Enemynside – Thrash Till Death
Il 05/12/2025, di Francesco Faniello.
Forti di una gavetta a suon di demotape acclamati dalla critica a fine anni ’90, di una discografia da riscoprire fino al nuovissimo EP ‘In The Shadows Of Unrest’ e di una carriera che li ha portati più volte sui palchi europei, gli inossidabili thrashers romani Enemynside si raccontano ai nostri microfoni nella persona dell’axeman Matteo “Thrasher” Bellezza, insospettabile amante dell’hard rock classico e non!
Ciao ragazzi, potreste presentare gli Enemynside a chi ancora non vi conoscesse?
“Ciao! Siamo gli Enemynside, una band thrash romana attiva da così tanto tempo che abbiamo visto cambiare le mode più volte… ma noi siamo rimasti gli stessi (coerenti o testardi, scegli tu). Partiti come Scapegoat negli anni ’90, poi evoluti in Enemynside nel ’99, abbiamo pubblicato quattro album, diversi EP, suonato in tutta Europa e negli Stati Uniti e condiviso il palco con band che ci hanno formato musicalmente. Sostanzialmente continuiamo a fare quello che ci riesce meglio: suonare thrash con rabbia, sudore e zero AI!”
Siete tornati con un nuovo EP e con il videoclip della title track. A cosa dobbiamo la scelta di una release di sole 4 tracce, che fa il paio con il precedente ‘This is War’ del 2022?
“Perché volevamo essere brevi ma intensi. Tipo espresso ristretto, ma con più riff. A parte gli scherzi: ci piace il formato EP perché ci permette di pubblicare musica senza aspettare che le barbe ci diventino completamente bianche nell’attesa di un full-length. Negli ultimi anni abbiamo lavorato a tanti materiali diversi, ma a un certo punto abbiamo sentito la necessità di concentrare la nostra energia su quattro brani che rappresentassero perfettamente ciò che siamo oggi. Quattro pezzi, zero filler (giusto un outro), tutto dritto in faccia.”
Cosa potete dirci di più sulla genesi di questi pezzi? La mia preferita è ‘Concrete Jungle’, con la sua carica anthemica…
“Grazie! ‘Concrete Jungle’ è riferita a ogni volta che ci ritroviamo catapultati nel traffico di Roma-Est, una vera giungla… ma senza alberi, solo cemento. Il pezzo è ad opera di Francesco, ci serviva qualcosa che suonasse più quadrata anche per rendere più varia la scaletta live altrimenti sempre improntata su pezzi mediamente speed-thrash. Lui ci ha proposto diverse idee e su questa abbiamo subito iniziato a lavorare agli arrangiamenti. Le nostre canzoni nascono così: o ci fanno muovere la testa all’istante, oppure finiscono nel cestino.”
Tracciando un percorso che va dal debutto sulla lunga distanza ‘Let The Madness Begin…’ fino all’ultimo full length di inediti ‘Chaos Machine’ si può dire che la coerenza sia stata una delle caratteristiche fondanti degli Enemynside. Come descrivereste l’evoluzione del vostro processo compositivo?
“All’inizio eravamo un tornado: idee ovunque, zero freni, pioggia di riff e canzoni piene di roba. Ora siamo un tornado… ma con la patente. La vera evoluzione è stata imparare a dare una direzione senza ammorbidire il colpo. Siamo più maturi, ma non ci sogneremmo mai di diventare raffinati. Lo stesso ‘Chaos Machine’ è animato dallo stesso fuoco degli inizi ma molto più coerente e focalizzato dalla prima all’ultima canzone.”
A proposito di ‘Let The Madness Begin…’, un paio di anni fa è uscito ‘Medusa’, altro EP con “nuove” versioni di pezzi tratti dal debut. Qual è stato il motivo di quella scelta?
“Perché quei brani se lo meritavano! Vogliamo bene a Christian Ice che all’epoca ci produsse l’album uscito poi con distribuzione Frontiers, ma diversi problemi tecnici che incontrammo all’epoca delle registrazioni inficiarono parecchio la qualità del disco che non uscì nemmeno lontanamente come volevamo. Riregistrare alcuni pezzi per celebrare i 20 anni dalla pubblicazione del nostro debutto (anticipando tra l’altro il revival thrash che avrebbe avuto luogo di lì a poco) ci ha permesso di esclamare finalmente : “ok, adesso suonano come avrebbero dovuto suonare già nel 2003… ma meglio tardi che mai”!”
Abbiamo nominato il debut, ma per un attimo farei un passo ancora indietro, essendo io un fiero possessore del demotape ‘Scars’ degli Scapegoat, una delle migliori release underground (ma non solo) in ambito thrash metal in Italia in quegli anni. Che ricordi avete di quell’epoca? Il nucleo fondativo di Francesco Cremisini e Matteo “Thrasher” Bellezza è rimasto lo stesso, in fin dei conti…
“Ah, gli anni d’oro delle sale prove sudate, delle cassette copiate cinque volte e dei live a volume “illegale” (beh quelli ancora oggi!). Un periodo meraviglioso dove tutto sembrava possibile e dove, attraverso webzine e tape trading, abbiamo avuto modo di entrare in contatto con un sacco di gruppi in tutta Italia con cui poi abbiamo avuto modo di condividere il palco più volte. Un’altra cosa che ricordo dell’epoca erano le recensioni super positive di tutti i demo, praticamente eravamo sempre Top Demo del mese ovunque, Metal Shock, Metal Hammer, Flash e Psycho!”
