Distant – Nel cuore della disperazione
Il 08/09/2026, di Ermes Casagrande.
Dopo aver costruito la propria identità attraverso una combinazione di brutalità sonora, atmosfere cinematografiche e breakdown devastanti, i Distant sono pronti ad aprire un nuovo capitolo della loro storia con ‘Into Despair’. La formazione deathcore olandese/slovacca ha annunciato il suo nuovo album in studio, in uscita il 6 novembre 2026 per Century Media Records, presentandolo come il lavoro più sincero e personale mai realizzato dalla band.
Ad anticipare il disco è arrivato il singolo ‘All Will Be (N)One’, brano che vede la partecipazione di Ricky Myers dei leggendari Suffocation e che racchiude perfettamente la direzione emotiva intrapresa dal gruppo. Una traccia oscura e opprimente, costruita sul confronto con la paura della morte, l’inevitabilità del tempo e il senso di vuoto che accompagna l’esistenza umana, dove la violenza tipica del deathcore incontra momenti più atmosferici e malinconici.
Con ‘Into Despair’, però, i Distant compiono un passo ulteriore: abbandonano le narrazioni immaginarie che hanno caratterizzato parte della loro produzione precedente per raccontare esperienze reali, affrontando temi come dolore, perdita, sofferenza e resilienza. Il risultato è un album che non si limita a essere pesante dal punto di vista musicale, ma che porta con sé un peso emotivo altrettanto intenso.
La band trasforma il proprio vissuto in un’esperienza condivisa, dando forma a un disco dove la vulnerabilità diventa una nuova forma di forza. Un viaggio personale e collettivo attraverso le emozioni più oscure, ma anche attraverso la possibilità di trovare un significato nella sofferenza.
In questa intervista abbiamo parlato con i Distant della genesi di ‘Into Despair’, del cambiamento nel loro approccio alla scrittura, della collaborazione con Ricky Myers e di come sia stato trasformare traumi e difficoltà personali in musica capace di raggiungere chiunque si sia mai sentito solo.
‘Into Despair’ è descritto come il vostro album più personale fino ad oggi. Cosa ha reso questo il momento giusto per abbandonare i concept narrativi e scrivere delle vostre esperienze personali?
“È successo in modo naturale. Non avevamo pianificato di fare qualcosa del genere; durante il processo di scrittura di questo disco, questo è semplicemente ciò che ci è sembrato giusto in quel momento.”
L’album ruota attorno a dolore, perdita, difficoltà e resilienza. È stato emotivamente difficile rivivere quelle esperienze durante il processo di scrittura?
“È stato sicuramente difficile aprirsi su determinati argomenti, ma allo stesso tempo è stato anche un senso di liberazione.”
Vedete ‘Into Despair’ come una forma di terapia oppure l’obiettivo principale era creare qualcosa in cui gli ascoltatori potessero riconoscersi?
“Un po’ entrambe le cose. Questo album è sicuramente più riconducibile alle persone rispetto al materiale precedente.”
Rispetto ai vostri dischi precedenti, cosa pensate sia cambiato maggiormente nel modo di scrivere dei Distant e nell’approccio generale della band?
“Penso che abbiamo iniziato a scrivere brani cercando di renderli il più pesanti possibile. In passato abbiamo provato a lavorare con determinate strutture, con strutture più vicine al pop e facendo scorrere i brani in un modo che è stato popolare nella storia della musica. Con questo disco siamo più concentrati sul groove e sulla pesantezza. Vogliamo lasciare le persone a bocca aperta, ma anche farle muovere la testa e persino saltare in alcuni momenti.”
L’album bilancia una pesantezza travolgente con momenti di vulnerabilità. Come avete trovato questo equilibrio senza perdere l’intensità che caratterizza la band?
“Penso che una cosa non debba necessariamente compromettere l’altra. Credo che un brano diventi ancora più intenso quando i testi parlano di cose reali che sono accadute ai membri della band. Cosa può esserci di più intenso di qualcuno che riversa nella propria musica i propri traumi, i propri dubbi e il proprio dolore?”
La vostra musica ha sempre avuto una qualità cinematografica. Questo aspetto si è evoluto naturalmente in questo disco oppure c’è stato uno sforzo consapevole per rendere l’atmosfera ancora più immersiva?
“Volevamo creare un’atmosfera più incontrollata e fuori dagli schemi in questo disco. Vogliamo che sia immersivo per le persone che riescono a relazionarsi con le storie raccontate, in qualsiasi forma esse possano farlo.”
‘All Will Be (N)One’ esplora la paura dell’umanità nei confronti della morte e l’inevitabilità del tempo. Perché avete scelto questa canzone come prima introduzione all’album?
“Abbiamo anticipato qualcosa dell’album con i singoli precedenti, come ‘Spirit’ e ‘Desolation’. Però abbiamo sentito che ‘All Will Be (N)One’ fosse il singolo perfetto per annunciare l’album, perché ha una struttura leggermente diversa rispetto agli altri singoli ed è un po’ più veloce. Inoltre, la parte con la voce ospite colpisce duramente e rende il brano riconoscibile.”
La partecipazione di Ricky Myers aggiunge un ulteriore livello di brutalità al brano. Come è nata questa collaborazione e cosa ha portato alla canzone?
“Abbiamo fatto diversi tour con i Suffocation negli ultimi anni e Ricky è diventato un nostro buon amico, quindi volevamo fare qualcosa insieme. Questa canzone aveva una parte che si adattava perfettamente alla sua voce e anche il risultato finale è stato proprio quello: semplicemente perfetto!”
Il titolo ‘Into Despair’ suona estremamente oscuro, eppure parlate anche di resilienza. C’è speranza nascosta da qualche parte nell’album oppure la disperazione stessa è la destinazione finale?
“Dipende dal punto di vista, ma in generale il mondo intero sembra essere diretto verso la disperazione.”
C’è stata una canzone in particolare che vi ha messo più alla prova, dal punto di vista musicale o emotivo?
“Dal punto di vista emotivo direi sicuramente ‘The Shared Grief’. La canzone parla dei miei tentativi di suicidio e della tristezza che ho portato alla mia famiglia quando lo hanno scoperto.”
Il deathcore moderno è in continua evoluzione. Dove pensate che si collochino oggi i Distant all’interno della scena e cosa volete ancora portare al genere?
“Il genere continua sicuramente a evolversi. Penso che abbiamo consolidato il nostro nome come una band conosciuta per i breakdown e questo è anche ciò che portiamo al genere in un modo che nessun altro fa.”
I vostri fan sono abituati a breakdown enormi e a un’aggressività senza tregua. Pensate che possano rimanere sorpresi dalla profondità emotiva di questo disco?
“Dal punto di vista sonoro non è cambiato nulla, anzi, è ancora più diretto e crudo. L’aggressività senza compromessi e i breakdown non sono scomparsi. Potrebbero essere sorpresi dal fatto che questa volta non si tratta di seguire una storia immaginaria, ma di raccontare storie molto più personali.”
Guardando alla vostra carriera, quali sono state le lezioni più importanti che hanno contribuito a plasmare ‘Into Despair’?
“Fate ciò che amate di più. Siamo tornati alle nostre radici originali, suonando musica estremamente pesante senza lasciare che fossero le mode a guidarci.”
Una volta pubblicato l’album, quale tipo di reazione emotiva sperate che gli ascoltatori portino con sé dopo averlo ascoltato dall’inizio alla fine?
“Speriamo che le persone ricordino di non essere sole nella loro sofferenza. Vogliamo che riescano a liberare tutte le loro emozioni negative attraverso questo album.”
Con ‘Into Despair’ che rappresenta un capitolo così personale per i Distant, dove vedete la band dirigersi in futuro, sia musicalmente che emotivamente?
“Penso che, anche con queste canzoni, ci siano ancora storie ed emozioni che devono essere raccontate, quindi ci sarà ancora molto altro da questo punto di vista.”