Metalitalia.com Festival – DAY 1 @ Live Music Club, Trezzo sull’Adda, 26 settembre 2026

Il 20/10/2026, di .

Metalitalia.com Festival – DAY 1 @ Live Music Club, Trezzo sull’Adda, 26 settembre 2026

ll Metalitalia.com Festival arriva quest’anno alla sua tredicesima edizione e, nel corso della sua storia, si è contraddistinto, anche alla luce della nascita di numerose nuove realtà nella nostra penisola, come uno degli happening più importanti del bel paese. Sul suo palco, infatti, si sono alternati tantissimi nomi della scena metal europea e internazionale, contribuendo a costruire un prestigio che ha ormai varcato anche i confini nazionali.
Come da tradizione, ogni settembre il popolo del metal ricomincia la propria stagione concertistica proprio da Trezzo sull’Adda. Un appuntamento che, almeno per chi scrive, rappresenta ormai una sorta di confine ideale tra la chiusura della stagione estiva dei festival e l’apertura di quella che potremmo definire, per così dire, invernale.
Quest’anno i punti di interesse sono davvero molti e le due giornate sembrano assumere caratteristiche piuttosto differenti. La prima appare maggiormente avvolta dall’oscurità, muovendosi tra gothic, doom, dark e black metal, mentre la seconda sembra rivolgere lo sguardo soprattutto verso il metal estremo, declinato nelle sue diverse forme.
È proprio dalla prima giornata che iniziamo questo racconto e ad accoglierci ci sono i Nel Buio, realtà interessante e, per certi versi, unica all’interno del panorama italiano, capace di fondere dark wave e black metal in una formula originalissima. Non a caso la band ha coniato per la propria musica la definizione di ‘Pure Italian Blackwave’, sintesi perfetta dell’incontro tra queste due anime e di un approccio che in concerto acquista ulteriore forza attraverso una performance cupa e, perché no, decisamente seducente.
A emergere immediatamente sono il carisma e la potenza di Clod ‘the Ripper’ De Rosa, autentico mattatore di un’esibizione nella quale i brani tratti dall’album di debutto, pubblicato circa un anno fa, dimostrano di possedere una notevole resa. Un impatto convincente e una personalità ben definita per un inizio molto promettente.
Dalle suggestioni dei Nel Buio si passa quindi a territori decisamente differenti con i Nero di Marte, formazione bolognese che nel corso degli anni ha sviluppato una proposta difficile da racchiudere all’interno di confini ben definiti. Post-metal, progressive, estremismo e sperimentazione finiscono per intrecciarsi attraverso strutture complesse, nelle quali dissonanze e aperture più rarefatte convivono dando vita a un suono inquieto e spesso imprevedibile.
È una materia musicale non semplicissima da trasportare in concerto, ma i Nero di Marte riescono a trasformarne la complessità in un flusso in grado di costruire sicuramente una grande capacità di coinvolgimento brano dopo brano, senza necessariamente ricercare l’impatto immediato. Una prova molto convincente che attira l’attenzione di molti tra i presenti anche di chi magari li ascolta per la prima volta.
Con i 1914 lo scenario cambia radicalmente e il Live Music Club sembra trasformarsi idealmente in una delle trincee della Prima guerra mondiale, conflitto attorno al quale la formazione ucraina ha costruito praticamente tutta la propria storia. Un immaginario che va ben oltre il semplice aspetto estetico e che trova in un mix di black, death e doom la colonna sonora perfetta per raccontare battaglie, morte e soprattutto le storie degli uomini che quella guerra l’hanno vissuta. Un percorso portato avanti anche nel recente ‘Viribus Unitis’, ultimo album pubblicato lo scorso novembre, che segue le vicende di un soldato ucraino dell’esercito austro-ungarico durante gli anni della Grande Guerra, inviato a combattere sul fronte italiano e successivamente fatto prigioniero dalle nostre truppe.
