Metalitalia.com Festival – DAY 2 @ Live Music Club, Trezzo sull’Adda, 27 settembre 2026

Il 21/10/2026, di .

Metalitalia.com Festival – DAY 2 @ Live Music Club, Trezzo sull’Adda, 27 settembre 2026
Archiviata una prima giornata dominata soprattutto dalle tonalità più oscure del metal, la domenica del Metalitalia.com Festival cambia forma e muta verso il brutale. Il secondo atto della tredicesima edizione guarda prevalentemente al versante estremo, attraversandone epoche e interpretazioni differenti: death, thrash, progressive e industrial diventano così le coordinate di un percorso che, almeno sulla carta, promette di mettere a dura prova il Live Music Club.
Ed in realtà non occorre molto perché la giornata mostri immediatamente le proprie intenzioni. Gli Schizophrenia mettono sul piatto un thrash/death d’autore che, per attitudine e potenza, sembra riportarci direttamente agli anni Ottanta. Pochi fronzoli, riff taglienti e un approccio feroce per un set che scalda rapidamente un pubblico ancora non numerosissimo vista l’ora, ma che inizia presto a raccogliersi sotto il palco. Gli Schizophrenia, insomma, fanno il loro sporco mestiere e lo fanno dannatamente bene.
Gli Halysis raccolgono il testimone dopo essere entrati nel cartellone in seguito alla cancellazione degli Abysmal Dawn. Per i finlandesi è l’occasione di portare davanti al pubblico del festival una visione moderna del death metal, nella quale trovano spazio anche elementi melodici e progressive. Il sapore del melodic death scandinavo è molto marcato, anche se personalmente lo trovo accompagnato da componenti metalcore tutt’altro che secondarie, soprattutto in alcune soluzioni ritmiche e nel modo in cui vengono costruite le aperture più melodiche. In diversi frangenti, poi, è difficile non cogliere richiami ai grandissimi Dark Tranquillity, riferimento che affiora più volte nel corso della loro esibizione.
Una band che sembra avere parecchio talento e che, personalmente, credo valga la pena tenere in seria considerazione per il prossimo futuro.
Quando tocca ai Gorod, la tecnica sale in cattedra. I francesi maneggiano da anni strutture complesse e cambi di tempo continui, ma il loro technical death metal non vive esclusivamente di virtuosismo, lascia invece emergere anche groove e una certa imprevedibilità.
L’estremo prende decisamente il sopravvento eppure, per quanto possa sembrare strano dirlo, si lascia ascoltare con sorprendente facilità. È probabilmente questa una delle peculiarità dei Gorod: accelerazioni improvvise e altrettanto bruschi arresti si susseguono con naturalezza, donando spazio anche a qualche virtuosismo chitarristico senza appesantire eccessivamente la struttura dei brani. Da menzionare anche un passaggio in tapping sulla chitarra multimanico del chitarrista Nicolas Alberny: un momento che magari non è estremo dal punto di vista sonoro, ma che lo diventa eccome per difficoltà di esecuzione. Funambolici.
Il livello tecnico non accenna ad abbassarsi con gli Allegaeon, ma cambiano di molto le modalità con cui si esprime. La formazione statunitense porta avanti una lettura del death metal aggressiva, melodica e progressive allo stesso tempo, facendo convivere questi elementi all’interno di composizioni estremamente elaborate. Forse più tradizionali rispetto ai predecessori, gli Allegaeon non modificano però troppo il mood della giornata e sono autori di una prestazione impeccabile, nella quale spiccano soprattutto le aperture melodiche e alcuni assoli di chitarra particolarmente ispirati. La gente che li aspetta non è poca e credo che l’attesa sia stata decisamente ripagata. D’altronde, ‘The Ossuary Lens’ del 2025 aveva già gettato basi piuttosto solide.
Con i Fulci il virtuosismo lascia spazio a qualcosa di decisamente più brutale e viscerale. È arrivato il momento del pogo, quello pesante. Il death metal old school del combo nostrano anima immediatamente il Live Music Club e tutto si trasforma. L’horror, parte integrante di una concezione del death metal profondamente legata anche alla dimensione cinematografica, viene letteralmente rigurgitato sul pubblico, preventivamente avvertito di ciò che scorrerà sul ledwall: estratti dai film di Lucio Fulci, il regista al quale si rifanno non soltanto nel nome, ma nell’intero immaginario che accompagna la loro musica.
