Iron Maiden – la flop ten dei pezzi mai eseguiti dal vivo
Il 10/04/2026, di Redazione.
In: Metal Truth.
Senza un motivo specifico, mentre non si aspetta un secondo a condannare discograficamente i Metallica post Black Album, gli Iron Maiden hanno sempre avuto questa nomea di band “simpatica”, a cui si perdona tutto (quante volte abbiamo/avete letto che ‘Virtual XI’ è sottovalutato, o che riguardo ai dischi post reunion ‘Senjutsu’ è addirittura meglio di ‘Dance Of Death’?). Oggi, una volta ogni tanto, vogliamo andare controcorrente, ed esaminare quelli che per noi sono i dieci brani meno riusciti di Harris & Co.. Un qualcosa di abbastanza obiettivo, dato che nostri due redattori sono andati a scegliere canzoni mai eseguite dal vivo (o quasi), quindi non singoli estratti o brani comunque comparsi nelle scalette dei tour. Tutto resterà comunque soggettivo, sottovalutato, o altro (ad ognuno la sua opinione), ma qui non si tratta di discutere riguardo una ‘Holy Smoke’: c’è ben di peggio. Il tutto senza una classifica, bensì in ordine cronologico. Largo quindi alle penne di Francesco Faniello e Gianfranco Monese, ed a voi buona lettura!
‘Mother Russia’ (da ‘No Prayer For The Dying’, 1990)
Sì, lo so. Gli si vuol tanto bene a ‘No Prayer For The Dying’, nonostante arrivi subito dopo l’irripetibile serie di sette dischi che ha definitivamente consacrato la Vergine di Ferro. A volergli bene sono soprattutto quelli della mia generazione, nata già orfana di Smith e testimone diretta di lì a poco del passaggio di consegne tra Dickinson e Bayley. Ma restiamo al punto: personalmente, ho sempre considerato ‘No Prayer For The Dying’ come l’unica mossa possibile dopo la magniloquenza del predecessore, un po’ come nell’avvicendamento tra ‘Reign in Blood’ e ‘South of Heaven’ gli Slayer decisero di rallentare dopo aver sparato tutto alla massima velocità. Poi, artisticamente non furono rose e fiori (per i Maiden, mica per gli Slayer), ma pazienza.
Ecco, ‘Mother Russia’ rappresenta a suo modo quella closer a mo’ di suite in continuità con cinque dei sette capolavori succitati (‘Killers’ non ce l’aveva, mentre la title track di ‘Seventh Son…’ era in mezzo). Sì, c’è l’intro magniloquente e quella sezione arpeggiata che a noi chitarristi ricorda tanto il classico ‘Asturias’ – già citato nel break di ‘To Tame a Land’, peraltro – ma in qualche modo si ha l’impressione che l’obiettivo sia tutt’altro che centrato, complice uno schema forzatamente “a panino” che vede il ritorno della strofa dopo una sezione centrale mitica ma meno memorabili degli episodi “gemelli” che l’avevano preceduta. Non è un caso che per ‘Fear of the Dark’ lo schema cambierà, con la title track collocata in chiusura che diventerà incredibilmente uno dei pezzi più noti e amati della band, sostituendo la carica anthemica al blasone di suite nonostante il minutaggio si adatti anche a quest’ultimo compito. Prima di chiudere, due riflessioni: a disco ancora relativamente fresco e dunque in piena era eltsiniana un’amica (una delle poche metalheads del giro) ebbe a commentare amaramente “Can you be happy / Now your people are hungry” – come darle torto? Infine, l’assenza perenne dalle scalette live ha se non altro risparmiato ai Nostri l’imbarazzante opera di manipolazione scorpionsiana, dato che i cugini d’Oltrereno hanno dovuto metter mano a pur nobili concetti tipo Moskva e Gorky Park per adattarsi alla contemporaneità… (Francesco Faniello)
‘The Apparition’ (da ‘Fear Of The Dark’, 1992)