Divise, richiami militari e apparato scenico accompagnano un’esibizione pesantissima, nella quale accelerazioni feroci si alternano a passaggi più lenti ai limiti del doom e decisamente più soffocanti. Quello che colpisce maggiormente, però, è la capacità dei 1914 di portarti dentro il loro mondo senza affidarsi esclusivamente all’immagine: sono soprattutto i brani a fare la differenza e a rendere il concerto potente, evocativo e ricco di interessanti spunti sia musicali che scenici.
Impossibile poi non provare una sensazione particolare davanti a una band ucraina che oggi racconta gli orrori di una guerra combattuta più di un secolo fa. Senza voler creare facili parallelismi tra epoche e conflitti differenti, alcune immagini finiscono inevitabilmente per assumere un peso particolare. Il messaggio della band, anche verbale, arriva forte e chiaro quando viene menzionata dalla stessa la guerra ancora in corso, parole accolte da un lungo e convinto applauso del pubblico. Particolarmente evocativi anche i video proiettati sul ledwall, accompagnati da discorsi d’epoca in lingua italiana. Emozionante, poi, il tributo ai soldati italiani della Prima guerra mondiale, il cui ricordo, tramandato attraverso i racconti dei suoi avi, viene richiamato da Dmytro Kumar con parole di profondo rispetto. Una prova di grande spessore, senza dubbio tra le migliori dell’intera giornata.
Il forfait dell’ultimo momento dei Novembre, causato dai seri problemi di salute che hanno colpito Carmelo Orlando, modifica inevitabilmente il programma della giornata e porta sul palco del Live Music Club i Nocturnal Depression. Un cambio importante anche dal punto di vista musicale, perché con la formazione francese ci addentriamo in uno dei territori più desolanti del black metal.
Attivi da oltre vent’anni, i Nocturnal Depression hanno costruito la propria storia attorno a una forma di depressive black metal nella quale disperazione, isolamento e tormento diventano elementi centrali. Black e doom si incontrano all’interno di composizioni spesso dilatate e malefiche, dominate da riff reiterati e melodie dolorose che sembrano procedere lentamente verso un punto dal quale non esiste possibilità di ritorno.
Un carattere che trovo particolarmente vivo anche nell’ultimo ‘Perpétuelle Eclipse’, ormai datato 2024, e che trova una naturale prosecuzione sul palco, dimensione alla quale la formazione francese ha sempre attribuito un’importanza fondamentale.
Una performance annichilente che trascina dentro un baratro, soprattutto attraverso la voce straziante e catacombale di Lord Lokhraed, che rende tutto ancora più vero e consegna al pubblico un’esperienza che penso la platea nella sua totalità abbia apprezzato data la risposta consegnata all’entità d’oltralpe.
L’alternarsi delle band coinvolte continua a mostrarci profondità differenti del buio ed è lungo questo percorso che arriviamo agli Harakiri for the Sky. La formazione austriaca occupa ormai da anni un posto importante nella scena post-black metal europea, muovendosi tra violenza, melodia e una componente emotiva profondamente tormentata.
Un equilibrio che ritroviamo anche nel più recente ‘Scorched Earth’, pubblicato nel 2025, disco attraversato da improvvise accelerazioni e passaggi maggiormente introspettivi come da tradizione del combo. Il pubblico sembra immergersi completamente in una dimensione nera e, ancora una volta, quasi eterea, con proprio l’ultimo album a ricoprire un ruolo fondamentale nel set. Le sue composizioni sembrano infatti trovare una veste perfetta per scaldare e rapire gli animi, nonostante quell’intimo gelo che continua a percorrerle.
Gli Harakiri for the Sky riescono così a trasformare malinconia e inquietudine in qualcosa di estremamente vivo, passando dall’impeto a momenti maggiormente contemplativi con una naturalezza sorprendente.
Una prestazione, in definitiva, bellissima, impreziosita nel finale dall’esibizione del cantante e fondatore J.J. direttamente tra il pubblico, in un abbraccio con i presenti che dice molto sul legame tra questa band e i suoi fan. E questa sera, a giudicare anche dalle tantissime t-shirt degli Harakiri for the Sky che si vedono in sala, sono davvero in molti.
