‘Behind The Mask’, il cinematografico addio dei Megadeth
Il 19/01/2026, di Dario Cattaneo.
In: Speciali Monografici.
Guardando ‘Megadeth: Behind The Mask’ a posteriori, la sensazione più netta è quella di aver assistito non tanto a un semplice accompagnamento visivo a un nuovo album, quanto a una sorta di ultimo racconto in prima persona. Un racconto che non esitiamo a definire imperfetto, disomogeneo e a tratti persino confuso, ma proprio per questo del tutto coerente con la storia e l’intima natura della band che lo firma.
Il progetto, presentato come evento cinematografico per questo fine settimana e visto da noi in anteprima mercoledì 14 gennaio, si muove infatti su più livelli contemporaneamente: è la presentazione di un album annunciato come conclusivo, è anche un commentario track-by-track e, allo stesso tempo, è un viaggio retrospettivo lungo quarant’anni di carriera. Una stratificazione ambiziosa, che sulla carta esponeva il fianco a più di un rischio, primo fra tutti quello di creare una narrazione sovraccarica, priva di una direzione chiara.
In effetti la narrazione non segue mai una linea rigidamente strutturata. Il racconto procede per associazioni, ritorni improvvisi, e altrettanto inaspettati salti temporali. Ma è proprio in questa apparente mancanza di ordine che emerge la natura intima del lavoro: ‘Behind The Mask’ si nutre essenzialmente dell’istintività di Dave Mustaine, sulla sua memoria emotiva prima ancora che cronologica. Non è un documentario “definitivo”, né un’analisi lucida e distaccata, ma crediamo che nemmeno volesse esserlo. Piuttosto possiamo considerarlo come una lunga confessione a voce alta, scandita dalla musica del nuovo album, a fargli da mastice e da cemento.
Il meccanismo è sempre lo stesso per ogni brano: si parte dall’ascolto, accompagnato da un video o un lyric video, si accenna a qualche dettaglio compositivo o stilistico e poi il discorso si allarga, tornando indietro nel tempo. ‘Tipping Point’ apre il lavoro con un piglio diretto e aggressivo, rievocando per riff e attitudine il periodo ‘So Far, So Good… So What!’, mentre Mustaine rievoca rabbia, separazioni e rivalsa. ‘I Don’t Care’, con la sua sregolatezza punk e un immaginario visivo sporco e volutamente grezzo, diventa invece lo spunto per riflettere sul rapporto tra la band e i fan, scoprendo particolari simpatici come il fatto che i Megadeth a quanto pare fossero uno dei primi (se non il primo) gruppo rock ad avere un sito web.
Man mano che l’album scorre, anche il racconto si approfondisce, o per meglio dire, si dirama. Attraverso le parole di Dave riviviamo i momenti più bui segnati da alcool e droghe, la tragedia della morte di Cliff Burton e la genesi di ‘In My Darkest Hour’, la perdita di direzione dello sfortunato periodo ‘Risk’, fino a una ritrovata stabilità mentale e musicale con Broderick e i fratelli Drover. Non tutti gli aneddoti risultano inediti, soprattutto per chi conosce bene la storia della band, ma il modo in cui vengono inseriti nel flusso del racconto contribuisce a rafforzare il legame tra passato e presente.
Avvicinandosi alla conclusione, con la bella ‘The Last Note’, forse il nostro brano preferito, emerge anche una rilettura più lucida di alcuni momenti meno riusciti della discografia recente, come il vituperato ‘Super Collider’, contestualizzato come figlio di un periodo particolarmente difficile per Mustaine e pertanto album molto triste. Il cerchio si chiude con parole di grande stima nei confronti del nuovo chitarrista Teemu Mäntysaari, indicato come il miglior compagno alle sei corde mai avuto, forse in realtà una delle cose che più ci ha fatto storcere il naso, visto che questa sviolinata l’abbiamo sentita anche per tutti gli altri chitarristi post Friedman che hanno militato nella band.
Tornando alla nostra analisi del lavoro, dal punto di vista concettuale il risultato resta discontinuo e frammentato, però sorprendentemente il film mantiene un ritmo efficace. Anche la scelta, discussa, di chiudere album e documentario con la cover di ‘Ride The Lightning’ ha sicuramente una collocazione simbolica: non un gesto provocatorio, ma piuttosto atto di chiusura, accompagnato dalla dichiarazione di Mustaine di non avere più nulla in sospeso con il passato e con i Metallica.
Alla fine della proiezione si ha la sensazione di aver trascorso poco più del tempo necessario all’ascolto dell’album, mentre in realtà l’esperienza dura oltre un’ora e mezza. Il tempo che Dave si prende tra un brano e l’altro ha il tono informale di una chiacchierata, a tratti ripetitiva, a tratti illuminante, ma sempre sincera. Anche quando racconta cose già note, il contesto emotivo in cui vengono inserite aiuta a entrare più a fondo nel mood dell’album stesso.
La storia dei Megadeth, in fondo, è sempre stata questa: nata dal rancore, cresciuta grazie a un’energia quasi autodistruttiva, segnata da continui scossoni e infine raccontata senza filtri né pretese di oggettività. ‘Behind The Mask’ ne è una sintesi imperfetta ma onesta. Sconnessa, inevitabilmente di parte, ma profondamente umana. Proprio come la band che racconta.