Tra l’altro, il demo si chiamava ‘Scars’ ma il pezzo ‘Scars’ sarebbe stato registrato solo dopo (immagino anche in qualche demotape successivo oltre che sul debut). Una mossa alla Slayer di ‘Live Undead’ o alla Def Leppard di ‘On through the night’!
“Diciamo che è stata una mossa… casuale ma molto rock’n’roll. Non ricordo minimamente il motivo della scelta. Probabilmente fu un tributo a me stesso, appena entrato nel gruppo, che proposi la canzone ‘Scars’ quando però il demo era già pronto e non c’erano i tempi per registrare e inserire anche la canzone ‘Scars’. Così ci limitammo ad utilizzarne solo il titolo e proporre poi il pezzo sul successivo demo-cd “From The Cradle To The Way”.”
Personalmente vi ho visto dal vivo nell’edizione 2001 dell’Agglutination Metal Festival, quella con Ancient, The Black, White Skull e Glacial Fear tra gli altri. Che ricordi avete di quel festival?
“Ricordiamo caldo, birra e un pubblico che ci ha fatto sentire i Metallica… per 12 minuti buoni.
L’Agglutination è stato uno di quei momenti in cui capisci: “ok, forse questa band ha un futuro!”. In realtà fummo molto orgogliosi di partecipare al festival più prestigioso del sud Italia, anche perché non facemmo nulla di particolare per entrare nel bill se non contattarli mandando tutta la rassegna stampa con i vari Top Demo ricevuti in quegli anni. Poi come headliner c’era Kiko Loureiro con la sua band dell’epoca (i Tothem o qualcosa del genere). Colui che sarebbe poi entrato nella storia dei Megadeth molti anni dopo…”
Da allora, la vostra attività live si è decisamente intensificata. C’è qualche momento particolare da incorniciare, o qualche bill in cui avete realizzato il vostro sogno di suonare con uno specifico gruppo?
“Difficile scegliere, ma sicuramente le trasferte europee sono qualcosa di indelebile nei nostri ricordi: Scandinavia, Spagna, Germania, Belgio, Francia, Finlandia, Slovenia, Austria, Croazia, Romania, tutti posti dove siamo stati a volte anche condividendo il palco con bands di cui eravamo fans da ragazzini…”
Tempo fa leggevo su “Disconnection – L’hardcore italiano negli anni Novanta” che a Roma all’epoca dei Growing Concern il vantaggio per punk e metallers era la presenza di spazi occupati in cui poter suonare qualsiasi genere, anche quelli fuori dalla galassia HC, data la cronica mancanza di spazi dedicati al metal. Ora come ora com’è la situazione per suonare dal vivo nell’Urbe? In più, c’è ancora una “scena” di riferimento in ambito thrash metal?
“Roma è sempre Roma: caotica, imprevedibile e piena di talenti nascosti… molto nascosti. Gli spazi ci sono, ma vanno trovati con la stessa tecnica con cui si trova parcheggio in centro: pazienza e un pizzico di magia nera. In realtà a livello di locali ce ne sono alcuni ormai di punta come Traffic e Defrag, ma anche altre realtà ogni tanto spuntano proponendosi come alternativa ai posti storici.
La scena thrash? A Roma non è mai esistita una scena thrash, ma solo gruppi singoli che a volte nemmeno collaborano fra di loro. Noi abbiamo sempre provato a coinvolgere tutti (non solo a livello locale ma anche fuori da Roma) ma non sempre ci si riesce se non c’è la stessa voglia da parte di tutti di fare “squadra”.”
Al di là di tutto, le recenti release di Coroner e Testament farebbero pensare a un ottimo stato di salute per il thrash. Avete apprezzato i loro ‘Dissonance Theory’ e ‘Para Bellum’? Quali sono le prospettive future per questo genere?
“Sì, e ci sono piaciuti un sacco! Il thrash è come il caffè: può cambiare la miscela, ma non passerà mai di moda.
Finché ci sono riff veloci e batteristi che sopravvivono a 180 BPM, il genere è vivo.”
Si parla tanto dell’impiego dell’AI in musica, non solo nelle grafiche ma anche in ambito compositivo. Qual è la vostra opinione in merito?
“L’AI scrive musica? Bene. Ma… l’AI suda sul palco? No.
Quindi per ora può stare in panchina: utile, interessante, ma niente sostituisce un musicista che sbaglia una nota e se ne vanta lo stesso. Forse può andar bene per gruppi con 40 anni di attività sulle spalle senza più ispirazione costretti dalla loro etichetta a pubblicare album anche se non hanno idee. Ma se sei una band emergente e ti affidi all’AI per comporre hai davvero sbagliato strada…”
Cosa gira nel lettore, reale o virtuale che sia, degli Enemynside in questo momento?
“Un po’ di tutto: personalmente sono abbastanza trasversale e da sempre amante dell’hard rock (in parallelo suono anche nell’unica tribute band degli L.A. Guns esistente in Italia, i Sex Action) quindi mi nutro di classici e non, da Skid Row a Danko Jones passando per Alter Bridge e Gluecifer. In ambito strettamente metal, oltre alle radici ben salde nel thrash Bay Area che continuo ad ascoltare con mucho gusto (Exodus e Testament su tutti), sono un maniaco di Machine Head e Trivium e ho scoperto da un po’ di tempo i Sylosis, davvero notevoli.”
OK, è tutto: le ultime parole sono per voi!
“Grazie per il supporto e per le domande “storiche”! Se volete più musica… fate rumore, condividete, venite ai live, fateci sapere che ci siete (www.enemynside.com). E ricordate: il thrash mantiene giovani. Oppure ci illudiamo che sia così!”
