Vasco Rossi @ Parco Urbano Giorgio Bassani, Ferrara, 6 giugno 2026
Il 08/06/2026, di Francesco Faniello.
Me la ricordo ancora, quella conversazione di quasi una quindicina di anni fa. “Ma come… non hai mai visto Vasco Rossi?”. “Mai”, risposi. “Proprio tu che strimpelli Albachiara ogni volta che l’occasione lo richiede?”. “Proprio io”. Per pura curiosità, da lì a poco feci un giro sul noto sito di setlist per farmi un’idea della scaletta in cui sarei incappato in un ipotetico concerto da vedere in due. “Niente, non è destino”, pensai. Tutto troppo incentrato sul post-1998, o almeno così leggevo io quel dato in quel frangente.
Avevano un bel dire amici e conoscenti, insistendo sull’importanza dello show in sé o sulle faville che un’ipotetica accoppiata Rossi/Malmsteen avrebbe fatto sul palco: quella lista di pezzi era costellata di scelte che non solleticavano la mia curiosità, tantomeno mi riportavano alle lunghe telefonate adolescenziali con sottofondo di quell’iconico live del 1984, prima che “ascoltare Vasco” diventasse un’abitudine da tenere sotto il tappeto, per un bel po’.
Ecco, in un’epoca in cui i tour celebrativi della carriera o di questo o quell’altro disco di un artista spuntano come funghi, anche il Nostro si adegua e tira fuori per il 2026 una scaletta da incorniciare, piena zeppa di quelle chicche che un nostalgico sincero non farebbe fatica a riconoscere in mezzo al cassetto dei ricordi, e che incidentalmente fanno la felicità di ascoltatori nuovi e vecchi, o grandi e piccini se preferite. Quest’ultima osservazione valga come sottolineatura di un dato arcinoto, ossia l’ampio raggio generazionale che attraversa il pubblico del Blasco (come notavo con la collega Monica Atzei) e che anche in un’occasione come questa seconda data ferrarese emerge con forza.
Ebbene, non nascondiamoci dietro a un dito: non siamo qui solo perché Burns ha militato nella band di Alice Cooper e nei Y&T, o perché Pàstano si è fatto le ossa assieme a Marc Urselli in quella fucina dell’underground che è Grottaglie in provincia di Taranto, non lontano dal luogo di nascita degli Aborym, e neanche perché Rocchetti sfoggia una giacca su cui campeggia un “6-sic-6” citazionista sia di Dylan Dog che dei nostri amati Iron Maiden. Siamo qui anche per quelle canzoni che sono state, in un momento o nell’altro, la voce di più generazioni e che costituiscono l’ossatura di una carriera partita sì dal cantautorato e approdata su lidi modaioli, ma che ha sicuramente abbracciato il rock in una fase florida come quella dai primi anni ’80 alla metà dei ’90, per non parlare degli arrangiamenti a tratti heavy e a tratti modernisti di cui abbiamo ampiamente trattato nel precedente report.
Insomma, siamo qui per diritto di cronaca a parlare del live di un artista come Vasco Rossi che rappresenta per il rock italiano quello che i Metallica rappresentano per il metal: magari non l’espressione più vicina o che sentiamo più “nostra”, ma quella immediatamente riconoscibile, che esula dai gusti specifici per abbracciare più fazioni e soprattutto slegarsi dalle sensazioni di appartenenza a questa o quell’altra frangia. Per quello ci sono stati gli Afterhours e i Marlene Kuntz, come magari ci sono i Voivod e gli Angel Witch sull’altro versante. Poi, chiaro: tra il pubblico spiccava qualcuno con la T-shirt di ‘Can I Play With Madness’ con lo stesso effetto straniante di quel tizio che pogava sotto i Ritmo Tribale con tanto di maglietta di Pino Daniele, ma se ci pensate non è altro che la conferma del mio postulato.
Parliamo di musica, dunque: il dato che emerge anche rispetto al tour dell’anno scorso è la presenza di un numero impressionante di deep cuts, snocciolate subito dopo un’introduzione che richiama musicalmente le atmosfere marziali di ‘Black Mass’ dei Warlord (…) mentre insiste su un’iconografia a metà tra Moonraker e Capitan Futuro. Si parte da ‘Vado al massimo’ – tanto per calarci nel Nantas Salvalaggio state of mind – con un po’ di atmosfere reminiscenti dei Ramones sia in quest’arrangiamento che in quello del finale di ‘Fegato, fegato spappolato’ (in luogo di quell’attacco di ‘God Save the Queen’ che i più attenti ricorderanno), per poi andare sull’anthemica ‘Ormai è tardi’ e pescare generosamente nel periodo ’79/’89 per un bel po’. Sono statistiche generalmente afferenti all’universo hard’n’heavy, ma la presenza di tre pezzi dal secondo album e quattro dal quinto la dice lunga sulla direzione intrapresa.