Come scritto nell’articolo per i trent’anni di ‘Fear Of The Dark’ (che trovate QUI), personalmente ‘The Apparition’ è la peggior canzone scritta dalla Vergine Di Ferro con Dickinson alla voce. Passa senza lasciare alcun segno, strutturalmente insiste e si trascina fiaccamente in un mid tempo Hard Rock con le due chitarre in appoggio alla voce, senza convincere minimamente, al punto da chiederci se contenga dei ritornelli, dato che essi stessi appaiono più come il prosieguo delle strofe. L’intermezzo nel quale si avvicendano i due assoli di chitarra sembra oltretutto strutturalmente slegato dal resto (magari si avesse insistito sulla base tecnica di quel break, riscrivendo totalmente il pezzo) e da quando, a 02:26, il tutto riparte con il solito ritmo ascoltato sin dall’inizio, si può già porre la parola fine a ‘The Apparition’. Non c’è nulla da salvare, le idee sono davvero misere, e la durata totale (03:54) sembra confermarlo. (Gianfranco Monese)
‘Weekend Warrior’ (da ‘Fear Of The Dark’, 1992)
Ve li ricordate, gli hooligans? Erano l’incubo di Italia ’90, nonché la prima cosa che veniva in mente in occasione delle trasferte del calcio albionico, finché qualcuno se ne intestò la fine per via di qualche decreto di cui non ricordo bene, probabilmente anticipando il concetto di DASPO tanto noto da queste parti. Ecco, l’argomento ha attirato l’attenzione di Harris all’interno del mastodontico ‘Fear of the Dark’, secondo una linea slegata dall’epica del decennio precedente e che fu comune a molte band dell’epoca (i Black Sabbath sono la prima che mi viene in mente). Attenzione: ‘Fear of the Dark’, il primo album in studio uscito in doppio vinile nonché il primo con una netta separazione tra pezzi eseguiti e pezzi mai eseguiti dal vivo (una differenza che si assottiglierà nel corso degli anni, spesso a torto). Il lider maximo fa dunque ancora una volta coppia con Gers secondo una linea già analizzata con ‘The Apparition’ e sforna ‘Weekend Warrior’, un hard rock facile facile in cui il guitto chitarrista sfodera il suo amore per Blackmore e soprattutto Page, sia negli assoli che nell’arpeggio introduttivo, che ricorda alcune cose del Dirigibile anticipando persino ‘Take me for a little while’ e suonando dunque tanto, tanto primi anni ’90, come un isotopo instabile in attesa dell’esplosione del grunge. Protagonista in negativo di questa che potrebbe tranquillamente essere un’outtake da ‘Tattooed Millionaire’ è proprio Dickinson, che con le sue vocals volutamente gracchianti segna in negativo quest’era maideniana, in costante ricerca di quell’approccio stripped down inaugurato col disco precedente. Lo so, ci saranno sicuramente estimatori in giro ma ricordo vividamente che ‘Weekend Warrior’ era all’epoca considerato a mani basse uno dei pezzi peggiori mai scritti da loro – ovviamente fino ad allora, laddove mettendolo a metà scaletta di ‘The Final Frontier’ avrebbe sicuramente fatto un figurone. L’amara constatazione presente nel testo resta però una perla, a suo modo: “And after all the adrenalin’s gone / Whatcha gonna do… on Monday?” (Francesco Faniello)
‘Look For The Truth’ (da ‘The X Factor’, 1995)
Dei due album con Bayley alla voce, ‘The X Factor’ è quello che più mi piace, mosca bianca all’interno della discografia del sestetto grazie a quelle atmosfere cupe che riflettevano in primis lo stato d’animo di Harris (per approfondire, QUI trovate un mio articolo sui trent’anni del disco). È chiaro però che, a partire da una voce non adatta per le musiche degli Iron Maiden (e questa non è certo colpa di Bayley, a cui si vuol un gran bene), non tutto all’interno di ‘The X Factor’ funziona, e ‘Look For The Truth’ ne è una testimonianza. Parte piano, come molti pezzi all’interno del decimo lavoro in studio della band, con un Bayley che purtroppo non da molta profondità alla malinconia