notare com’è stata registrata. È una versione dal vivo…e pensavo: “Forse questa è la cosa che ho registrato che preferisco in assoluto, la mia versione preferita, forse proprio il mio lavoro preferito di sempre”. Credo proprio di sì, senza dubbio. Mi piace davvero il suono che ha. Mi piace l’atmosfera che trasmette. Racchiude praticamente tutto ciò che voglio comunicare. Se in questo momento dovessi dire a qualcuno di ascoltare una sola cosa per capire davvero chi siamo, sarebbe quella.”

La gente dice spesso che il punk è morto, che il grunge è morto…ma sono davvero morti, o forse non sono mai esistiti nel modo in cui i media li hanno etichettati?
“Non ne ho idea. Sono anni che sento queste cavolate. Noi siamo una punk rock band. Non siamo morti. Non so nemmeno cosa la gente consideri punk o grunge o altro. Dicono che siamo nello stesso universo di band come Alice in Chains o Pearl Jam. Ci vogliono infilare in quelle categorie? È piuttosto assurdo. Il nostro sound è diverso dal loro. Non so di cosa parlino. Sono band che hanno venduto milioni di dischi, sono enormi. Noi no. Metterci nello stesso campionato o dire: “Quella roba è morta”, è ridicolo. Io non ho mai fatto parte di quella scena. Non capisco perché dovrebbero dirlo di noi. Se il punk rock è simile allo stile dei Green Day, allora non mi interessa minimamente. Non mi interessa per niente. Mi piacciono anche band così, ma se volessi ascoltare quel genere, allora ascolterei i Descendants, i Dickies, i Jam o i Clash. Penso che siano cento volte migliori di tutte quelle band che fanno finta di portare avanti la bandiera del punk. Per me il punk rock è roba come gli Stooges, i Throbbing Gristle, Jerry Lee Lewis, a volte i Doors, i Sex Pistols, i The Birthday Party, i T.S.O.L., i Gun Club, e un’enorme dose di Public Image Ltd. È un mix gigantesco di cose molto diverse tra loro. Non è una cosa sola. Penso che sia più un’attitudine che un genere preciso. I Gang of Four non c’entrano niente con i Green Day. Se il punk rock è quello, se è quello che intendono, allora davvero non capisco di cosa stiano parlando. E, sinceramente, non voglio avere nulla a che fare con tutto ciò.”
Pensando al Buzz bambino…c’è qualcosa che faceva sempre e che fa ancora oggi? Intendo dire nel suo lavoro, nella vita di tutti i giorni, nel suo modo di vedere il mondo.
“Leggere. Leggere. Leggere. Quella è una cosa che non ho mai smesso di fare. Sono un amante dei libri.”
Una costante della tua vita.
“Sì. Amo i libri. Amo leggere libri. Amo anche guardarli. I libri sono sempre stati una parte importante della mia vita fin da quando ero piccolo, non ho mai smesso.”
Che altre forme d’arte ti hanno influenzato? Ci sono pittori o poeti, oltre ovviamente agli scrittori…o registi?
“Sì. Un sacco di film. I film sono molto importanti per me. Ovviamente anche la musica.
La pittura è molto significativa. Tra i pittori che mi hanno influenzato ci sono Warhol, Francis Bacon, Manuel Ocampo, Jackson Pollock. Credo che il mio tipo d’arte preferito sia il surrealismo e l’espressionismo astratto. E poi mi interessa molto la fotografia. Ho anche pubblicato un libro fotografico qualche tempo fa. Francesca Woodman, secondo me, è una fotografa straordinaria, Joel Peter Witkin anche, e poi ci sono tanti fotografi di strada che mi piacciono molto. Quanto al cinema, il mio regista preferito è John Huston, seguito da un sacco di altri, come Peckinpah…insomma, tutto quel mondo lì. Non ho mai smesso di amare i film. I libri vengono sempre per primi, e poi i film, ma anche l’arte pittorica è molto importante…e la scultura. Mi piacciono molto l’architettura brutalista, la scultura brutalista e anche l’architettura di metà Novecento, fino alle strutture gotiche delle chiese e cose del genere. Penso che siano davvero importanti.”
Pensi che il surrealismo riesca a rivelare verità che il realismo non può cogliere? Mi riferisco, ad esempio, all’assurdo che all’interno dei vostri lavori non è mai solo decorativo.
“Sì. La questione è: perché dovresti dipingere un ritratto realistico di qualcuno, quando potresti semplicemente fargli una foto? Se voglio il realismo, mi basta Warhol. È realistico quanto voglio.
Penso che sia probabilmente il più grande artista del ventesimo secolo, o almeno della seconda metà…o magari di tutto il secolo per quanto mi riguarda. Molti non sarebbero d’accordo, ma non mi interessa quello che pensano. Poi ci sono persone come Francis Bacon che secondo me sono impareggiabili. Ma l’espressionismo astratto è probabilmente il mio preferito. Rothko, per esempio. Mi piace Rothko.”
Se chiudi gli occhi e ripensi a tutti i tour che hai fatto, quale anno o periodo diresti che è stato il migliore per te? Uno show, un pubblico in particolare, se ce n’è uno?
“Oh, non lo so. È difficile da dire. Abbiamo fatto quasi 3.000 concerti, tantissimi tour. Il mio preferito? Beh, non saprei. Mi è sempre piaciuto suonare in posti come Seattle, Berlino, Los Angeles, New York, Londra. Nessuna epoca è stata migliore di un’altra in particolare.”
Quando pensi alla musica contemporanea, c’è una band o un musicista i cui dischi ti fanno dire: “Wow, questa roba è davvero forte”?
“Sì, mi piace molto una band dello stato di Washington che si chiama Helms Alee. Mi piacciono parecchio. Sono fantastici.”
Che genere fanno?
“Direi una specie di rock pesante, più o meno. Ma non hanno un sound commerciale, ecco. Anche se potrebbero averlo. Cioè, per me dovrebbero esserlo.”

