Children Of Bodom – Rock’n’roll to death!

Il 04/01/2003, di .

Children Of Bodom – Rock’n’roll to death!

L’A Day At The Border è alle porte e i finlandesi Children Of Bodom si presenteranno all’appuntamento da protagonisti, forti di un nome costruito su e giù per i palchi di mezzo mondo e, soprattutto, con una manciata di veri album “killer”. Ultimo fra tutti il nuovissimo ‘Hate Crew Deathroll’, lavoro che rappresenta una sorta di ritorno alle origini per la band capitanata dal cantante/chitarrista Alexi Laiho e dal tastierista Janne Warman, nostri interlocutori nella lunga intervista che segue.

Fino a qualche anno fa dicevi ‘Children Of Bodom’ e automaticamente veniva da pensare alle eterne promesse del metal mondiale, alla band dal folgorante esordio in grado di conquistare pubblico e critica grazie ad un mix sonoro tanto originale allora quanto imitato oggi, capace di far incontrare in un unico brano il marcio del black con le epiche atmosfere ‘poweriane’ e con l’attitudine classicamente metal. Oggi, varcate le soglie del 2003, a sei ani esatti dalla sua comparsa sulle scene, accenni alla band di Alexi Laiho e la mente corre ad una delle più belle realtà del panorama estremo moderno, un’assoluta priorità per gli addetti ai lavori, per i fans e per le label che si cullano questi cinque musicisti manco fossero ‘preziosi’ principini. E questi giovanissimi finlandesi ripagano tutti nel modo che meglio conoscono, consegnandoci dopo tre anni di attesa ‘Hate Crew Deathroll’, quarto lavoro in studio per la band, il primo dopo il ‘famigerato’ ‘Follow The Reaper’, lavoro controverso, tanto amato dai fans quanto mal sopportato dai suoi stessi padri. Se possibile ‘Hate Crew Deathroll’ cancella le ombre lasciate dal suo predecessore, facendo segnare una sorta di ritorno alle origini per i Children Of Bodom, un viaggio a ritroso nel tempo sino a riscoprire il lato più crudo e diretto del proprio sound, senza però tralasciare quell’attitudine fottutamente rock che pare essere propria del DNA di Alexi Laiho. E proprio al carismatico cantante/chitarrista, supportato per l’occasione dal tastierista Janne Warman, è toccato il compito di ‘rinnegare’ per noi il recente passato, tessere le lodi del nuovo venuto in casa C.O.B e dare l’appuntamento ai fans italiani per l’imminente A Day At The Border.

Siete reduci da una fortunata tournèe giapponese in compagnia di Halford. Come giudicate questa nuova esperienza nel Sol Levante?
“(Alexi Laiho) Siamo tornati qualche giorno fa dal Giappone ed è stato fantastico, veramente “cool”! Abbiamo aperto per Halford e le reazioni dei fans sono state grandiose! Credimi, non ho mai visto così tanta gente impazzire per la nostra musica, ma la cosa che più mi ha colpito è stata l’organizzazione: assolutamente perfetta! Tutto, anche il minimo dettaglio, è stato curato con grande attenzione e nulla è stato lasciato al caso. Già in passato avevamo avuto l’occasione di esibirci in Giappone ma mai davanti a platee così vaste, invece ora, anche grazie ad Halford, abbiamo potuto ‘assaggiare’ i grandi palazzetti, toccare un numero maggiore di persone e, magari, arrivare anche a chi, i Children Of Bodom, non li conosceva affatto. È stata un’ottima opportunità per farci conoscere e trovare nuovi fans, quindi non posso che giudicare positivamente questa esperienza!”.

I Children Of Bodom hanno da sempre un particolare feeling con il Giappone, come testimonia il live ‘Tokyo Warhearts’ registrato proprio in quel Paese. Quale pensi sia il segreto del vostro successo proprio in quella parte del mondo?
“(Alexi) Guarda, me lo sono chiesto anch’io, soprattutto alla luce del grande entusiasmo con il quale siamo stati accolti anche questa volta, ma risposte certe non sono riuscito a darmene! Forse perché, sotto un’impronta tipicamente black, i Children Of Bodom nascondono tutti quegli elementi che in Giappone vanno per la maggiore: gli assoli di chitarra, determinati suoni di tastiera e una buona dose di melodia. È però difficilissimo dare una risposta alla domanda ‘Perché piacciamo?’. Ma forse non ci interessa neanche più di tanto saperlo, l’importante è che sia così”.