data dalla chitarra acustica, e quando il brano esplode, non bastano certo dei cori “coinvolgenti” (quelli di ‘The Wicker Man’ sono di tutt’altro pianeta), o il solito, svogliato, mid tempo sulla falsariga di ‘The Apparition’, ad accompagnare le strofe. Certo, è in questi frangenti che Bayley ce la mette davvero tutta, salvando in parte la canzone, ma strumentalmente non siamo davanti ad una gran ispirazione da parte degli altri musicisti, e l’intermezzo farcito da due assoli di chitarra poco convinti e che, per questo, starebbero bene in qualsiasi brano minore da ‘No Prayer For The Dying’ (1990) sino al successivo ‘Virtual XI’ (1998), ne è la prova. Al termine di ciò, gli ultimi quaranta secondi vengono riempiti dai cori citati prima, i quali pongono fine a ‘Look For The Truth’: meglio così, almeno si è cercato di ottimizzare i tempi. (Gianfranco Monese)
‘Judgment Of Heaven’ (da ‘The X Factor’, 1995)
Qui, assieme alla ridondante ‘Fortunes Of War’ (che però venne eseguita durante il “The X-Factour”) personalmente siamo davanti non ad una brutta canzone, ma semplicemente alla peggior prestazione di Bayley alla voce. Sicuramente stiamo parlando di un pezzo figlio di un periodo poco ispirato, ma se non altro nella struttura non risulta slegato rispetto ai già affrontati ‘The Apparition’ e ‘Look For The Truth’, anzi strumentalmente appare quasi come una delle canzoni più “felici” del disco, contenente un bridge a due chitarre davvero funzionale. Il problema, ma questo Harris lo avrebbe dovuto sapere prima della scelta definitiva, è la voce di Bayley, che se si adatta bene sulla generale atmosfera mesta di ‘The X Factor’, qui sembra cantare sottotono, quasi slegato dal resto. Non oso immaginare, poi, le reazioni dei fan agli acuti conclusivi, dopo le varie “incursioni” a cui la “air raid siren” li aveva abituati. Come scritto qui sopra nella recensione di ‘Look For The Truth’, non si danno colpe a Bayley, il quale ha sempre dato del suo meglio e – con un genere adatto alle sue capacità – personalmente si è regalato una carriera solista di tutto rispetto (per me, superiore a quella di Dickinson), ma in ‘Judgment Of Heaven’ – a differenza della versione successiva di ‘Lord Of The Flies’, in cui è Dickinson a rovinare tutto andando troppo alto in ‘Death On The Road’ (2005) – con un’altra voce si parlerebbe di tutt’altro brano. (Gianfranco Monese)
‘Don’t Look to the Eyes of a Stranger’ (da ‘Virtual XI’, 1998)
Ok, fermi un attimo: ho capito tutto. Non è che Harris e McBrain abbiano rispolverato i vecchi dischi dei Genesis e degli Yes per carpire l’essenza dei trentacinque cambi di tempo a canzone propugnati da Rutherford, Collins, Squire e Bruford. In teoria, quella era una conoscenza acquisita negli anni adolescenziali e che sarebbe riaffiorata con sempre più forza nel corso degli anni. Quello che è successo su quest’episodio di ‘Virtual XI’ ha invece a che fare con i ritmi di gioco dei videogames: la velocità varia a seconda dell’avventura vissuta dal personaggio, come se stessimo parlando di un Mario e Luigi qualsiasi, senza che ci sia una reale logica dietro. Provate infatti a immaginare il povero Gers a memorizzare tutti i passaggi di un pezzo che ha suonato “a pezzi” in studio in vista di un’eventuale riproposizione dal vivo: pura follia. Che poi, i passaggi repentini erano già cosa codificata in un pezzo che è invece sostanzialmente stabile nelle scalette live nonché nel cuore dei fan di media ondata, quella ‘Afraid to Shoot Strangers’ che in tutta evidenza (ma va?) qualcosa in comune con il presente episodio deve pure averla. Almeno a detta dei Nanowar of Steel, che però in questo caso hanno