Per non parlare dell’ampio spazio dato alla fase di puro rock ’87/’93 (con album che vanno da ‘C’è chi dice no’ a ‘Gli spari sopra’, passando per ‘Liberi liberi’ e con un paio di episodi estratti da ognuno) nonché ai quarantuno anni di ‘Cosa succede in città’, per me la Cenerentola dei dischi anni ’80 ma i cui tre estratti qui assumono particolare vitalità anche grazie a uno Stef Burns particolarmente ispirato sugli assoli di ‘Una nuova canzone per lei’ e ‘Domani sì, adesso no’. È sempre Burns a firmare l’incedere di ‘Lunedì’ con il suo duck walk chuckberryano e la sua Gibson in stile anni ’50, mentre mi sembra di vederlo, Vince Pàstano, sghignazzare autocompiaciuto per aver strizzato l’occhio ai cercatori di pelo nell’uovo come me, quando con un tratto di matita su una partitura ha trasformato uno dei tanti inni su un amore finito come ‘Ciao’ in un’invocazione alla ‘Lacrimosa’ mozartiana che ricorda il sublime fraseggio di apertura di ‘Altitudes’ di Jason Becker.
Siamo giunti all’Interludio, floydiano come sempre ma con una caratura “italiana” che va dalle suggestioni morriconiane alle partiture pop orchestrali degli anni d’oro della nostra tradizione, con l’avvicendamento dei protagonisti che vede prima Burns e Pàstano duettare, per poi lasciare spazio al polistrumentista Antonello D’Urso e alla corista Roberta Montanari, da me prontamente ribattezzatti Andy Sneap e Tarja Turunen per via dei loro abiti di scena, benché quest’ultima vestisse vocalmente ancora una volta i panni della Clare Torry della situazione.
Non è la prima volta che il Nostro approda a Ferrara, come raccontano le cronache che però si fermano all’inizio degli anni ’90, in tempo per una manciata di show che avranno probabilmente visto protagonisti Solieri e Riva nella loro fase da “chitarre spigolose” modello ESP. Certo, al netto delle polemiche per l’uso del Parco Urbano con centoventimila persone distribuite in due giorni il cui impatto sull’ambiente naturale è ancora tutto da stabilire, si tratta qui di un evento dalle proporzioni mastodontiche che stranamente non ha ricevuto la copertura mediatica a livello nazionale che avrebbe meritato e su cui si sarebbe scommesso a mani basse. Il lato positivo è che la presenza del verde mitiga decisamente quello che è un clima non ancora asfissiante ma decisamente tipico della primavera avanzata, un aspetto da tenere sicuramente nella giusta considerazione quando si progettano spazi pensati per i “grandi eventi”.
E a proposito degli esordi del Blasco in zona, gli esordi della sua carriera sono sicuramente rappresentati dalla deep cut per eccellenza della scaletta, quella ‘Faccio il militare’ in cui il gruppo si trasforma in una brass band con un arrangiamento che rimarca ancor più sull’intento dissacratorio dell’originale, più attuale che mai. Un aspetto artistico quasi beffardo ben rappresentato anche dall’inclusione di ‘Alibi’ (altro pezzo in cui la tematica della distanza percepita tra mondo giovanile e mondo degli adulti viene affontata, con esiti non proprio lusinghieri per i militi provenienti dall’Oltrerubicone).
Il controcanto alla vena cantautoriale sono sicuramente gli episodi più duri in scaletta, come il riff di ‘I don’t know’ di Ozzy che campeggia baldanzoso sulla scoppiettante ‘Sono ancora in coma’, come la consueta ‘C’è chi dice no’ sotto steroidi che beneficia di un assolazzo di Pàstano subito doppiato da un Burns che gioca col rumorismo di scuola Steve Vai per poi passare al bottleneck su ‘Stupendo’, e con ‘Rewind’ che è il solito tripudio di grazie al vento; è sempre l’altissima qualità delle immagini a guidare i presenti (non solo quelle immagini, che avete capito: chissà se Vasco Rossi citava i Wretched, quando ha definito le presenti libere e selvagge), con scenari futuristici che vanno dagli orizzonti di Philip Dick fino a una sorta di Fox God telefonico, se mi si concede la citazione delle Babymetal.
È ‘La noia’ a riportarci con i piedi per terra, con un ambientazione che richiama idealmente i lidi di fine estate nell’ora meridiana, dando al contempo un senso al concetto di sax vascorosseggiante che qui suggella il terzo, graditissimo estratto da ‘Vado al massimo’. Verso la fine, le emozioni prendono il sopravvento persino sui consumati musicisti al nostro cospetto: il Gallo al basso su ‘Siamo solo noi’, gli occhi lucidi del frontman su ‘Canzone’ e qualche incertezza sulla conclusione di ordinanza affidata ad ‘Albachiara’. D’altronde, siamo umani un po’ tutti, me compreso nel momento in cui mi aspettavo ‘Always look on the bright side of life’ sui titoli di coda, per poi ricordarmi che i Maiden suonano a San Siro e non al Mazza… cose così.
Che poi, dato che sognare a occhi aperti non costa nulla, mi viene in mente che per riconciliare definitivamente i metalheads e il Blasco ci vorrebbe uno di quei ponti tra pop/rock e metal che solo uno come Jack Black è in grado di escogitare: una versione tutta nostra di ‘Kickapoo’ in cui il rocker di Zocca vesta i panni che furono di Meat Loaf, con il ruolo di Ronnie James Dio da affidare a piacimento a Steve Sylvester o a Fabio Lione a seconda dei gusti… quest’ultimo è peraltro perfettamente a suo agio seduto su un trono in una delle prime foto promozionali dei Rhapsody, se la memoria non mi inganna.
Tuttavia – appunto – noi Jack Black non ce l’abbiamo: tanto per dirne una, il suo ruolo da doppiatore su ‘Kung Fu Panda’ da noi è ricoperto da Fabio Volo. Posso anche accontentarmi, eh…