Manowar, I trent’anni di ‘The Triumph Of Steel’

Il 29/09/2022, di .

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Manowar, I trent’anni di ‘The Triumph Of Steel’

Ah, i Manowar.
Vorrei presentarveli come la band che mette tutti d’accordo ma non mi sembra proprio il caso, visto pure la loro (“bizzarra”?) condotta dell’ultimo periodo.
Piuttosto, “coff, coff”, tono di voce solenne, ecco a voi la band che non può che essere oggetto di dibattito, si sa, perché o la si ama in modo forsennato, o la si critica.
Quella band che sembra essere così tanto teutonica, dall’esser originaria nientepopodimeno che da New York, ma questo è solo un banale dettaglio (ricordiamo il ‘Joey Demaio Spoken Tour’, tour mondiale i cui 3/4 di date hanno proprio come location la Germania.)
Credo che questa presentazione, al limite del comico, sia comunque frutto di un momento di piena lucidità mentale, perché ritengo che, psicologicamente, quando si presenta con eccessive lodi una portata ci si prospetti inevitabilmente troppe aspettative.
Eh invece no, partiamo in sordina con umiltà, caratteristica molto spesso di cui si è dimostrato peccare il leader della band.
Ok dai, la smetto.
Partendo da un punto di vista prettamente obiettivo, i Manowar sono una delle poche band ad aver sfornato fino ad oggi dei capolavori musicali.
Oggi, 29 settembre 2022, è il compleanno di uno di questi masterpiece.
Signori e signore, l’inossidabile e mastodontico ‘The Triumph Of Steel’ spegne trenta candeline.
Settimo album dei Manowar, frutto della mente di Joey deMaio al basso, Eric Adams alla voce, David Shankle alla chitarra e Kenny Rhino alla batteria (inizialmente venne tenuto in considerazione Columbus ma, per i problemi familiari che tutti conosciamo, venne sostituito all’ultimo dall’amico di vecchia data Rhino, sempre pronto a dare una mano alla band.)
Un cambio di line-up che, nonostante non venne accolto benissimo dai fans inizialmente, non fece altro che incuriosire talmente tanto da correre ad accaparrarsi una copia dell’album: 8 track, 69 minuti di metal nudo e crudo in un carattere epico e trionfale il cui primo ascolto è sufficiente per sentire le farfalle nello stomaco.
Sarà per l’incredibile voce ed il timbro inconfondibile dell’eccezionale Eric Adams, sarà perché i due membri sostituiti sanno tenere il ritmo, questa vera e propria saga metal viene ricevuta molto bene dal pubblico.
Personalmente quando penso a quest’album trovo tuttora la scelta di partire senza respiro con 28 minuti ininterrotti di canzone (‘Achilles, Agony And Ecstasy In Eight Parts’) molto discutibile: per carità, il testo è davvero meraviglioso, credo che i Manowar abbiano raggiunto davvero la perfezione con questo pezzo che descrive le gesta di Achille durante la guerra di Troia…però arrivare a quasi 30 minuti di track lo trovo insensato e poco apprezzabile all’orecchio dell’ascoltatore.
Fortunatamente le successive ‘Metal Warriors’ e ‘Ride The Dragon’ risultano molto più gestibili grazie ad una struttura orecchiabile e semplice da memorizzare: due canzoni semplici, che seguono la linea finora tracciata nella storia della band.
‘Spirit Horse Of The Cherokee’ è invece un brano davvero unico, grazie all’evocativa introduzione in lingua nativa americana per celebrare la storia del valoroso popolo pellerossa sterminato dall’uomo bianco, nel cui ritornello, Adams esprime tutto il dolore e la sofferenza vissuta.
L’album si conclude con ‘The Demon’s Whip’ e la famosissima ‘Master Of The Wind’: il rallentamento graduale che prende questo lavoro verso la fine della sua saga risulta perfetto per il suo epico finale.
Eh già, perché forse i Manowar, per quanto già convinti caratterialmente, erano consapevoli fino ad un certo punto di come ‘Master Of The Wind’ aveva le giuste qualità per diventare una delle più belle canzoni di tutta la storia del metal.
Una ballata senza tempo, toccante, romantica, solenne, emozionante: un testo nel quale ognuno di noi si ritrova, forse perché chiunque può essere il Signore del Vento (“…All to be the master of the wind…”), alla ricerca dell’oro alla fine del proprio arcobaleno.
Che altro aggiungere riguardo questo masterpiece di album?
E’ solo il 1992 e tante sono le sfide che i Manowar dovranno affrontare in questi successivi trent’anni.
State tranquilli che non mancheranno le occasioni per far parlare di sé, per creare scalpore, scandalo, sollevare polveroni di critiche o semplicemente, far innamorare il proprio pubblico.
Lo dico da fan, in quanto i Manowar incarnano un po’ la figura di quell’adolescente ribelle, impulsivo, incauto, megalomane in tutto ciò che ha creato, che quando fa le cose le fa mettendoci tutto il proprio cuore, che non accetta compromessi e che non manca di litigare anche quando il litigio si potrebbe evitare.
Una figura alla quale, per quanto faccia discutere, è impossibile non esserci affezionati.
Quindi, tutti in coro, tanti auguri di buon completanno a questo “trionfo dell’acciaio”.

Hammer Fact:
-L’unico aiuto che Joey DeMaio nella composizione dell’album è stata quella da parte dello stesso chitarrista David Shankle.
-Questo album rappresenta il primo della band ad avere una line-up totalmente diversa dall’originale, fino ad allora capitanata da Scott Columbus alla batteria e dal leggendario Ross The Boss, ritornato nella sua band iniziale, un po’ meno “impegnativa”, Dictators.
-Anni dopo, lo stesso Ross The Boss disse che fu Joey DeMaio a cacciarlo: nonostante gli accordi finanziari vedevano protagonisti entrambi al 50%, Ross accusò Joey di essere totalmente cambiato con l’arrivo della fama e che i Manowar dovevano essere frutto di un lavoro di gruppo e non del protagonismo di un singolo componente.
Inutile dirlo, ma Ross The Boss rimane ad oggi uno di quegli ex componenti di cui il pubblico avrà sempre nostalgia.

Line-up:
Joey DeMaio – basso
Eric Adams – voce
David Shankle – chitarra
Kenny Earl “Rhino” Edwards – batteria

Tracklist:

01.Achilles, Agony And Ecstasy In Eight Parts
02.Metal Warriors
03.Ride The Dragon
04.Spirit Horse Of The Cherokee
05.Burning
06.The Power Of Thy Sword
07.The Demon’s Whip
08.Master Of the Wind

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