Helloween – ‘The Time of the Oath’: 30 anni dalla profezia

Il 11/03/2026, di .

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Helloween – ‘The Time of the Oath’: 30 anni dalla profezia

Scrivere di un album “storico” comporta riavvolgere il nastro del tempo, non facile perché si vanno a riascoltare dei tempi che non ci appartengono più, o meglio albergano in noi ma in maniera diversa. Si ripetono le stesse sensazioni, si ripercorrono strade, si rivedono volti, si ricordano situazioni perse nei meandri. 30 anni, tanti ne sono passati dalla pubblicazione di ‘The Time of The Oath’, l’album che portò nuovamente i tedeschi Helloween sul podio del power metal, forse anche per quella dedica accorata al batterista Ingo Schwichtenberg scomparso l’8 marzo del 1995, e così i fan furono nuovamente preda delle “Zucche”. Dopo il tour di ‘Master of the Rings’ i nostri prodi si rimisero a lavoro con i nuovi innesti Uli Kusch alla batteria e Andi Deris alla voce che avevano già dato ben mostra di sè nei live, formazione stabile e rientro al fulmicotone: un anno per scrivere e registrare il nuovo lavoro con il produttore Tommy Hansen.
Con una pubblicazione in diverse date, 29 febbraio in Giappone, 5 marzo Stati Uniti d’America, 11 marzo Inghilterra ed Europa, ‘The Time of The Oath’ presenta dodici brani. Una sferzata di energia, un concept album basato sulle profezie di Nostradamus, quelle che si riferiscono agli anni che vanno dal 1994 al 2000, un lavoro che sembra voglia far riflettere sulle scelte del mondo, sulle calamità a cui la società non può mettere un freno, power metal puro: un ritorno (dopo ‘Master of the Rings’ del 1994) in gran spolvero e con una cover iconica disegnata dal fido Frederick Moulaert.
Passerò in rassegna tutti i brani anche se non in maniera approfondita… si comincia con ‘We Burn’ e ‘Steel Tormentor’: il power/heavy è servito ed è incandescente e totale in questi due pezzi graffianti; ‘Steel tormentor’ solida e dal ritmo portante; ‘Wake up the Mountain’ dal giro di basso inconfondibile e dell’accoppiata Kusch/Deris; arriva ‘Power’ melodica, con un ritornello tutto da cantare e chitarre all’ennesima potenza; ‘Forever and One (Neverland)’ è emozionante ed intensa (metallare romantiche, lo so che siete dalla mia parte), il primo sestetto si chiude con ‘Before the war’, pezzone con un grande assolo. Ci si immerge nella seconda parte dell’album e troviamo ‘A million to one’ costruita sulla voce di Andi e su riff ben congegnati; si prosegue con ‘Anything my mama don’t like’ di altro tono sicuramente; la veloce e impegnata ‘Kings we be Kings’ con una batteria strutturata, tellurica e anche qui l’assolo si staglia su tutto; il trittico finale ‘Mission Motherland’ dai ritmi progressive e cupi; ‘If I knew’ ballad dal chorus in primo piano. Per ultima troviamo la titletrack, intensa, riflette sull’atto V del Faust: Parte Seconda goethiano: qui Deris interpreta Mefistofele, mentre il Coro dell’Orchestra Johann Sebastian Bach di Amburgo canta il Dies Irae dal Requiem, un brano quest’ultimo che sembra chiudere il cerchio.
Sicuramente ‘The Time of The Oath’ è un album dalle sonorità power che rispecchia un periodo di ripresa della band, gli anni precedenti non erano stati anni facili visti i cambi di line up, la tragica scomparsa di Ingo, i passi falsi… Ma, per chi non ha mai ascoltato questo lavoro o per chi deve riascoltarlo, sarà una piacevole scoperta, cambiano tante cose in 30 anni! La profezia, per il 2026, parla di una “rinascita guidata da un uomo di luce”… che ne dite di attendere buone nuove con questo sottofondo? (Monica Atzei)

L’avevo già detto in occasione dell’articolo sul ventennale di ‘The Dark Ride’ e non ho paura di ripetermi: sono poche le band che possono dire come gli Helloween di aver schierato non una, ma due formazioni classiche nel corso della loro carriera. L’epopea dei Keepers è arcinota, anche se il periodo della formazione a quattro non andrebbe mai sottovalutato per la sua importanza nella genesi del power europeo, influenzato com’era dal thrash e sotto la comune egida della Noise. Proprio a questo proposito, arrivati a questo punto i cugini/rivali Gamma Ray avevano già inanellato 4 classici della loro discografia tra cui ‘Land of the Free’, uscito l’anno prima, che vedeva il ritorno di Kai Hansen dietro al microfono dopo la defezione di Scheepers, con Michael Kiske ospite e anch’esso con un pezzo dedicato allo scomparso Ingo. Lo scontro si fa duro, con “gli altri” amburghesi che adesso schieravano proprio la voce di ‘Walls of Jericho’. Eppure, gli Helloween del 1996 sono in decisa ascesa: lo dice, oltre alla fattura compositiva di un album che si inserisce appieno nell’epopea power anni ’90 del Vecchio Continente, la presenza di una serie di indicatori inconfutabili, a partire dalla commistione tra gli anelli del predecessore e il saio del personaggio dei Keepers, passando per i bozzetti delle zucche impegnate nelle attività più improbabili per ogni pezzo della tracklist (pensate ad ‘Anything My Mama Don’t Like’…) fino all’introduzione leggera e umoristica di ‘We Burn’ che rimanda direttamente a quella di ‘Starlight’ sul primissimo EP. E poi, i pezzi: il fierissimo attacco di lead guitar di ‘Wake Up the Mountain’ che cita ‘Bad Boys Running Wild’ degli Scorpions e la semplicità quadrata di ‘Power’ con un ritornello che si pianta direttamente in testa, fino alla ballad ