W.A.S.P. – ‘Inside the Electric Circus’, quarant’anni nel circo elettrico di Blackie Lawless

Il 22/10/2026, di .

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W.A.S.P. – ‘Inside the Electric Circus’, quarant’anni nel circo elettrico di Blackie Lawless
Nell’ottobre del 1986 i W.A.S.P. arrivano al terzo album in studio dopo aver pubblicato, nell’arco di appena due anni, due lavori che entreranno di prepotenza nella storia dell’heavy metal. L’omonimo debutto del 1984 e ‘The Last Command’ del 1985 avevano imposto la formazione di Blackie Lawless come una delle realtà più personali e controverse della scena americana, attraverso una miscela di heavy metal e rock and roll nella quale l’aggressività, la provocazione e una certa sguaiatezza rappresentavano elementi imprescindibili. ‘Inside the Electric Circus’, che quest’anno celebra il proprio quarantesimo anniversario, arriva a completare quella che, osservata oggi, appare come una trilogia fondamentale, non soltanto per la qualità delle canzoni, ma soprattutto per aver definito in maniera indelebile la prima identità musicale dei W.A.S.P.
I primi tre album occupano del resto una posizione di assoluto rilievo anche nell’evoluzione dell’hard rock e dell’heavy metal a stelle e strisce degli anni Ottanta. In un periodo nel quale il cosiddetto hair metal stava conquistando una popolarità sempre maggiore, il gruppo ne rappresentava una delle espressioni più estreme e meno addomesticate, mescolando l’immediatezza melodica tipica di quella scena alla ruvidità del rock and roll e alla durezza delle sonorità più propriamente metal. Tre dischi che contribuirono a delineare i tratti distintivi di un’intera corrente musicale anche se i vertici della maturità artistica dei W.A.S.P. sarebbero arrivati successivamente, soprattutto con ‘The Headless Children’ e ‘The Crimson Idol’.
‘Inside the Electric Circus’ conserva tutta l’irriverenza che aveva caratterizzato gli esordi, pur mostrando una maggiore attenzione verso gli arrangiamenti e una scrittura che, in alcuni momenti, sembra voler superare la spontaneità dei predecessori. Non siamo ancora di fronte alla dimensione più epica, drammatica e articolata che avrebbe trovato piena espressione negli anni a venire, ma all’ultimo grande manifesto di una formazione che aveva fatto del rock and roll più sfacciato e viscerale la propria ragione d’essere. Un’attitudine che non sarebbe mai scomparsa completamente dalla musica dei W.A.S.P., ma che avrebbe assunto un peso differente, lasciando progressivamente spazio a un linguaggio compositivo più ambizioso.
Il periodo che accompagna la realizzazione del disco coincide anche con alcuni cambiamenti importanti all’interno della band. L’uscita del chitarrista Randy Piper porta Blackie Lawless ad abbandonare il basso per assumere il ruolo di chitarrista ritmico, mentre lo strumento viene affidato a Johnny Rod, proveniente dai King Kobra. Accanto a loro rimangono Chris Holmes alla chitarra solista e Steve Riley alla batteria. Una nuova configurazione che modifica gli equilibri del gruppo e vede Lawless assumere un ruolo ancora più centrale, occupandosi personalmente anche della produzione, con Michael Wagener al mixaggio. Il tutto in un momento nel quale i W.A.S.P. sono ormai una realtà internazionale, reduci da un’attività incessante tra studio e concerti, con tutte le pressioni che una crescita tanto rapida inevitabilmente comporta.
Sul piano musicale, il lavoro mantiene un legame fortissimo con quanto realizzato in precedenza, ma presenta un suono complessivamente più levigato, senza rinunciare alla forza delle chitarre e a quella particolare ferocia che trova soprattutto nella voce di Lawless la propria espressione più autentica. La sua interpretazione, ruvida e graffiante, rimane uno dei marchi di fabbrica dei W.A.S.P., così come il contributo di Chris Holmes, i cui assoli impreziosiscono brani costruiti attorno a riff diretti e ritornelli difficili da dimenticare.
Dopo la breve introduzione di ‘The Big Welcome’, la title track spalanca le porte del circo elettrico con tutta l’esuberanza che ci si aspetta dalla band americana. Il riff portante, l’andamento incalzante e un ritornello destinato a imprimersi immediatamente ne fanno uno dei pezzi simbolo di questa fase della carriera. ‘9.5.-N.A.S.T.Y.’ recupera invece la sfacciataggine dei primi W.A.S.P., sostenuta da un impatto che richiama direttamente lo spirito del debutto. Due autentici classici che, pur attraverso caratteristiche differenti, racchiudono perfettamente l’identità di un gruppo ancora profondamente legato alle proprie origini.
Un altro volto dell’album emerge attraverso brani nei quali la melodia acquista un ruolo più importante. ‘Restless Gypsy’ è probabilmente uno degli esempi migliori, con il suo andamento trascinante e una linea vocale nella quale la personalità di Lawless trova spazio anche al di fuori delle interpretazioni più aggressive. Una canzone che conserva tutto dei W.A.S.P., ma lascia intravedere quella sensibilità destinata a diventare sempre più importante nel percorso del musicista americano. Sulla stessa linea, pur con caratteristiche differenti, si colloca ‘Sweet Cheetah’, nella quale il lavoro delle chitarre e la cura degli arrangiamenti delineano il volto meno istintivo della band.