L’Italia è presente, e come potrebbe non esserlo, considerata la bravura delle nostre band nel raccontare il lato più buio della musica nelle sue molteplici forme. Di queste, però, non avevamo ancora esplorato quella più estrema e a colmare la lacuna ci pensano i Fleshgod Apocalypse. Non una band qualunque, ma ormai da anni autentici alfieri all’estero di un death metal sinfonico, colto e ricercato, nel quale brutalità, cultura e tradizione classica convivono in maniera del tutto peculiare.
Forti anche del più recente ‘Opera’, pubblicato nel 2024, i Fleshgod Apocalypse portano in scena tutta la grandiosità del proprio repertorio, dove la furia del death metal incontra orchestrazioni, richiami operistici e una teatralità che costituisce da sempre un elemento fondamentale del loro universo. Ed è interessante constatare, anche qui, quanto proprio i brani dell’ultimo lavoro acquistino forza dal vivo. Basta prendere ‘I Can Never Die’ e ‘Pendulum’, autentici muri sonori nei quali l’apparato scenico, le melodie e la voce da soprano di Veronica Bordacchini, autentica forza della natura, si intrecciano alla brutalità del gruppo e al growl di Francesco Paoli, trascinando e quasi trascendendo la semplice dimensione del concerto. Un’esperienza sicuramente intensa e ricca, che mi sento di riassumere dopo una performance maestosa con due sole parole: ORGOGLIO ITALIANO!
Dopo la monumentalità dei Fleshgod Apocalypse, il tono della serata assume ancora una decisa virata. Con gli Amenra la spettacolarità lascia progressivamente spazio al rito e il dolore diventa materia attraverso la quale costruire musica. La formazione belga ha fatto dell’incontro tra post-metal, sludge, doom e hardcore qualcosa che va ben oltre la semplice somma delle parti, affidandosi a contrasti incessanti tra pesantezza quasi soffocante, dilatazioni, silenzi e improvvise esplosioni.
Perdita, sofferenza e trasformazione attraversano da sempre la loro produzione e qui al Live di Trezzo assumono una forma quasi liturgica, nella quale anche le immagini e una presenza scenica essenziale contribuiscono alla sensazione di assistere più a un rito collettivo che a un concerto nel senso tradizionale del termine. La voce straziante di Colin H. Van Eeckhout con il suo cantare spalle al pubblico e i crescendo che conducono dalla fragilità all’impeto in note generano qualcosa di difficilmente descrivibile che avvolge completamente la platea.
Un concerto che distrugge, nel senso più positivo del termine. Angoscia, opprime e quasi annienta, ma proprio attraverso queste sensazioni riesce a rendere vivo, per tutta la sua durata, ciò che gli Amenra vogliono esprimere. Personalmente ritengo non siano molte le band che riescono a trasferire sul pubblico con questa efficacia un simile carico emotivo, ed è proprio questo a determinare la grandezza dell’esibizione.
A questo punto l’attesa per i Paradise Lost è davvero importante. D’altronde, se oggi parliamo di gothic metal così come abbiamo imparato a conoscerlo, è impossibile non riconoscere alla formazione inglese un ruolo fondamentale nella sua nascita e nel suo sviluppo. Un prestigio che, però, sarebbe profondamente sbagliato relegare al passato, come dimostrato anche dal recente ‘Ascension’, ennesimo capitolo di una carriera che continua a mantenersi su livelli altissimi e, peraltro, album osannato tanto dai fan quanto dalla critica.
Proprio scrivendo questo report mi rendo conto di quanto spesso siano stati citati gli ultimi lavori delle diverse compagini che si sono alternate durante la giornata. Forse non è un caso: è piuttosto il segnale di quanto il metal, almeno nelle sue espressioni più oscure, stia attraversando un periodo di notevole salute creativa.