‘Follow The Reaper’ è stato accolto alla grande in tutto il mondo e ha consacrato definitivamente i Children Of Bodom. Onestamente, vi sareste mai immaginati un successo simile o tutto il clamore suscitato da questo album ha sorpreso pure voi?
“(Alexi) Assolutamente! ‘Follow The Reaper’ è stata una piacevole sorpresa anche per noi! Ha ampiamente bissato il successo dei due lavori che lo avevano preceduto e ha spinto i Children Of Bodom ad un livello ancora superiore e tutto questo è fantastico. Grazie a questo album, poi, abbiamo avuto la possibilità di suonare ancora di più dal vivo e di affinare alcuni aspetti del nostro sound che, poi, si sono rivelati importantissimi per ’Hate Crew Deathroll’”.
“(Janne Warman) Se devo essere sincero la grande sorpresa è stata constatare che ‘Something Wild’ ha avuto successo. Non nutrivamo grandi aspettative da un album come quello e, vedere che la gente lo ha accolto così bene, ci ha un po’ spiazzato. Il secondo ed il terzo album sono stati invece belle conferme, conferme del fatto che i Children Of Bodom potevano dire la loro nel panorama metal mondiale e le loro vendite hanno sottolineato ulteriormente questa cosa”.

Dopo ‘Follow The Reaper’, ‘Hate Crew Deathroll’, un album che dovrebbe bissare alla grande il successo ottenuto dal suo predecessore…
“(Janne) Lo speriamo, anche se, dati di vendita a parte, sono altri gli obiettivi che ci siamo prefissati di raggiungere con ‘Hate Crew Deathroll’. Primo fra tutti poter andare a suonare per la prima volta in America: è un traguardo di primaria importanza per noi e, se tutto va come dovrebbe, verrà raggiunto molto presto!”
“(Alexi) Suonando in tutti questi anni ho imparato una cosa: se veramente si vuole raggiungere qualche traguardo, bisogna lavorare a testa bassa e non aspettarsi mai troppo, o meglio lavorare con umiltà facendo piccoli passi e guardare all’immediato futuro, non a traguardi grandi e lontani. Questo è il miglior modo per rimanere con i piedi saldi per terra e ottenere qualcosa di veramente importante. Se ‘Hate Crew Deathroll’ arriverà a vendere anche solo un disco in più di ‘Follow The Reaper’, per noi sarà motivo di soddisfazione. Se potremo andare in tour assieme a qualche grande band e suonare ogni sera in un posto un po’ più grande, quello sarà un altro motivo di orgoglio per noi… il motto ‘Tutto subito’ non fa certo per noi…”

Nonostante gli ottimi consensi ricevuti da ‘Follow The Reaper’, avete deciso di cambiare e non affidarvi più agli Abyss Studio di Peter Tagtgren bensì agli Astia Studio in Finlandia. Come mai questa scelta? Non siete stati forse soddisfatti a pieno del lavoro fatto in Svezia?
“(Alexi) No, non è questione di soddisfazione, diciamo che si è trattato più che altro di una sorta di ritorno alle origini. I nostri primi due dischi erano stati realizzati agli Astia, mentre per ‘Follow The Reaper’ avevamo avvertito la necessità di provare qualcosa di nuovo, e così siamo emigrati in Svezia per registrare quel disco. Oggi la stessa volontà che ci aveva spinti a cambiare studio due anni fa, ci ha portati ora a tornare agli Astia. Va anche detto che Peter ultimamente ha rallentato la sua attività come produttore mentre i tempi di attesa per gli Abyss sono sempre maggiori, visto che le band a volerli utilizzare sono in continuo aumento… tutte piccole cose che ci hanno convinti a ‘tornare all’ovile’, una decisione che, vista oggi, ci soddisfa a pieno”.

Entrando a fondo nel discorso ‘Hate Crew Deathroll’, quali pensate siano le principali differenze tra questo disco e il suo illustre predecessore?
“(Alexi) Senza dubbio la produzione: la adoro! Ti assicuro che non è semplice fare risaltare il nostro sound per quello che è, solitamente si tende a appiattire tutto e a ricondurci al livello di Nightwish, Stratovarius e compagnia bella… beh, noi pur rispettando queste band ci consideriamo ancora una extreme metal band e la produzione deve fare emergere quello che realmente siamo. Una cosa non semplice, credimi, visto il nostro approccio eterogeneo alla musica. In ‘Hate Crew Deathroll’ la produzione è riuscita a valorizzare a pieno il suono di ogni singolo strumento facendolo uscire chiaro, ben delineato, senza però andare ad intaccare l’attitudine grezza, a tratti punk, della nostra musica. Qual è la maggiore differenza tra i due album? Beh, forse per la prima volta siamo totalmente soddisfatti del lavoro svolto e del disco che oggi abbiamo in mano”.

