Coroner – il ritorno dei nobili del thrash (Part 1)
Il 16/10/2025, di Francesco Faniello.
Diciamoci la verità, non ci ho pensato due volte ad accettare appena ho avuto l’occasione di incontrare Tommy Vetterli. Primo, perché uno come lui vanta un blasone che è già di per sé giuntificato dall’essere il chitarrista e il principale compositore dei Coroner, un gruppo che costituisce un capitolo a sé nel variegato mondo del thrash metal, e sono in pochi a potersene fregiare. Secondo, perché istintivamente sentivo che non si sarebbe sottratto ad alcune domande “fuori dal seminato” – derivanti dalle sue tante collaborazioni – e in questo ci avevo visto giusto, grazie in primis alla grande affabilità e disponibilità del chitarrista e produttore svizzero. Il tutto ovviamente al netto di un comeback impressionante, che giustificherebbe da solo l’accensione dei riflettori sul trio. Buona lettura, e… occhio alla seconda parte di quest’intervista, d’imminente uscita: le chicche e i ragionamenti di spessore continuano, decisamente!
Negli ultimi anni abbiamo potuto osservare come i Coroner siano ancora una macchina da guerra assoluta sui palchi; ora finalmente siete tornati anche con un nuovo album, che giunge a trentadue anni di distanza da ‘Grin’ e non deluderà minimamente le aspettative dei fan. Come è nata l’idea di riprendere a comporre?
“L’idea ci era venuta qualche anno prima, nel 2014 o giù di lì, perché dopo due anni dalla ripresa dell’attività live Marky ha deciso di lasciare il gruppo, mentre io e Ron abbiamo scelto di continuare. All’epoca sono arrivate un po’ di offerte da parte di varie etichette, ed è così che abbiamo deciso di fare un nuovo album, anche perché non potevamo continuare a suonare solo le cose vecchie all’infinito. Poi, le cose sono andate un po’ in modo diverso, c’è voluto molto tempo: la gente si aspettava che l’album sarebbe uscito nel 2017/2018 ma non c’era tempo per iniziare a comporre proprio perché in contemporanea ero preso dal molto lavoro con le band nel mio studio di registrazione. Il problema principale è stata proprio la fase di composizione, perché dopo otto ore passate a lavorare con una band che registra la creatività è bella che andata. E anche se avessi avuto tempo, sarebbe stato difficile scrivere qui in studio perché – come ti giri ti giri – c’è del lavoro da fare. L’unico momento buono è quando riuscivo a prendere del tempo per me e andare sulle montagne svizzere, solo con me stesso: è lì che le cose hanno iniziato a venir fuori ma potevo farelo per pochi giorni poiché subito dopo gli impegni lavorativi in studio mi reclamavano, con la band successiva pronta a registrare. Poi, sono avvenute tante cose: ho perso mio padre, sono andato incontro a un divorzio, c’è stato il fottuto Covid… insomma, non ero dell’umore giusto per scrivere canzoni, anzi penso di essermi impigrito parecchio. In più, la fase compositiva ha richiesto molto tempo, perché volevamo fare un buon album, non semplicemente un album di reunion, volevamo fare qualcosa di significativo. Per raggiungere questo risultato c’è voluto del tempo: come dire, per ogni trenta riff che venivano fuori solo uno alla fine finiva sull’album. Per non parlare della registrazione: abbiamo registrato la batteria per ben due volte, poiché non ci piaceva il risultato, perché magari Diego non aveva eseguito alla perezione determinati passaggi, perché i pezzi erano stati appena composti… ecco, ci siamo presi il tempo necessario affinché l’album avesse la possibilità di crescere, e sono molto felice del risultato: è proprio il primo album dei Coroner di cui sia contento al 100%.”
Effettivamente non è il tipico album di comeback: sembra proprio di percepire la volontà di andare avanti – nelle modalità che vi hanno sempre caratterizzato – senza scadere nella riproposizione di modelli già noti o nell’approccio revivalistico…
“No, abbiamo ovviamente cercato di scrivere qualcosa di nuovo, senza snaturare l’eredità che ci portiamo sulle spalle. Certo, c’è tanto dei Coroner in questo disco, dato che sono sempre stato il compositore e continuo ad esserlo, quindi è chiaro che ci siano alcune affinità. Ma sì… volevamo fare qualcosa di fresco, e autentico, questo era l’obiettivo principale.”
Hai registrato il nuovo album in Svizzera, nei tuoi New Sound Studios, con missaggio e mastering effettuati in Svezia ai Fascination Street Studios, e comunque i risultati non hanno nulla a che fare con le produzioni “plastiche” di extreme metal, mantenendo comunque un buon bilanciamento tra le componenti estreme, progressive e avantgarde. Ora dimmi… che tipo di suono stavi cercando?