I Melvins hanno sempre avuto un’estetica visiva molto forte, evidente in tutto, dai video alle grafiche dei tour. Quanto conta l’immaginario non musicale nella tua esperienza di un album o di un concerto?
“Oh, beh, è tutto molto importante. Ma non mi interessano le scenografie teatrali. Lascio volentieri quelle cose ad altre band. Niente fondali giganti, fuochi d’artificio o proiezioni. Non voglio niente di tutto ciò. Voglio tutto ridotto all’essenziale. Se non ti piacciamo, non ti piacciamo per come siamo. Non sento il bisogno di presentarti uno show gigantesco alla Walt Disney per tenerti incollato. Non mi ha mai interessato. Sono stato a molti concerti da arena, ma se la musica non mi piaceva, non importava cosa facevano con i visual. A me non interessa quel tipo di cose. Se le canzoni non sono buone, semplicemente non mi importa. E poi c’è un’intimità nei concerti punk rock più piccoli, fino a circa 3.000 persone, che non puoi trovare in una grande arena. È questo che mi interessa di più. E mi interessa molto, molto meno quello che fanno le band nei palazzetti. Noi non facciamo quel genere di cose. Suoniamo in posti da 300 a 3.000 persone. E se fossi abbastanza grande da riempire un’arena, probabilmente non lo farei. Preferirei fare più date in locali più piccoli. Se fossi una band davvero grande, non vorrei suonare in un posto in cui, da fan, non mi piacerebbe andare. Tutto qui. Questa è la mia filosofia. Però mi piace indossare vestiti strani, e ci piacciono molto le nostre grafiche. Le fa mia moglie, ed è bravissima. Facciamo magliette bellissime, copertine di dischi, adesivi…tutte queste cose sono molto importanti. Lo sono sempre state.”
Avete anche influenzato molte altre band, come i Tool, per esempio. Anche loro lavorano molto sul piano visivo.

“Sì. Ma io non potrei mai aspettare così tanto tempo tra un disco e l’altro.”
Troppi anni.
“Non fa per me. Io voglio fare le cose più in fretta.”
Puoi anticiparci qualcosa sul prossimo tour europeo?
“Sì, inizieremo con un brano tratto da ‘Tarantula Heart’. Sarà proprio la prima canzone che suoneremo, e chiuderemo con qualcosa che, secondo me, al pubblico piacerà. E in mezzo suoneremo pezzi da quasi tutte le nostre epoche.”
Fantastico. Non vedo l’ora. E spero anche qualcosa dall’ultimo album.
“Vedremo cosa possiamo fare. Mi fa piacere che ti sia piaciuto il disco. Per noi è una tappa importante.”

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