Corvin – Dead End Pyre

Il 12/05/2026, di .

Gruppo: Corvin

Titolo Album: Dead End Pyre

Genere: ,

Durata: 08:55 min.

Etichetta: Autoprodotto

73

Mentre riascoltavo il materiale relativo alla recensione dei Corvin, mi rendevo conto del paradosso insito nel presente articolo. Una paradosso che ne apre altri, a mo’ di scatola cinese, ma manteniamoci per ora al discorso primario. Il fatto è che un formato di recensione come è quello che utilizziamo quotidianamente su Metal Hammer Italia presuppone la presenza di un riferimento in fin dei conti “fisico”, strutturato, un po’ come quelli che vengono grandemente sbandierati accanto alla versione digitale in occasione delle ristampe/remaster di lusso che vanno tanto di questi tempi. Tutto questo, per finire su un sito che fa del digitale il suo mezzo e canale primario, e che immagino venga visualizzato primariamente da un supporto mobile anziché da uno fisso – non che la cosa faccia differenza, al netto della carta stampata relegata all’archeologia, al collezionismo o a una selettività che spessissimo fa il paio con elettività.
Ora, il problema non è che io non stia scrivendo una rece fruendone l’oggetto a partire da un supporto digitale anziché fisico: lo faccio la maggior parte delle volte, con estrema comodità e nonchalance. Per di più, ‘Dead End Pyre’ è veramente disponibile come CD singolo, con la custodia jewel case e tutto il resto. Il fatto è che al presente articolo sto abbinando la loro cover degli Smashing Pumpkins, neanche fossi dinanzi a una cassetta singola con il lato B che promette faville o a un 7″ che non abbia il flipside intarsiato per scelta, come accadeva per ‘Sap’ degli Alice in Chains, se la memoria non mi inganna. Sono piccole distorsioni percettive autopraticate, elementi che ci servono a sopravvivere in un mondo che si sgretola e che riconosciamo sempre meno.
Fusioni di un inguaribile passatista, direte voi. Può essere, ma… avete visto il video di ‘Dead End Pyre’? Inizia con una ragazza che mette una cassetta in un walkman, un oggetto ancora più avanzato del modello base che conservo ancora qui vicino a me e che mi sembrò una conquista incredibile, all’epoca. Chiaro, la scelta del bianco/nero è quasi d’obbligo in questi casi, sebbene il colore di mezzo secolo fa sia abbinato a un modello di walkman che suggerisce chiaramente gli anni ’90, per non parlare della scelta stilistica dei Corvin, ben radicata negli Eighties della wave darkeggiante inglese, seppur riletta con l’inevitabile blasone dei musicisti coinvolti. Tre decenni in un colpo solo.
Basta, chiedo venia al lettore tenuto in sospeso dalle mie elucubrazioni e metto le carte in tavola: i Corvin sono un progetto parallelo di alcuni membri di Me and That Man, Shores of Null, Guineapig e Otus. Oscurità a vario titolo, diranno i meglio informati tra voi, e l’osservazione sarebbe corretta, poiché se i Corvin sono a loro modo un divertissement, il loro stile così goth ma così dinamico da inglobare un riff d’attacco che sembra provenire dai migliori Sonic Youth non viene dal nulla, quanto appare come il punto di approdo “a ritroso” di chi magari ha fatto del doom o del grind la sua bandiera, per poi tornare back to basics e scoprire che determinati concetti venivano espressi in modo simile anche prima del proliferare di distorsione e doppia cassa.
Che poi Straccione abbia chiaramente il physique du rôle di Carl McCoy è un fattore che aiuta, ma non si reggerebbe da solo senza una ricerca sonora ben strutturata qual è quella dei Nostri. E poi, se in tempi di retro rock le mie simpatie andavano nei confronti dei punk che riscoprivano le testate Hiwatt o Orange, ora che l’ondata è quella della dark/wave non posso che guardare con favore a chi decide di togliere saturazione e tenere le stesse atmosfere a cui era avvezzo pur su altri lidi sonori, qualunque essi siano. Un po’ come nel caso degli Artificial Heaven, per dire.
Oppure come nel caso di Koppa dei Kontatto, perfettamente a suo agio nei panni husseyani dello Sheriff “O” negli Horror Vacui proprio per via di una credibilità costante, non inficiata da scelte modaiole. Ecco, i Corvin hanno una cifra di credibilità che è esattamente il motivo per cui scrivo il presente articolo, lanciando un’ipoteca sulle mie prossime opinioni in merito, non appena uscirà un nuovo capitolo della loro auspicabile discografia.
E la cover, il mio lato B immaginario? Non che io impazzissi all’epoca per la timbrica di Billy Corgan, che ho imparato ad apprezzare davvero solo in occasione della sua partecipazione a ‘Iommi’ del 2000, quindi sulla carta Straccione e soci avrebbero avuto con me gioco facile sull’estratto da ‘Siamese Dream’. Eppure… se il processo di decostruzione è sicuramente apprezzabile, c’è qualcosa di irrisolto nella resa dei Corvin, una sensazione probabilmente alimentata dalla trasposizione del succitato tocco Eighties in una materia che più Nineties non si può. Onore al merito va alle chitarre, che qui si sciolgono in arpeggi cantrelliani interpretando a loro modo lo spirito dell’epoca, mentre sottolineano una di quelle frasi da diario personale che era appunto “The killer in me is the killer in you…”. Insomma, sarei quasi curioso di ascoltare Argentini e Chiarizia alle prese con i primi Stone Temple Pilots, per vedere cosa tirano fuori…
Ah, il videoclip di cui vi parlavo finisce con la stessa ragazza con cui era iniziato. Un sogno, esattamente come quelli che facevamo, facciamo e faremo a occhi aperti quando non ci sono immagini in movimento dinanzi a noi e la musica e la lettura ce le suggeriscono, di volta in volta in maniera diversa. Da questo punto di vista, il cerchio si chiude e si riapre al contempo, e l’ipotetica ragazza di inizio anni ’90 può essere sostituita con una di oggi o con una di domani, a patto di modificare il supporto. Se non è un raggio di speranza questo…

Tracklist

01. Dead End Pyre
02. Disarm

Lineup

Davide Straccione: Vocals
Francesco Argentini: Guitars
Gino Chiarizia: Guitars
Matteo Bassoli: Bass
Leopoldo Russo Ceccotti: Drums