“Sì, avevo quest’idea di realizzare un suono moderno con un approccio old school. Di sicuro ho curato ogni minimo particolare quando ho registrato tutto: con Pro Tools ci sono diversi approcci, puoi suonare una take e fare un sacco di editing, o magari puoi suonarne quattro o cinque, forse anche dieci, finché il feeling è quello giusto e poi registrarlo, come si faceva ai vecchi tempi, effettuando il minimo indispensabile di editing. Ed è così che abbiamo fatto, mantenendo quest’approccio old school; poi, dovevo essere io inizialmente a missare l’album, ma alla fine della registrazione avevo sentito talmente tante volte queste canzoni che era giunto il momento di affidarne il missaggio a qualcuno con orecchie “fresche”. Ci sono un sacco di buoni studi di missaggio in giro e alcuni garantiscono anche un sound distintivo, ma Jens (Bogren dei Fascination Street, NdR) effettua i missaggi tenendo a mente la band e soprattutto le canzoni, la musica. Io poi ho registrato tutto a puntino, senza usare plug-in, il suono era già tutto là. Insomma, Jens è arrivato e ne ha semplicemente esaltato l’essenza: ha fatto un ottimo lavoro, di cui vado veramente fiero.”
Un’altra cosa che ho notato è che c’è un’attenzione particolare sugli assoli di chitarra – come sempre, dovrei aggiungere. Un esempio è ‘Sacrificial Lamb’, tra gli altri, ma ricordo anche ‘Symmetry’. Come costruisci i tuoi assoli? Quali sono le tue attuali influenze, oltre a quelle storiche?
“In realtà, qualsiasi cosa può ispirarmi. La maggior parte dellle volte non è neanche un gruppo specifico: può essere un film, un bel panorama che mi capita davanti durante un’escursione. E ovviamente sono influenzato dai miei ascolti storici: mi piacevano tutti i grandi chitarristi, da Yngwie Malmsteen, Eddie Van Halen, Allan Holdsworth, Jeff Beck. Potrei snocciolarti dei nomi per ore e ore…”
Eh sì, potremmo stare a parlarne fino a domani mattina! Tipo… se pensiamo a Schenker, c’è tutto un mondo dietro…
“Certo, anche lui. Poi considera che oggi come oggi ci sono tanti chitarristi bravissimi e ognuno di loro è in grado di suonare delle successioni a velocità sempre più elevate. Beh, lascia che ti dica che queste cose non mi impressionano più: il lato emotivo dell’esecuzione per me è molto più importante e cerco sempre di fare una piccola canzone nella canzone, cerco di scrivere ed eseguire assoli che abbiano un significato, con un inizio, un crescendo… appunto, come una canzone in una canzone, per così dire.”
Una buona definizione, direi. In una delle versioni di ‘Dissonant Theory’ è presente lo storico demo ‘Death Cult’. Quali sono i tuoi ricordi di quell’epoca in cui avevate iniziato come roadie dei Celtic Frost, avendo Tom G. Warrior come ospite alla voce su quel nastro?
“La verità è che non abbiamo affatto iniziato come roadie, è un po’ una di quelle cose che si trovano su Internet (per la verità, anche in molte riviste dell’epoca, NdR), ma non è vero. Abbiamo iniziato a tutti gli effetti come band e abbiamo registrato ‘Death Cult’, e poi abbiamo aiutato i Celtic Frost… anzi, a fare questa cosa eravamo Marky e io – Ron non c’era – abbiamo avuto l’opportunità di andare in tour con loro in America. Era la nostra prima volta in America ed era un’ottima opportunità di imparare come funzionava la vita on the road. E poi, ogni volta che Tom faceva un’intervista con un giornalista, noi gli passavamo una copia del demo. Oltre all’esperienza americana, avremo fatto al massimo una o due date in Europa, ma non si può certo dire che fossimo noi la loro road crew a tutti gli effetti.”
Quindi è una vera e propria leggenda metropolitana!
“Sì, ma va bene anche così… Ecco, per me il demo ‘Death Cult’ è stato molto importante, perché all’epoca ero praticamente un ragazzo e tra l’altro ero un apprendista meccanico. Ma poi ho preso una settimana libera e siamo andati in studio per questa registrazione, qualcosa che mi ha decisamente cambiato la vita: infatti, in conseguenza di ciò ho lasciato il mio lavoro ed è stata una vera svolta; ecco, i miei genitori sulle prime non erano troppo felici, ma c’era un vero e proprio cambiamento in atto. In definitiva, quel demo è stato un momento fondamentale, anche se quando lo sento un po’ fa sorridere, perché c’è solo una traccia di chitarra: nessuno mi aveva detto che dovevo doppiare le chitarre per ottenere un suono più pesante. Ma poi ascoltavo Van Halen e mi dicevo che lì c’è solo una chitarra… quindi è quello che è: un documento di quel periodo.”
Poi Ron ha deciso di occuparsi in prima persona delle parti vocali e tutto è cambiato a partire da ‘R.I.P.’…
“Sì, Tom ha registrato quelle grandi parti cantate sul demo e Ron ha pensato che a questo punto poteva farlo anche lui, perché non erano vere e proprie parti cantate… solo growling. Ci ha provato ed è andata bene, i due stili di cantato sono diversi e Ron ha decisamente il suo stile… il resto è storia.”
(continua…)