Ministry – Amerikkkant

Il 08/03/2018, di .

Gruppo: Ministry

Titolo Album: Amerikkkant

Genere:

Etichetta: Nuclear Blast

Distributore: Warner

55

La musica dei Ministry è mutata nel tempo sia per necessità di vita ed arte, ma anche come reazione al succedersi delle stagioni politico americane. Le due ere Bush, padre e figlio, hanno spinto il gruppo di Al Jourgensen a definire l’industrial con un album quale ‘Psalm 69’, uno dei capisaldi genere. Prima dell’avvento di George Bush (per gli amici, Junior), si sono ritrovati ad avere a che fare con Clinton e la musica dei Ministry ha mutato di stile, legandosi a toni in fondo più moderati, provando strade alternative quali quello dello sludge. Con l’ascesa del figlio di Bush, i Ministry hanno invece spinto di nuovo sull’acceleratore per tornare ad aggredire rabbiosi con album quali ‘Animositisomina’, ‘The Last Sucker’ e ‘Rio Grande Blood’. L’america come un sanguinoso far west gestito da uno cow-boy sprovveduto? lo zio Al non è uno che le manda a dire nemmeno (e soprattutto) ai nostri giorni, quando sul trono dell’impero americano siede Trump. E la risposta non si fa attendere. ‘Amerikkkant’ non è solo il nuovo album dei Ministry, ma è una dichiarazione d’intenti che trova il suo complemento ideale nella rappresentazione visiva della copertina: la statua della libertà si vergogna dell’america stessa. Insomma per Al Jourgensen siamo al punto più basso, tanto che la musica dei Ministry non è più nemmeno rabbiosa, ma diventa allucinata, ipnotica e ossessiva. Così lo slogan ‘We make america great again’ diventa eco filtrato e si perde in un far west lunatico. Quando invece parte la seconda traccia ‘Twilight Zone’, la musica diventa sinfonia industrial con distorsioni pesanti e violini minacciosi, mentre l’elettronica riempie gli spazi e la canzone diventa liturgia pagana schizzata. In fondo nei successivi brani il copione si ripete con mid-tempo quali ‘Victim of a Clown’, ‘Wargasm’ o ‘AmeriKKKa’. I Ministry invece provano a variare, a far male soprattutto in un brano come ‘We Are Tired of It’ oppure nel primo singolo e meno riuscito ‘Antifa’.
Le promesse per far bene c’erano. La voglia di reagire ad un condizione di alienazione rispetto ad un paese in cui Al Jourgensen probabilmente non si riconosce più. L’idea di dare vita quindi ad una musica che faccia un nuovo passo avanti, non più solo rabbia, ma voglia di descrivere e di perdersi in ciò che percepiamo come incomprensibile. Eppure ‘Amerikkkant’ non sempre funziona. Non tanto per la produzione comunque ottima e nemmeno per la capacità di arrangiare musica sempre di alto livello, quanto per una certa ripetitività nella formula e in un ispirazione troppo discontinua aggravata da una certa banalità dei testi (in cui ci si limita a dare contro senza andare per il sottile).I Ministry faticano a trovare un equilibrio in ‘Amerikkkant’, stavolta la musica cede il passo alla voglia di protestare e non trova spunti particolarmente significativi.

Tracklist

01. I Know Words
02. Twilight Zone
03. Victims Of A Clown
04. TV 5-4 Chan
05. We’re Tired of It
06. Wargasm
07. Antifa
08. Game Over
09. AmeriKKKa

Lineup

Al Jourgensen: lead vocals, guitars, programming, production, miscellaneous instruments
John Bechdel: keyboards
Sin Quirin: guitars
Cesar Soto: guitars, backing vocals
Tony Campos: bass, backing vocals
Derek Abrams: drums
DJ Swamp: turntables, electronics