La sensazione è che questa esplosione di aggressività abbia fatto resuscitare anime che, fino a quel momento, sembravano aspettare soltanto questo. Una manifestazione di rabbia e orrore senza precedenti e, anche in questo caso, come accaduto nella giornata precedente con i Fleshgod Apocalypse, viene spontaneo parlare di orgoglio italiano. Anche i brevi assaggi di melodia vengono risucchiati come in un buco nero da un’attitudine primitiva e senza pietà, che trova sfogo in un infernale growl e in luciferini pig squeal. I Fulci hanno riscoperto, o forse sarebbe meglio dire riscoperchiato, nella tradizione il valore più primordiale del death metal, quello di stampo americano, oltranzista e senza compromessi. Eroi!
Si entra quindi in una fase particolare con i Sadist. Questa volta non si sta per assistere a un loro normale concerto: la formazione genovese celebra i trent’anni di ‘Tribe’, pubblicato nel 1996, attraverso uno show speciale dedicato a uno dei lavori fondamentali della propria discografia, e la preparazione del palco dice già molto, a partire dalla presenza di percussioni aggiuntive.
Il pogo lascia spazio all’attenzione verso la storia, il death si apre alle contaminazioni, proprio come ‘Tribe’ insegna, e ogni dettaglio sembra acquistare un peso differente. Trevor è un frontman nato, mentre l’asse con Tommy Talamanca, impegnato tra chitarra e tastiere, rimane uno di quelli che hanno contribuito a scrivere la storia del metal italiano. Ne viene fuori una prestazione piena di contenuti e soprattutto accompagnata da una vera e propria devozione da parte del pubblico: alla fine di ogni pezzo esplodono applausi fragorosi, quasi a interrompere quello stato di trance nel quale molti sembrano immersi, intenti a inseguire ogni singola nota e, attraverso di essa, a ritrovare un disco storico ancora una volta.
Non ci sono molte parole per descrivere una prestazione del genere, solo tanta ammirazione per una performance sentita, pregevole e profondamente partecipata, ricordando ancora una volta quanto sia pieno d’arte il nostro metal e quanto importante sia stato il percorso della scena italiana all’interno di questa musica, i Sadist ne incarnano l’esempio.
A questo punto qualsiasi tentativo di mantenere ordine sotto il palco potrebbe diventare complicato. I Demolition Hammer appartengono a quella scuola thrash nella quale velocità e aggressività sembrano non contemplare troppe mezze misure e il loro ritorno a Trezzo, dieci anni dopo l’apparizione al Metalitalia.com Festival del 2016, si trasforma in uno di quei momenti che non perdonano. Pochi fronzoli e tanto mestiere, quello di chi questo genere lo vive e lo ha vissuto sulla propria pelle. Il pogo ha inizio con la prima canzone e termina praticamente con l’ultima, mentre sul palco l’attitudine è quella dei veri veterani: nessun bisogno di dimostrare qualcosa, soltanto thrash suonato come deve essere suonato. Nient’altro da aggiungere: autentica sicurezza e sentenza praticamente inevitabile.
Con i Fear Factory la violenza assume una forma completamente diversa, direi quasi cibernetica, ma l’impressione è che sul palco siano arrivati i veri campioni. Il riffing chirurgico di Dino Cazares, autentica leggenda dell’industrial metal e del versante più estremo legato a queste sonorità, insieme alle ritmiche meccaniche e a quei riff entrati ormai nella storia, rapisce le orecchie e l’animo dei presenti, che in larga parte sembrano essere qui proprio per loro.
Milo Silvestro, chiamato ormai da qualche tempo a raccogliere un’eredità vocale certamente non semplice, regge l’urto e soprattutto il confronto con il pubblico con una sicurezza disarmante, quasi fosse sempre stato parte della band. Da questo momento è un continuo susseguirsi di passaggi memorabili, legati a brani che per gli appassionati sono diventati veri e propri inni.
C’è poi un aspetto che fa riflettere: vedere una band raccogliere così tanti consensi davanti a un pubblico inevitabilmente eterogeneo significa che certe canzoni sono entrate nella storia personale di molti. Brani che hanno oltrepassato da tempo i confini del proprio sottogenere per diventare veri e propri classici della musica dura, parte di un vissuto nel quale generazioni differenti finiscono per riconoscersi. La performance al Metalitalia.com Festival non ha fatto altro che confermarlo.
Una forza che non conosce cedimenti neppure quando alcuni problemi al basso di Tony Campos provano a spezzare il ritmo dello show: l’esperienza permette alla band di assorbire l’imprevisto senza perdere praticamente nulla. Basta allora scorrere alcuni dei classici della serata, da ‘Powershifter’ a ‘Zero Signal’, passando per ‘Replica’ e ‘Linchpin’, fino a ‘Invisible Wounds (Dark Bodies)’ e ‘Resurrection’, per ritrovare quel micidiale equilibrio tra velocità, groove e rivestimento industrial che continua a rendere epocale il loro suono.