decisamente fatto meglio dei loro inconsapevoli “modelli”. Una cosa però non chiedetemela, non la so: il numero di volte in cui si ripete la versione harrisiana del monito don’t talk to strangers. Semplicemente, non le ho contate e immagino ci siano fior di blog che si occupano di simili trivia a cui potete rivolgervi, se proprio siete curiosi. A proposito, ricordo distintamente una recensione di una rivista specializzata dell’epoca in cui il redattore difendeva a spada tratta la scelta di ripetere il ritornello all’infinito, osservando come non ricordasse di aver letto critiche simili in merito a ‘Heaven Can Wait’. Un’osservazione che si commenta da sola, vero? (Francesco Faniello)
‘Mother Of Mercy’ (da ‘The Final Frontier’, 2010)
Qui vale il discorso accennato alla fine della recensione di ‘Judgment Of Heaven’ e che, personalmente, ha come testimoni anche alcuni pezzi del precedente ‘A Matter Of Life And Death’ (2006): nei ritornelli di ‘Mother Of Mercy’ si ha l’impressione di una voce troppo tirata, un voler arrivare dove naturalmente non si può più, dando più l’impressione di sgolarsi che di essere a proprio agio su alte tonalità. A ciò non aiuta una canzone lenta e prevedibile dove, strofe a parte che vedono un Dickinson gran interprete, vi è gran poca inventiva quando, da 01:23, si prova a cambiare registro con un mid tempo che alla lunga non ingrana, testimone di un disco che, con le sue irruzioni simil progressive che più di uno sbadiglio lo causano, a fine ascolto quello che lascia è davvero poco. Quanto alla canzone in questione, non si tratta di un brano brutto: semplicemente tenue, forse bastevole, che passa senza lasciare il segno, non invogliando a premere rewind per riascoltarlo. Certo, con qualche accorgimento sarebbe potuto essere molto valido, ma ‘Mother Of Mercy’ non è l’unica carta giocata male di ‘The Final Frontier’. (Gianfranco Monese)
‘The Man Who Would Be King’ (da ‘The Final Frontier’, 2010)
Io lo immagino distintamente, il fan che vuole ascoltare ‘The Man Who Would Be King’ a un concerto degli Iron Maiden. È un po’ un’evoluzione di quell’amica a cui voglio tanto bene e che in occasione del Sonisphere 2013 (quello della riproposizione del ‘Maiden England’) era sì entusiasta ma anche un po’ delusa perché non avevano fatto neanche un pezzo da ‘Dance of Death’. Che era stato il suo battesimo del fuoco, e quindi le si perdona tutto, ma immagino che a distanza di tempo la coscienza del fatto di aver assistito a ‘The Prisoner’, ‘Seventh Son…’, ‘Phantom of the Opera’ e ‘Aces High’ in un colpo solo l’abbia ripagata di qualsiasi cruccio. Ecco, immaginate chi ha conosciuto i Maiden con il loro disco più incolore di sempre, di cui faccio fatica tuttora a memorizzare anche una sola nota. Nel caso di quel richiamo al film con Sean Connery e Michael Caine che prende il nome di ‘The Man Who Would Be King’, siamo dinanzi a uno schema che si ripete all’inverosimile senza trovare una quadra, ossia l’introduzione che sfocia in una simil-cavalcata successiva e la variazione con accordi forzatamente fuori dalle Tavole Della Legge Do-Re-Mi, in cui Nicko si trova calato in una realtà parallela in cui è il batterista dei Sieges Even e per i tre axemen suona il liberi tutti in contemporanea, in barba al blasone che aveva reso celebri almeno due di loro. Ecco, l’impressione è quella di una track che non decolli mai per un disco che non decolla mai, e peccato perché le poche volte che Murray aveva messo mano alla penna in genere ci aveva regalato chicche non da poco. Ah, avevo quasi dimenticato la coda in stile ‘Blow Up The Upside World’ dei Soundgarden, forse la cosa migliore del pezzo. (Francesco Faniello)
