Five Finger Death Punch + Ministry + more @Alcatraz – Milano (MI), 6 giugno 2017

Il 09/06/2017, di .

Five Finger Death Punch + Ministry + more @Alcatraz – Milano (MI), 6 giugno 2017

Ci apprestiamo a vivere una serata di musica che attraversando i generi tocca generazioni anche lontane nel tempo. Infatti, in una Milano che si è appena scossa dalla pioggia, il locale Alcatraz ospita quattro band provenienti dagli Stati Uniti che diventano punto di incontro tra differenti ere musicali: il passato nobile dei Monster Magnet e dei Ministry, un presente già di successo come quello dei Five Finger Death Punch e un futuro in veloce progressione per i Code Orange.
Il pubblico affluisce lentamente, ma dalle 18.00, ora d’inizio della prima band, i Code Orange, gli spazi si riempiono in maniera vistosa.
Forti di una già vasta base di fan, ricordiamo il milione di visualizzazioni per il video del recente singolo ‘Forever’, i Code Orange aprono le danze proprio con la title track del nuovo album che dal vivo annichilisce lo ascoltatore in tutto il suo caos energetico. Il loro hardcore è sostenuto da distorsioni industrial che creano un muro in cui danzano le voci del chitarrista Eric Balderose, del batterista Jami Morgan e della chitarrista Reba Meyers. Growl brutali si alternano a linee più melodiche che aprono dei varchi nell’oscurità ingenerata dai Code Orange. Sul palco i cinque di Pittsburgh danno davvero tutto e non si risparmiano mai in una setlist che ripercorre la loro di discografia a partire dall’album d’esordio ‘Love is Love/Return to Dust’ del 2012 fino ad arrivare all’ultimo ‘Forever’ del 2017 da cui estraggono diversi brani tra cui ‘The Mud’ e ‘Kill the Creator’. Il pubblico apprezza e partecipa alla loro prestazione grazie anche ai suoni che risultano ben bilanciati ed in grado di mettere in evidenza lo stile di una band giovane, ma che è ormai più che una semplice promessa.
Gli spettatori si sono poi moltiplicati nel numero nel frattempo, riempiendo buona parte degli spazi che delimitano il palco principale dell’Alcatraz. I Monster Magnet sono sia storia dei generi che uno degli ultimi punti di singolarità del rock. Dave Wyndorf, il leader del Mostro Magnetico, non solo ha definito il genere dello stoner, ma fa anche parte di quei pochi, il buon Lemmy era tra questi, ad avere carisma e di pari passo una capacità creativa fuori dal comune. Quando il riff di ‘Dopes to Infinity’ si materializza non si può far altro che lasciarlo scorrere in noi, in modo da far si che ci possieda. Inutile dire che Dave domina la scena e con la sua voce ci conduce in posti i cui contorni non sono quasi mai definiti, certo a volte si tratta di robe spaziali, ma sai che quello spazio lì è interiore e dentro ci si perde senza rendersene conto. Così si susseguono ‘Powertrip’, ‘Negasonic Teenage Warhead’ per poi chiudere il concerto con l’ultimo viaggio, l’ultima fuga, il loro brano probabilmente più noto ‘Space Lord’. Confortati dalla notizia che il nuovo album è in dirittura d’arrivo, rimane la speranza di poterli vedere di nuovo magari da headliner… altrimenti…
“Who’s gonna teach you how to dance?
Who’s gonna show you how to fly?”
Il testimone viene quindi consegnato con coerenza ai Ministry. Essi stessi hanno definito il genere industrial influenzando numerosi gruppi quali Fear Factory, Marylin Manson e Nine Inch Nails. Al Jourgensen è leader di grande carisma, uno in grado di trascinare il suo gruppo, a dare tutto. Non si risparmiano i Ministry sul palco dell’Alcatraz. Il primo brano ‘Psalm 69’ è liturgia pagana con la quale iniziare i fan ad una sorta di rito occulto fatto di ritmiche ossessive e una voce che inneggia ad un’oscurità senza tempo. Si susseguono poi ‘Punch in the Face’, ‘Worthless’ e ‘Bad Blood’. I Ministry chiudono con ‘Thieves’ una performance per certi versi essenziale, dove i suoni industrial hanno un contrappunto visivo nelle immagini astratte che scorrono in un monitor dietro le loro spalle e nelle luci che danzano nel ritmo della loro danza tribale tra passato e futuro.
Ad una decade dall’esordio, dopo aver pubblicato nel 2015 il loro sesto album ‘Got Your Six’, i Five Finger Death Punch tornano in Italia. Il brusio del pubblico aumenta di volume con l’approssimarsi dell’ingresso del gruppo ed in fondo i fan li aspettano ormai con una certa ansia anche per via del concerto cancellato a novembre di due anni fa che si sarebbe dovuto tenere proprio qui all’Alcatraz. I Five Finger Death Punch senza troppe cerimonie tornano a testa bassa per mostrarci ancora una volta che il loro successo non è mero artificio, ma il frutto di passione, coraggio e tecnica al servizio della musica. Il primo brano è quella ‘Lift me Up’ che nella versione originale vede la partecipazione di Rob Halford dei Judas Priest. Il pubblico è da subito una cosa sola con il gruppo e il coro ad alto tasso melodico viene cantato, a tratti gridato. Giusto il tempo per un’incertezza del frontman Ivan sull’attacco di ‘Never Enough’ che siamo di nuovo immersi nel loro metal potente e trascinante. Dopo aver suonato la cover di ‘Bad Company’ c’è spazio per un medley in cui i Five Finger abbozzano altri brani celebri tra cui: ‘Crazy Train’, ‘Sweet Home Alabama’ e ‘Smoke in the Water’.
Il loro show oltre che di bordate simil hardcore quali ‘Got your Six’ o ‘Coming Down’ è anche vicinanza con il pubblico, così fanno salire sul palco una fan che canterà le strofe di ‘Burn MF’ con naturalezza e coraggio per poi scatenarsi alle bordate dei Five. Il concerto scorre velocemente tra brani acustici e variazioni anche piuttosto piacevoli come il brano ‘Far from Home’ che viene intonato dalla sola voce di Ivan. I Five Finger Death Punch sigillano una prestazione ad alto tasso adrenalinico con l’epica ‘The Bleeding’ per poi accomiatarsi sulle note di western di ‘House of the Rising Sun’.

Foto di MELISSA GHEZZO

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