Ma torniamo ai Paradise Lost. Il loro ingresso sembra quasi dare inizio a un vero e proprio culto. Non servono pogo o altre manifestazioni particolarmente vistose per comprendere quello che sta accadendo: basta osservare il pubblico e il modo in cui segue il concerto per percepire la consapevolezza di trovarsi davanti ad alcuni dei grandi protagonisti della nostra musica.
A rendere ancora più particolare l’appuntamento è la formula scelta per questa sera: uno speciale show “By Request” di novanta minuti, costruito partendo dalle preferenze espresse dai fan. Una scelta che alimenta curiosità e aspettative, perché con una discografia tanto vasta significa lasciare aperta la porta ai grandi classici e, perché no, a qualche sorpresa.
Al Live di Trezzo sono soprattutto Nick Holmes e Greg Mackintosh a ricordarci perché i Paradise Lost occupino ancora oggi una posizione così importante. Holmes impressiona con una voce epocale, unica e riconoscibile alla prima sillaba, una di quelle in grado di identificare una band dopo pochissimi istanti. Mackintosh, dal canto suo, sembra quasi vivere dentro le proprie melodie, disegnando riff, armonie e assoli con quel tocco personale che ha contribuito in maniera decisiva a scrivere la storia dei Paradise Lost e del gothic metal.
Una scaletta scelta dal pubblico non può che trasformarsi in un viaggio attraverso epoche differenti della loro storia, e questa sera ce n’è davvero per tutti. ‘Embers Fire’ dal vivo diventa qualcosa di incredibile da vivere, quasi la rappresentazione perfetta di ciò che ‘Icon’ ha significato e continua a significare, mentre ‘Say Just Words’ ti cattura con quella melodia ipnotica e incessante che accompagna praticamente l’intero brano. Impossibile poi resistere al ritornello di ‘Erased’, che trascina l’intero club in un unico, poderoso balzo. Con ‘Forever Failure’, invece, sono le clean vocals di Holmes a trasportarti in un luogo nel quale la malinconia sembra quasi potersi toccare con mano.
C’è spazio persino per ‘Host’, album che all’epoca fece discutere e venne da molti bistrattato per una svolta decisamente più morbida e lontana dalle radici metal della formazione, ma che con il trascorrere degli anni ha conosciuto una profonda rivalutazione. ‘So Much Is Lost’ ne riporta questa sera sul palco tutto il fascino.
E poi ‘Gothic’, un manifesto, un pezzo generazionale, uno di quelli che un fan non può dimenticare. Suonata in tutta la sua tenebrosa bellezza, diventa uno dei momenti della serata da conservare e custodire per il futuro e perché no anche per la vita.
Ma, come accennato prima, sarebbe profondamente sbagliato pensare a questo “By Request” soltanto come a un viaggio nel passato. Ad aprire il concerto è infatti ‘Serpent on the Cross’, tratta dall’ultimo ‘Ascension’, e nel corso della serata trovano spazio anche ‘Tyrants Serenade’ e, nel finale, ‘Silence Like the Grave’, produzioni recenti che continuano a dimostrare il loro valore.
Cambiano gli anni, cambiano le sfumature e persino il modo di intendere la propria musica, ma resta quella matrice che permette di riconoscere i Paradise Lost praticamente al primo accordo. Gli inglesi conservano assolutamente ancora tutta l’autenticità degli esordi, nonostante le numerose virate che ne hanno attraversato la storia, e questo ci dimostra che sono ancora tra i più grandi del metal e i più grandi nel gothic.
La prima giornata del Metalitalia Festival si chiude così come meglio non avrebbe potuto, attraverso un’emozione forte e, considerando la formula scelta per questa serata, probabilmente anche irripetibile per i seguaci italiani del Paradiso Perduto.

Setlist Paradise Lost
01. Serpent on the Cross
02. Gothic
03. Shadowkings
04. No Hope in Sight
05. Pity the Sadness
06. Faith Divides Us – Death Unites Us
07. Erased
08. Forever Failure
09. Tyrants Serenade
10. So Much Is Lost
11. Embers Fire
12. Hallowed Land
13. Say Just Words
Encore:
14. Enchantment
15. Ghosts

17. Silence Like the Grave

Galleria fotografica a cura di Mauro Parozzi

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