Sul versante più propriamente heavy metal troviamo invece ‘Shoot from the Hip’ e ‘I’m Alive’, mentre ‘Mantronic’ e ‘King of Sodom and Gomorrah’ riportano in auge il gusto per la provocazione che aveva accompagnato il gruppo sin dalla sua nascita. La varietà del materiale non compromette mai la coerenza dell’insieme: le soluzioni più dure convivono con passaggi maggiormente melodici, all’interno di un repertorio nel quale la personalità di Lawless e compagni emerge senza bisogno di particolari artifici.
Meritano un discorso a parte le due cover presenti nella scaletta. ‘I Don’t Need No Doctor’, brano originariamente interpretato da Ray Charles e reso celebre in ambito rock dagli Humble Pie, viene riproposto attraverso una versione particolarmente energica, perfettamente assimilabile al repertorio dei W.A.S.P. ‘Easy Living’ degli Uriah Heep rappresenta invece un omaggio ancora più esplicito alle radici hard rock britanniche, mostrando quanto quelle sonorità abbiano contribuito alla formazione musicale dei quattro musicisti. Due riletture che non appaiono estranee al resto del lavoro, ma ne rafforzano il legame con una tradizione nella quale l’impatto delle chitarre e l’essenza del rock and roll occupano un posto fondamentale. La conclusiva ‘The Rock Rolls On’, con il suo carattere quasi celebrativo, sembra infine voler ribadire proprio questa appartenenza.
Il rapporto di Blackie Lawless con ‘Inside the Electric Circus’ non è stato, negli anni, particolarmente felice. Il cantante ha infatti ricordato più volte le difficoltà attraversate durante quel periodo, segnato dalla stanchezza accumulata dopo un’attività incessante e dalle pressioni legate alla necessità di pubblicare nuovo materiale. Una valutazione severa nei confronti di un lavoro che, al contrario, conserva numerosi estimatori e contiene alcune delle canzoni più apprezzate di questa prima stagione. Una contraddizione che racconta anche le difficoltà di una band sospesa tra la volontà di proseguire lungo una strada già ampiamente collaudata e il desiderio, forse non ancora pienamente consapevole, di esplorare territori differenti.
Dopo il live ‘Live… in the Raw’ del 1987, ‘The Headless Children’ avrebbe segnato nel 1989 una svolta decisiva, attraverso strutture più elaborate, atmosfere drammatiche e tematiche lontane dagli eccessi degli esordi. La matrice hard rock sarebbe rimasta ben presente, ma inserita in un contesto più solenne, nel quale anche la voce di Lawless avrebbe trovato nuove possibilità espressive. Con ‘The Crimson Idol’, tre anni più tardi, questa evoluzione avrebbe raggiunto un’ulteriore stato attraverso un’opera concettuale che ancora oggi rappresenta uno dei momenti più alti della carriera del musicista americano.
A quarant’anni dalla sua pubblicazione, ‘Inside the Electric Circus’ rimane soprattutto la straordinaria fotografia di un’epoca, di un preciso momento storico nel quale l’heavy metal americano stava vivendo una delle sue stagioni più importanti e irripetibili. Un periodo del quale questo album restituisce ancora oggi l’attitudine, le contraddizioni e soprattutto una concezione della musica destinata a lasciare un’influenza profonda anche nei decenni successivi attraverso la sua rabbia ed il suo essere anticonformista. Un merito che appartiene naturalmente anche all’omonimo debutto e a ‘The Last Command’, ma che trova nel terzo lavoro il proprio capitolo conclusivo. Tre dischi che continuano a raccontare, meglio di molte ricostruzioni, cosa rappresentasse quella musica nella seconda metà degli anni Ottanta. E ‘Inside the Electric Circus’, a quattro decenni di distanza, conserva intatta la forza di quella testimonianza.
Hammer Fact:
– Dodici ore per diventare una tigre. Per la copertina di ‘Inside the Electric Circus’, Blackie Lawless si sottopose a una sessione di body painting durata circa dodici ore. Il lavoro fu realizzato da Joanne Gair, mentre Dick Zimmerman si occupò della fotografia, immortalando il frontman dei W.A.S.P. nelle sembianze di una tigre umana rinchiusa in una gabbia.
– Una cover destinata al lato B. ‘I Don’t Need No Doctor’ non era inizialmente destinata alla scaletta dell’album. Blackie Lawless ha raccontato che la band l’aveva registrata come possibile lato B di un singolo, ma l’entusiasmo dei dirigenti della Capitol Records contribuì alla decisione di inserirla nel disco.
– In tournée con gli Iron Maiden. Tra il 1986 e il 1987 i W.A.S.P. accompagnarono gli Iron Maiden in alcune tappe europee del ‘Somewhere on Tour’, organizzato a sostegno di ‘Somewhere in Time’. La tournée toccò anche l’Italia nel dicembre 1986, con concerti che videro le due formazioni condividere il palco.
-Due brani recuperati dopo undici anni. Nel 1997 ‘Inside the Electric Circus’ venne ripubblicato in versione rimasterizzata con due tracce bonus, ‘Flesh and Fire’ e ‘D.B. Blues’, assenti dall’edizione originale del 1986. Entrambe erano già apparse come lati B dei singoli, ma trovarono così spazio anche nella versione ampliata del terzo album dei W.A.S.P.

Line-Up:
Blackie Lawless: lead vocals, rhythm guitar
Chris Holmes: lead guitar
Johnny Rod: bass guitar, backing vocals
Steve Riley: drums, backing vocals

Tracklist:
01. The Big Welcome
02. Inside the Electric Circus
03. I Don’t Need No Doctor
04. 9.5. – N.A.S.T.Y.
05. Restless Gypsy
06. Shoot from the Hip
07. I’m Alive
08. Easy Livin’
09. Sweet Cheetah
10. Mantronic
11. King of Sodom and Gomorrah
12. The Rock Rolls On
Bonus
13. Flesh and Fire
14. Douche Bag Blues

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