Emma Ruth Rundle – These Killing Times
Il 29/09/2026, di Maria Teresa Balzano.
Gruppo: Emma Ruth Rundle
Titolo Album: These Killing Times
Genere: Alternative Metal, Alternative Rock, Post Rock/Metal
Durata: 44 min.
Etichetta: Errant Child
Emma Ruth Rundle torna dopo cinque anni con ‘These Killing Times’ e porta con sé un disco che ha imparato a stare in una stanza insieme agli altri. È forse questo il cambiamento più evidente rispetto a ‘Engine Of Hell’: allora sembrava di assistere a qualcosa di privato, quasi a un ascolto rubato; qui attorno alla Rundle c’è una band, ci sono ospiti, chitarre che entrano ed escono, batteria, basso, sax. C’è movimento.
Il dolore rimane, naturalmente. Sarebbe strano aspettarsi il contrario da una musicista che ha costruito una parte così importante della propria identità artistica sulla capacità di trasformare la sofferenza in materia sonora. La differenza sta nel modo in cui quella sofferenza viene guardata. In ‘These Killing Times’ la Rundle solleva gli occhi dal proprio dolore e guarda cosa sta succedendo fuori: il potere, la violenza, la crisi ambientale, la disgregazione, la sensazione abbastanza familiare di vivere dentro qualcosa che continua a peggiorare mentre noi cerchiamo ancora di capire da dove cominciare.
Il disco nasce così da una condizione personale e collettiva insieme. Anche la scelta dei musicisti segue questa direzione: Jess Gowrie alla batteria, Troy Zeigler al basso, Nick Reinhart dei Tera Melos, Gina Gleason dei Baroness, Patrick Shiroishi e altri contribuiscono a un album molto più popolato rispetto al precedente.
Eppure la voce della Rundle resta lì, immediatamente riconoscibile. È il filo che tiene insieme tutto.
‘Powerless’ apre il disco con piano e voce, poi lascia entrare lentamente le chitarre. Il titolo sembra quasi una dichiarazione di resa, ma la canzone ha un’energia diversa: quella di chi riconosce la propria impotenza e decide comunque di muoversi. È un’apertura efficace perché mette subito sul tavolo il tema centrale dell’album senza trasformarlo in uno slogan.
‘God’s Picture’ rallenta e si avvicina alla parte più intima della scrittura. C’è qualcosa di quasi spirituale nel modo in cui la Rundle affronta la perdita e il bisogno di trovare un significato, ma la canzone rimane sporca di dubbi. Nessuna risposta arriva abbastanza in fretta. E forse è proprio questo il punto.
‘Anvil’ cresce con una lentezza che sa farsi fisica. Batteria e chitarre aumentano la pressione mentre la Rundle continua a cantare con quella misura che le permette di risultare intensa senza dover alzare la voce. È uno dei brani in cui il disco trova il proprio equilibrio: il peso arriva poco alla volta e quando finalmente si fa sentire è già troppo tardi per scansarlo.
In ‘Catherine Wheel’ entra invece una componente più nervosa. Le chitarre di Gina Gleason danno alla canzone una ruvidità che le sta bene addosso, mentre la Rundle continua a tenere insieme melodia e abrasione. È uno di quei brani in cui viene voglia di alzare il volume, che resta uno dei criteri più semplici e onesti per capire se una canzone funziona davvero.
‘Don’t Delay Heaven’ torna a respirare piano. Il titolo potrebbe far pensare a una promessa, la musica preferisce rimanere nel dubbio. È probabilmente il momento in cui il fantasma di ‘Engine Of Hell’ torna più vicino, soprattutto per la fragilità lasciata scoperta nella voce. La Rundle sa quanto poco serva per far male quando una canzone è scritta bene.
Con ‘Enough’ il disco prende una direzione più ritmica. La struttura procede per accumulo e il sax di Patrick Shiroishi apre una crepa inattesa nell’arrangiamento. È uno dei momenti migliori per capire quanto sia diventato ampio il vocabolario della Rundle: il folk convive con il doom, il rock alternativo con la psichedelia, senza che nessuna di queste componenti sembri lì per fare curriculum.
‘Human Kindness’ è il brano che più di tutti permette al disco di prendersi il proprio tempo. Oltre otto minuti in cui la tensione cresce attraverso ripetizioni, stratificazioni e variazioni. La canzone non ha fretta di arrivare da qualche parte e proprio per questo finisce per portarsi dietro l’ascoltatore. La voce resta al centro mentre intorno si accumula tutto il resto.
È anche qui che emerge il senso della nuova dimensione collettiva della Rundle. La musica diventa grande attraverso l’aggiunta, attraverso la presenza degli altri. Ogni strumento sembra contribuire a togliere un po’ di isolamento a quelle parole.
Poi arriva ‘Oceans Of Time’, che chiude il disco tornando al piano e alla voce. Dopo tutto quello che è successo, la scelta di concludere in questo modo ha qualcosa di quasi ostinatamente umano. Nessuna esplosione finale, nessuna grande rivelazione. Solo la sensazione di essere arrivati dall’altra parte con qualche domanda in più.
‘These Killing Times’ funziona soprattutto perché la Rundle non cerca di cancellare quello che ha fatto prima. Prende la fragilità di ‘Engine Of Hell’ e la mette in mezzo a qualcosa di più grande. Il suono si allarga, gli arrangiamenti respirano, le collaborazioni diventano parte della storia stessa del disco.
La cosa interessante è che questa apertura non rende la Rundle meno personale. Al contrario. La sua voce acquista ancora più peso proprio perché intorno succedono molte più cose.
C’è una frase implicita che attraversa tutto l’album: da soli si può arrivare fino a un certo punto. Poi servono gli altri. Una considerazione quasi banale, se detta a parole, che nelle mani della Rundle diventa materia musicale.
E allora ‘These Killing Times’ parla anche di questo: della fatica di stare al mondo quando il mondo sembra chiedere continuamente qualcosa che non abbiamo più da dare, e della possibilità di trovare comunque un modo per restare. La Rundle lo fa come sa fare lei, senza cercare consolazioni facili e senza addomesticare le proprie ferite per renderle più presentabili. Alla fine rimane una sensazione precisa: il disco è più grande di lei, ma la sua voce continua a essere il centro di gravità.
E forse è proprio questo che serviva alla Rundle adesso. Non un altro posto dove nascondersi, ma qualcuno con cui dividere il peso.
Tracklist
Lineup
Emma Ruth Rundle (voce, chitarra, tastiere), Jess Gowrie (batteria), Troy Zeigler (basso), Gina Gleason (chitarra), Nick Reinhart (chitarra), Patrick Shiroishi (sax), con Amelia Baker, Marissa Nadler, Bryan Tulou e altri ospiti.