Come definire allora, ancora una volta, i Fear Factory, anche in questa nuova incarnazione? Patrimonio.

Setlist Fear Factory
01. Ares of Skin
02. Industrial Discipline
03. Powershifter
04. Shock
05. Edgecrusher
06. Linchpin
07. No One
08. Invisible Wounds (Dark Bodies)
09. Soul Hacker
10. Roboticist
11. Martyr
12. Arise Above Oppression
13. Archetype
14. Demanufacture
15. Zero Signal
16. Replica

17. Resurrection

La chiusura è affidata ai Coroner e qui il presente merita uno spazio maggiore. ‘Dissonance Theory’ ha infatti interrotto un silenzio discografico sulla lunga distanza durato oltre trent’anni, restituendoci una formazione che non sembra avere alcuna intenzione di limitarsi a vivere della propria storia. Per una band che ha colto l’essenza del thrash attraverso tecnica, progressive e soluzioni spesso più aperte rispetto alle convenzioni del genere, il nuovo materiale diventa quindi particolarmente interessante anche alla prova del palco.
L’odierno trova spazio soprattutto con ‘Consequence’ e ‘Sacrificial Lamb’, due episodi di ‘Dissonance Theory’ accolti con grande entusiasmo. Inevitabilmente è però il repertorio storico a raccogliere le reazioni maggiori, soprattutto quando arrivano ‘Masked Jackal’, ‘Grin (Nails Hurt)’, ‘Serpent Moves’, ‘Semtex Revolution’ e ‘Die by My Hand’. L’esecuzione non concede praticamente nulla alle sbavature e le prove di Ron Broder e Tommy Vetterli ricordano ancora una volta quale sia stato il loro peso nella storia del thrash metal. Ci si immerge così in un mondo che non vive soltanto di velocità, ma anche di ambientazioni più dilatate, cambi di passo e aperture che in diversi momenti si avvicinano a un certo modo di intendere il progressive metal. Un’esibizione solida, che convince un pubblico sempre devoto e ipnotizzato di fronte a tale spettacolo.

Il Metalitalia.com Festival si chiude quindi dopo due giornate che hanno ancora una volta catturato occhi e spirito del pubblico italiano e non solo, lasciandosi alle spalle diversi momenti degni di nota: dagli italianissimi Fleshgod Apocalypse e Fulci ai grandi Paradise Lost e Coroner, passando per quella splendida entità senza forma fissa, continuamente mutante, che porta il nome di Fear Factory. Un’edizione da ricordare, ancora una volta.

Setlist Coroner
01. Consequence
02. Sacrificial Lamb
03. Divine Step (Conspectu Mortis)
04. Serpent Moves
05. Masked Jackal
06. Symmetry
07. Golden Cashmere Sleeper, Part 1
08. Semtex Revolution
09. Tunnel of Pain
10. Metamorphosis
11. Grin (Nails Hurt)
12. Renewal
Encore:
13. Reborn Through Hate
14. Die by My Hand

Galleria fotografica a cura di Mauro Parozzi

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