Alexi, della band sei il principale compositore. Hai in qualche modo mutato il tuo modo di comporre in occasione di questo disco, o il tuo songwriting ha seguito le tracce dei vostri precedenti lavori?
“(Alexi) No, non ho cambiato il mio modo di comporre, anche perché, come in passato, lo spunto per una canzone è venuto da un riff nato nella mia mente e sviluppato poi assieme ad Alexander prima che con il resto della band. Ho sempre trovato estrema facilità a comporre in questo modo e anche i risultati mi hanno sempre soddisfatto, quindi non vedo perché avrei dovuto cambiare tutto d’un colpo il metodo di lavoro”.

Eppure, conoscendo il tuo grande amore per l’hard rock ottantiano, l’impressione è che, in questo disco, abbia potuto dare libero sfogo a questa tua passione e che il disco metta in mostra il volto più rock dei Children Of Bodom…
“(Alexi) Penso sia più giusto dire che ‘Hate Crew Deathroll’ rappresenta quello che sono i Children Of Bodom oggi tanto che, se qualcuno che non ha mai ascoltato i Children Of Bodom mi chiedesse di descrivergli il nostro sound, gli consiglierei di andarsi ad ascoltare questo disco, perché trovo incarni a pieno quella che è la nostra vera anima. Non mi pare giusto limitare ad una mia passione lo spirito di un intero album”.
“(Janne) Personalmente non credo, comunque, che la tua affermazione sia del tutto errata. Se si ascolta attentamente questo disco viene facile capire come le canzoni contenute in ‘Hate Crew Deathroll’ suonino molto più rock di quelle composte in precedenza. Questo è un aspetto che è sempre stato presente nella nostra musica e che è stato valorizzato particolarmente in questo album”.

Scorrendo i titoli che compongono questo album, verrebbe da pensare di trovarsi davanti ad una sorta di “concept album horrorifico”. Pensate che, da un punto di vista tematico, questo possa essere una delle chiavi di lettura di ‘Hate Crew Deathroll’?
“(Alexi) No, non mi piace definirlo ‘concept album’ anche se, i punti di contatto tra le varie song, sono parecchi. Primo fra tutti il mio stato d’animo al momento di scriverle, generalmente un particolare periodo di scazzo, di depressione, di frustrazione… in quei momenti qualsiasi mezzo possa aiutarmi a sfogare la mia rabbia può venirmi utile. È per questo che, spesso, alla profondità tematica preferisco parole dirette, liriche semplici e crude. Quando mi trovo a comporre nella mia testa passano sempre pensieri di sensazioni sgradevoli, di persone che odio o di periodi della mia vita che vorrei eliminare, ed è la depressione il filo conduttore che unisce ogni mia canzone”.

Da quanto è emerso sino ad ora, uno dei vostri principali obiettivi è quello di allargare la cerchia dei vostri fans, cosa facilmente raggiungibile soprattutto in considerazione della vostra varietà stilistica. Alla luce di questo, quale pensate possa essere il ritratto del classico Children Of Bodom’s Fan?
“(Janne) È difficile risponderti perché, proprio come hai sottolineato tu, ci sono un mucchio di stili alla base della nostra proposta musicale e, di conseguenza, sono diversi i tipi di ‘ascoltatori’ che si avvicinano alla nostra musica. Superficialmente parlando penso si possa sostenere che il tipico fan dei Children Of Bodom è il metaller al quale piacciono sane dosi di melodia”.
“(Alexi) Io invece penso che sia particolarmente nutrita la schiera di ragazzi che amano il black metal, però allo stesso tempo si avvicinano con facilità a noi anche quei ragazzi legati all’heavy metal più classico. È molto difficile da dirsi, perché se ai nostri esordi erano i fans del black e del death a seguirci, oggi riceviamo mail di ragazzi che ascoltano molto power e che dicono di amare la nostra musica… mi piace pensare di essere riuscito a creare un sound in grado di mettere d’accordo ragazzi dagli ascolti fondamentalmente così distanti”.

