Frantic Fest Day 3 @ Francavilla al Mare (CH), Tikitaka Village, 16 agosto 2025

Il 31/08/2025, di .

Frantic Fest Day 3 @ Francavilla al Mare (CH), Tikitaka Village, 16 agosto 2025

Terza e ultima giornata del Frantic Fest 2025: Francavilla al Mare si sveglia sotto un sole impietoso, ma il clima tra il pubblico è ancora più caldo – e non certo per colpa della temperatura. Le birre scorrono fresche, l’atmosfera è tra le migliori di tutta la rassegna: complicità, resistenza e pura energia collettiva. Nessun segno di cedimento, solo voglia di vivere fino in fondo un’ultima giornata all’insegna dell’impatto.

Ad aprire la giornata finale ci hanno pensato gli Zolfo, con un set che – per chi c’era fin dal primo sole – ha portato sul palco un carico di doom abrasivo e fangoso. Suoni lenti ma densi come colate laviche, tra visioni sludge e riverberi rituali. Un risveglio tutt’altro che morbido, perfetto per chi voleva subito entrare nel vivo.

Gli Invernoir salgono sul palco con il sole ancora alto, ma è subito crepuscolo nell’anima. La band romana porta un doom/gothic elegante e malinconico, figlio di una scuola gloriosa ma tutt’altro che derivativo. Le chitarre si muovono come onde lente e avvolgenti, mentre la voce alterna carezza e disperazione con misura impeccabile. Il pubblico, inizialmente spaesato, viene lentamente catturato e condotto in territori di profonda introspezione. I brani suonano pieni, sentiti, vivi. Gli Invernoir non urlano mai, ma sanno farsi sentire fortissimo. La loro è una bellezza dolente, fatta di dettagli e tensioni silenziose, e proprio per questo lascia il segno, una parentesi rarefatta e preziosa. Chi c’era ha capito di aver assistito a qualcosa di speciale. Chi li ha persi, dovrà rimediare.

Il nome non lascia spazio a fraintendimenti, e il live dei Brutal Sphincter sembra aver mantenuto la promessa: grindcore demenziale, velocità fuori controllo e una dose abbondante di nonsense e sudore. Una parentesi estrema e grottesca, perfetta per smuovere chi aveva ancora sonno o stava prendendo il festival troppo sul serio.

Anche da lontano, i Bull Brigade si sono fatti sentire forte e chiaro. Il loro street punk militante, diretto e coinvolgente, ha scosso l’aria del Frantic con cori da stadio, chitarre cariche di rabbia e un cuore grande così. Un momento di respiro collettivo, tra attitudine genuina e messaggi che uniscono. Punk come deve essere: rumoroso, sincero, vivo.

Quando i Devangelic salgono sul palco, non si fanno prigionieri. Il loro brutal death metal è blasfemo, implacabile: un assalto frontale che non lascia tempo per respirare. Ma dietro tanta ferocia c’è una macchina rodata, una band affiatata e consapevole, che conosce il palco e il pubblico del Frantic come casa. Le ritmiche martellano senza pietà, i riff tagliano come lame, e la voce scava a fondo. Devoti all’estremo, ma con cuore e presenza reale: amici prima che musicisti, devastanti su entrambi i fronti.

I Saturnus non suonano: evocano. L’arrivo della band danese sul palco ha trasformato l’atmosfera del Frantic in qualcosa di sospeso, quasi irreale. Il tempo si è dilatato, i cuori si sono rallentati, e il doom malinconico della band ha avvolto tutto e tutti in una coltre di emozione e maestosità. Brani come ‘I Long’ e ‘Empty Handed’ sono stati vissuti, più che ascoltati, con un’intensità difficile da descrivere. I Saturnus non hanno solo eseguito un set impeccabile, lo hanno sentito, condividendo con il pubblico ogni sfumatura, ogni sussurro, ogni esplosione emotiva. Amici veri, musicisti eccellenti, hanno dato tutto su quel palco e lo si è percepito in ogni gesto, in ogni nota. La risposta del pubblico è stata profonda, silenziosa e travolgente allo stesso tempo: nessun pogo, ma occhi lucidi e applausi che sembravano abbracci. Un’esperienza, più che un concerto. Indimenticabili.

