Unverkalt – L’eredità dell’oscurità
Il 17/03/2026, di Maria Teresa Balzano.
Ci sono band che costruiscono mondi. E poi ci sono band che li smantellano, strato dopo strato, finché non resta che ciò che pulsa sotto la superficie. Gli Unverkalt appartengono a questa seconda categoria. Nato dall’urgenza di dare forma al lutto, fin dall’inizio il progetto di Themis Ioannou e Dimitra Kalavrezou ha abitato una terra di confine: lento nella combustione e viscerale, fragile e allo stesso tempo schiacciante. ‘L’Origine du Monde’ ha consacrato gli Unverkalt come una delle realtà più singolari dell’underground europeo, capaci di fondere un post-metal cinematografico con una forte tensione emotiva senza cedere al manierismo. Con ‘A Lump of Death: A Chaos of Dead Lovers’ la band ha ulteriormente affinato la propria visione, spingendo la componente avant-garde e abbracciando una forma di scrittura sempre più difficile da incasellare. Ora, con ‘Héréditaire’, la loro prima uscita sotto l’egida di Season of Mist, il movimento non è più orizzontale ma verticale. Non si tratta di un’espansione, bensì di un’immersione. Il disco non prosegue semplicemente la traiettoria precedente: la perfora. Introduce un peso nuovo, fisico, quasi primordiale, dove blast beat e voci estreme non sono ornamenti stilistici ma la conseguenza naturale di un concept che scava nella trasmissione del trauma, nella memoria transgenerazionale e in ciò che ereditiamo senza averlo mai scelto. ‘Héréditaire’ solleva il velo su un’esistenza maledetta in senso ontologico. Ogni traccia rimuove uno strato di sedimento emotivo, come se la musica stessa fosse un atto di dissezione. Le voci pulite della Kalavrezou restano centrali, ma convivono ora con un’oscurità più abrasiva; le atmosfere cinematografiche non scompaiono, si fanno più dense. Il risultato è il lavoro più pesante e allo stesso tempo più vulnerabile della band. Qui non c’è consolazione, né una catarsi definitiva. Solo una domanda attraversa l’intero album: che cosa portiamo dentro di noi che non è mai stato davvero nostro?
‘Héréditaire’ non sembra una semplice evoluzione, ma piuttosto un’immersione definitiva nell’oscurità che era già latente nei vostri lavori precedenti. Cosa vi ha spinto a immergervi più a fondo invece di continuare a esplorare la tensione di superficie tra atmosfera e pesantezza?
Eli: È stato molto naturale per noi continuare il nostro percorso artistico esplorando gli angoli più profondi della nostra mente, perché i temi di ‘Héréditaire’ nascono da esperienze e contesti molto personali. I pensieri più oscuri hanno trovato il loro posto sia nei testi sia nelle melodie. Volevamo che quella crudezza emergesse e arricchisse ciò che avevamo fatto in passato con parti più potenti e profondamente oneste, a volte più aggressive, ma sicuramente non meno tese.
Themis ha descritto il disco come “un lamento per qualcosa di più antico della nostra stessa esistenza”. In che misura il concetto di eredità — biologica, culturale, traumatica — ha guidato la scrittura musicale ancora prima della dimensione lirica?
Themis: Il suono di questo disco nasce da storie personali e da traumi personali. Per quanto riguarda la scrittura, è stato profondamente influenzato anche dalla morte di mio padre. Quella perdita mi ha segnato in modo molto profondo e avevo già una visione molto chiara di come questa musica dovesse prendere forma. Da un lato c’erano le mie perdite personali, dall’altro le storie che mia nonna mi raccontava su Smirne. Due mondi diversi, due ferite diverse, che alla fine sono confluite in un unico concept. Questo ci ha spinto a scrivere musica che fosse diversa da ciò che avevamo fatto prima, pur restando completamente Unverkalt. Erano anni che volevamo creare qualcosa del genere, e tutto è scattato in quel momento, soprattutto quando abbiamo sentito di poterci esprimere davvero senza limiti. Con i testi, poi, tutto ha iniziato a prendere forma come un unico corpo: musica e parole sono diventate una cosa sola, portando con sé il peso di quei ricordi ma anche la forza che nasce da essi.