A giugno suonerete all’ A Day At The Border Festival assieme a Marilyn Manson. Cosa ne pensate di questa accoppiata e, in generale, della scaletta della giornata?
“(Alexi) Onestamente non mi piace molto la musica di Marilyn Manson, comunque trovo che sia una grande band, tra le poche ad avere il coraggio di fare qualcosa di totalmente differente da quanto fatto dalla ‘massa’. A parte loro non conosco ancora il bill definitivo del festival, però dai nomi sentiti mi sembra una grande manifestazione. Ci sono anche i Whitesnake se non sbaglio…”

Sì, ma loro suoneranno il giorno dopo il vostro, assieme a Motorhead, Queensryche, Saxon… Voi vi ritroverete tra HIM, Disturbed, Ministry, Meshuggah e Carpatian Forest!
“(Alexi) Beh, dai nomi che mi hai detto non mi sembra proprio si possa parlare di un brutto festival. No, è decisamente un grande evento al quale siamo fieri di prendere parte”.

Anche perché l’attesa per voi in Italia è grande. Avete un nutritissimo seguito e ormai siete una della band ‘calde’ qui da noi…
“(Janne) Puoi dirlo forte! Ricordo l’ultima volta che abbiamo suonato da voi, di spalla agli Slayer. Che concerto! Suonare davanti ad un pubblico così appassionato e caldo è stata una grande emozione”.
“(Alexi) Che pazzi! Ci troveremo bene di sicuro, perché il pubblico italiano è senza dubbio l’ideale accompagnamento per uno show dei C.O.B. Adoro suonare davanti a ragazzi così fuori di testa che ti accompagnano dall’inizio alla fine dello show cantando e facendo headbangin’, e sono sicuro che non mi deluderanno neppure a giugno!”.

Sei anni “in studio” nelle parole di Alexi “Wildchild” Laiho e Janne Warman

SOMETHING WILD (1997)
“(Janne) Che album terribile! Tremo al suo pensiero, però da qualche parte bisognava pur incominciare, non è vero?”
“(Alexi) Io non la vedrei in modo così catastrofico! Dopo tutto era la nostra prima esperienza in studio, è un album registrato in una settimana, eravamo giovanissimi, qualcuno di noi non era neppure maggiorenne e l’inesperienza si sente tutta, però credo che contenga anche ottime canzoni, su tutte ‘Deadnight Warrior’. Non lo butterei via, anche se si sente benissimo che dovevamo ancora migliorare come musicisti e come songwriter!”.

HATEBREEDER (1999)
“(Alexi) Musicalmente è un deciso passo avanti rispetto al primo disco. Contiene molte, ottime canzoni, brani che ancora oggi suoniamo volentieri dal vivo. Non è un disco perfetto, però in alcuni frangenti sono molto soddisfatto di averlo realizzato”.
“(Janne) La cosa che più mi piace di questo disco è l’assoluta mancanza in esso di ritocchi fatti al computer. Tutto quello che si può sentire è stato suonato rigorosamente dal vivo, e questo per noi è molto importante”.

TOKIO WARHEARTS (1999)
“(Janne) Mi viene la pelle d’oca ogni volta che lo ascolto. Se penso a come rendiamo oggi dal vivo, e se ascolto come rendevamo allora, mi viene da spegnere immediatamente lo stereo!”
“(Alexi) Già, però è stato divertente realizzarlo. Mi rendo conto che non rende a pieno l’idea di quello che sono oggi i C.O.B live, però sono anche passati quattro anni da allora e un certo cambiamento è anche comprensibile. Non suoniamo però male in quel live, come disco è ‘Ok’, nulla più”.

FOLLOW THE REAPER (2000)
“(Alexi) Per alcuni versi è un buon album…ma solo per alcuni! A mio avviso la produzione è stata troppo pulita e non è emersa a pieno la carica letale del nostro sound. Onestamente, non so se preferisco questo album o ‘Hatebereder’… Di per contro contiene alcune delle migliori canzoni mai scritte dalla band”.
“(Janne) Già, è così…contiene buoni brani, però l’impressione è che non sia uscito così bene come avrebbe potuto”.

HATE CREW DEATHROLL (2003)
“(Janne) Senza dubbio il nostro miglior album. Canzoni, sound, produzione… non c’è proprio niente che non va in questo disco!”.
“(Alexi) È il fedele ritratto di quelli che sono oggi i Children Of Bodom. Rispetto all’album precedente ‘Hate Crew Deathroll’ ha un approccio molto più ‘in your face’ con la musica, le canzoni sono molto più dirette ed hanno sicuramente un taglio più aggressivo rispetto a quelle contenute in ‘Follow The Reaper’. È un disco che spacca sotto molti punti di vista!”.

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