Dalla Finlandia con furore, i Galvanizer hanno portato sul palco una scarica di death/grind grezzo e affilato come una scheggia. Nessuna concessione alla melodia, zero compromessi: un attacco sonoro ruvido, dritto alla gola, che ha risvegliato le energie più primitive del pubblico. Il loro suono ha il sapore del sudore e della ruggine, e dal pit arrivano solo conferme: furiosi, efficaci.

Nel cuore di un festival dominato da blast beat e distorsioni maligne, i Buzzcocks si sono ritrovati con la sfida più complicata: infiammare un pubblico abituato a tutt’altro tipo di impatto. E ci sono riusciti alla grande. Con classe, ironia e quella carica punk intramontabile, hanno ribaltato ogni scetticismo con un set vibrante e autentico. Brano dopo brano, il pubblico – inizialmente spaesato – ha ceduto al ritmo, al tiro e alla leggerezza solo apparente dei riff. La loro attitudine è rimasta intatta: diretti, taglienti, senza fronzoli, capaci ancora di lanciare messaggi generazionali con tre accordi e mille watt di sincerità. Non erano gli outsider: erano i veterani che dimostrano perché certe radici non appassiscono mai. Standing ovation meritata, sorriso stampato sul volto di chi ha capito di aver assistito a qualcosa di raro.

Storici, ruvidi, inossidabili: gli Avulsed hanno inferto al Frantic una dose di death metal vecchia scuola senza troppi fronzoli. Dal palco, una raffica di riff taglienti, groove marci e attitudine brutale, con Dave Rotten a guidare il massacro vocale con carisma e ferocia. Una lezione di metallo iberico per chi ama l’estremo senza compromessi né revisioni moderne.

I Carcass salgono sul palco e da subito si capisce che siamo su un altro livello. Precisione chirurgica, presenza scenica da fuoriclasse e una scaletta che è un viaggio dentro le epoche più gloriose del death e del grind. Jeff Walker domina la scena con la sua solita ironia tagliente, mentre la band spara una raffica di brani devastanti con una naturalezza disarmante. I suoni sono perfetti: ogni riff affilato come bisturi, ogni blast incasellato con freddezza scientifica. Eppure, nulla è sterile: i Carcass sono vivi, feroci, eleganti nella loro brutalità. Il pubblico è in trance, tra mosh furibondi e sorrisi a trentadue denti. Una masterclass assoluta di cosa significhi suonare estrema con stile, storia e sostanza. Stratosferici, monumentali, senza rivali: una delle esibizioni più memorabili dell’intero festival. Chi li ama ha avuto la conferma. Chi non li conosceva, ora ha un nuovo culto.

The Foreshadowing hanno portato sul palco un’eleganza oscura che si è fatta subito notare. La band romana, forte di una storia solida nel panorama gothic doom, ha incantato con un set atmosferico, magnetico, dove ogni nota sembrava scolpita nel marmo. Lenti ma inesorabili, con brani che scavano dentro e lasciano il segno, hanno dipinto scenari decadenti e maestosi, in perfetto equilibrio tra melodia e tormento. La voce profonda e solenne guida un impianto sonoro maturo, ricco di sfumature, che non ha nulla da invidiare ai nomi storici del genere. In un contesto dominato dall’aggressività, loro hanno scelto la via dell’introspezione e dell’intensità, trovando comunque un pubblico partecipe e rapito. The Foreshadowing non urlano, affascinano. Sono loro a mettere il sigillo su questa terza giornata – e sull’intero Frantic Fest – che si prendono la scena finale con eleganza e profondità. L’ultimo brano si dissolve nell’aria come un sussurro, ma il pubblico non ne ha abbastanza: parte spontaneo l’invocare di un altro pezzo, un ultimo viaggio, un altro momento da trattenere. Ma è davvero finita.

Resta quella sensazione sospesa, tra malinconia e gratitudine, che solo i grandi festival sanno lasciare. Il Frantic non è solo musica: è una comunità, un rito collettivo, un posto dove per tre giorni il mondo là fuori resta in silenzio. E mentre le ultime note si spengono, tutti pensano la stessa cosa: vorremmo non finisse mai.

Testo di Federica Sarra
Foto di Alex Ventriglia

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