Il titolo stesso rimanda a ciò che viene trasmesso senza essere scelto. Che cosa portiamo con noi che non è mai stato davvero nostro? È una domanda personale o universale? E avete trovato una risposta durante la creazione dell’album?
Dimitra: Questa domanda mi è venuta in mente all’inizio del lavoro su questo disco. Era qualcosa che continuavo a chiedermi. Penso che la vita sia troppo breve per non cercare la propria verità, per non esplorare chi si è davvero e come liberarsi da schemi e traumi che ci trattengono. È partita come una domanda molto personale, ma durante la registrazione si è ampliata. Il disco parla non solo di trauma individuale, ma anche di trauma collettivo. Come umanità abbiamo attraversato molti capitoli oscuri della storia e continuiamo a infliggerci dolore a vicenda. Con questo album volevamo sollevare quel velo — quello che cade sia su noi stessi sia sull’esistenza umana nel suo complesso — e confrontarci con ciò che continua a plasmarci anche quando non ne siamo consapevoli.
Rispetto a ‘L’Origine du Monde’ e ‘A Lump of Death: A Chaos of Dead Lovers’, qui la componente estrema è molto più evidente, soprattutto nelle voci. L’introduzione sistematica di scream, growl e blast beat è stata una necessità emotiva o una scelta estetica consapevole?
Eli: Entrambe le cose. Già prima della pre-produzione sentivamo che era necessario, e allo stesso tempo è stata anche una decisione consapevole inserire elementi come blast beat, voci aggressive e altre componenti estreme. Dovevano però essere usate con controllo, senza contraddire l’identità che gli Unverkalt avevano in quel momento. Lasciare entrare il nostro lato più pesante e oscuro nella musica della band è stato, in realtà, un passaggio fondamentale nell’evoluzione della nostra identità.
Dimitra, la tua voce pulita rimane uno dei tratti distintivi della band, ma in ‘Héréditaire’ convive con una dimensione molto più abrasiva. Come hai lavorato per integrare questa nuova oscurità senza perdere l’intensità fragile che ti caratterizza?
Dimitra: Volevo sentirmi libera di esprimere la mia voce attraverso diverse texture in questo disco, mantenendo però presente la sua dimensione più fragile nelle parti pulite, perché il timbro stesso conserva una certa morbidezza. Volevo creare un contrasto tra momenti più calmi e delicati e altri più estremi, e credo che questa sia una delle differenze principali che l’ascoltatore noterà nel disco. Abbiamo lavorato con molti livelli vocali diversi, rendendo le composizioni più complesse, ma grazie a un lungo lavoro di pre-produzione siamo riusciti a trovare un equilibrio tra questi elementi.
Brani come ‘Ænae Lithi’ attingono a memorie familiari, comprese quelle legate al Grande Incendio di Smirne. Come si trasforma un’esperienza personale in materia collettiva quando entra nella vostra musica?
Themis: ‘ÆNÆ LITHI’ è un brano molto personale per me. Nasce da una storia che mia nonna mi raccontò tempo fa. Quei ricordi portavano con sé molto dolore e scrivere questo pezzo è stato un modo per dare loro un’altra forma attraverso la musica. Quando qualcuno ascolta qualcosa che hai scritto, forse inizia a chiedersi cosa sia realmente accaduto dietro quella musica. Per me è importante riuscire a comunicare quel dolore al mondo, dare voce alle storie vissute da altri e incoraggiare le persone a interrogarsi e riflettere.
Nei vostri lavori precedenti c’erano riferimenti alla pittura francese e al cinema europeo. In questo disco parlate di un “velo” che viene sollevato. È un passaggio da un’estetica contemplativa a qualcosa di più brutale, quasi mitologico?
Eli: Sì, si può dire così. In questo disco ci sono chiari riferimenti mitologici. Ma la parte più brutale del nostro messaggio nasce dal nostro passato e dalle nostre culture. Nei primi due album molte influenze, soprattutto nella componente cinematografica della nostra musica, provenivano da fonti esterne e da comunità artistiche. In Héréditaire, invece, la maggior parte delle idee nasce direttamente da noi e viene inserita nel quadro complessivo senza essere legata a uno stile artistico specifico. È stato anche un modo per evolvere oltre ciò che gli Unverkalt erano stati nei primi due dischi.
‘Oath Ov Prometheus’ smonta il mito dell’uomo come creazione perfetta. Questa riflessione è filosofica, spirituale o politica?