‘The Man Of Sorrows’ (da ‘The Book Of Souls’, 2015)
Un po’ dispiace affrontare un disco come ‘The Book Of Souls’ (recensione QUI), personalmente ritenuto il migliore delle ultime tre uscite, e del cui tour ho un bellissimo ricordo della data triestina del 26 luglio 2016 (la location, in Piazza Unità d’Italia, verrà poi bissata due anni più tardi durante il “Legacy Of The Beast World Tour”). Ma effettivamente ‘The Man Of Sorrows’ è testimone fin troppo di un’evoluzione alle volte stanca, lenta, che vuol tentare l’ascoltatore con qualche cambio tempo energico (parte, come spesso accade, con voce e chitarra, sfociando in un mid tempo che aumenta leggermente di velocità da 01:54), ma nel mezzo di un disco comunque buono (le canzoni scelte per la setlist del tour sono tutte degne di nota) la sua struttura fin troppo prevedibile e stagnante non invoglia a più di un ascolto. Personalmente, uno dei tanti esempi di un calo compositivo e di un “rallentamento” nel quale si vuol passare per band progressive, ma si gioca semplicemente su un Hard Rock sicuro, a partire da un ritmo blando, svolgendo quindi il classico compitino, che per un gruppo dalle alte aspettative come i Maiden è troppo poco. Non tutto è da buttare: Dickinson qui è a suo agio (e se si pensa alla malattia che presto avrebbe dovuto affrontare, il risultato è ancor più lodevole), il pathos creato da chitarre e tastiere (all’inizio così come da 05:37) richiama certe atmosfere care, ad esempio, agli italiani Labyrinth (l’imprescindibile ‘The Night Of Dreams’), band che fu special guest nella data dei nostri a Codroipo del 17 agosto 2010, ma al di là di certi paragoni è chiaro come qui il moderato e apatico songwriting giochi una parte, ahinoi, principale e negativa, chiedendoci se c’era proprio bisogno di ‘The Man Of Sorrows’ nella tracklist di ‘The Book Of Souls’. (Gianfranco Monese)
‘Lost In A Lost World’ (da ‘Senjutsu’, 2021)
Allora, con ‘Senjutsu’ il discorso è complicato. Probabilmente anche il semplice fatto di prevedere un estratto da quell’album in un articolo del genere non è la cosa giusta da fare, perché dal mio punto di vista si tratta di un lavoro che va considerato a sé, come un flusso continuo che ben descrive il periodo in cui è stato pubblicato – la pandemia e Dickinson reduce dalla malattia sono due fattori sufficienti per descriverne le atmosfere. O meglio, le atmosfere “indotte”, perché immagino che il disco fosse già pronto da tempo prima di venire pubblicato. Insomma, quando mettiamo su ‘Senjutsu’ i titoli non hanno neanche più tanto senso, neanche stessimo parlando di un disco dei Tool; tra l’altro, nell’edizione in mio possesso non sono neanche scritti nel retrocopertina, quindi il tutto assume sempre più senso. Un’esperienza psichedelica, insomma. E poi, qui ci sono reminiscenze dei Pink Floyd nella linea vocale dell’intro nonché i soliti passaggi interessanti del Guitar Trio della Vergine di Ferro, tanto da far guardare il tutto con un occhio benevolo, dopo tutto. Dopo tutto… perché non eludere la regola, includere magari uno di quei pezzi orridi che sono le B-side del singolo di ‘Man on the Edge’ e lasciare in pace i samurai, già peraltro ampiamente graziati dal Future Past Tour? Perché… nove minuti e trentuno secondi sono troppi, per chi aveva musicato egregiamente Coleridge mettendoci anche quattro minuti in più. Perché non ricordo più nulla alla fine del succitato minutaggio, e perché la riproduzione più o meno casuale di YouTube su cui mi ero basato per rispolverarla mi ha impietosamente riproposto ‘Revelations’ subito dopo. Chi è che diceva che “la vita è troppo breve per…”? Ecco, appunto. (Francesco Faniello)