Dimitra: ‘Oath Ov Prometheus’ parla del collasso morale di un mondo ossessionato dal potere, in cui il dominio sostituisce ogni altro valore. Volevamo mettere in discussione cosa accade quando la conoscenza diventa un’arma utilizzata per ottenere potere, in un mondo in cui gli esseri umani fanno di tutto per porsi al di sopra di tutto il resto. Direi che si muove sia in una direzione filosofica sia politica.
La struttura dell’album ha quasi un andamento cinematografico: ogni traccia rimuove un ulteriore strato di memoria, trauma e sofferenza. Avete concepito ‘Héréditaire’ come un’opera narrativa unitaria o come una serie di capitoli autonomi?
Dimitra: Per noi scrivere musica significa costruire un mondo in cui queste storie più oscure possano essere espresse nel modo più onesto e crudo possibile. L’album è diventato una sorta di terreno emotivo in cui diversi stati d’animo e temi possono coesistere pur appartenendo alla stessa visione. Nel suo nucleo, il disco invita a un momento di introspezione. Volevamo che l’ascoltatore entrasse in questa atmosfera e lasciasse che la musica guidasse i suoi pensieri, quasi come se attraversasse un paesaggio interiore.
La partecipazione di Sakis Tolis aggiunge un ulteriore peso simbolico, quasi a creare un ponte tra tradizione ellenica e sperimentazione contemporanea. Quanto è stato importante questo dialogo generazionale per voi?
Themis: Per me Sakis rappresenta uno spirito autentico della vecchia scuola dell’heavy music, che riesce ancora a fondersi perfettamente con modi contemporanei di espressione sonora. L’album può sembrare nuovo in superficie, ma sotto porta con sé storie antiche e uno spirito old-school. Essendo greco, Sakis ha capito subito il contesto storico ed emotivo dietro il disco e lo ha affrontato nel modo più sincero possibile.
Dal punto di vista sonoro, ‘Héréditaire’ è il vostro disco più pesante ma anche il più emotivamente diretto. Come avete bilanciato densità e vulnerabilità in studio?
Eli: È come un oceano che si infrange sulla riva: a volte è agitato, a volte è calmo. L’equilibrio arriva naturalmente. In studio seguiamo semplicemente il flusso e alla fine tutto trova il proprio posto.
Avete detto che l’album “non è pensato per risolvere, ma per dissolvere”. È un rifiuto delle narrazioni consolatorie spesso presenti nell’arte contemporanea?
Dimitra: Con questo album volevamo creare uno spazio di consapevolezza. I temi che affrontiamo non sono semplici e richiedono tempo e riflessione. Attraverso la musica l’ascoltatore è invitato a fermarsi e chiedersi cosa significhino queste idee per lui. Molti degli argomenti che tocchiamo sono cose che spesso le persone evitano di affrontare. Il disco non vuole offrire soluzioni, ma aprire uno spazio di pensiero e consapevolezza.
Il disco si chiude in uno stato di sospensione e dubbio. È una perdita di speranza o un invito a rompere davvero i modelli ereditati?
Dimitra: Non lo definirei una perdita di speranza. L’album termina in sospensione perché molte delle domande che solleva non possono essere risolte facilmente. Fanno parte di un processo molto più profondo e lungo. Per noi quell’incertezza è essenziale: rappresenta il momento in cui qualcuno inizia a riconoscere i modelli che ha assorbito e comincia a metterli in discussione. La consapevolezza spesso nasce dal dubbio. Quindi il finale non parla di disperazione. È piuttosto come una soglia: un momento in cui l’ascoltatore viene lasciato solo con questi pensieri, di fronte alla possibilità di vedere le cose in modo diverso e forse di spezzare quei modelli.
La firma con la Season of Mist ha avuto un impatto sull’ampiezza sonora del progetto o vi ha semplicemente dato lo spazio per radicalizzare ciò che già eravate?
Eli: Il nostro rapporto con la label non influenza la nostra direzione musicale, ma ci offre lo spazio per portare avanti i nostri esperimenti anche in futuro. Il team di Season of Mist è molto professionale e rispetta il fatto che gli artisti scelgano autonomamente la propria direzione creativa. Apprezziamo molto questo approccio.
Grazie per il vostro tempo, ragazzi. Speriamo di rivedervi presto su un palco in Italia!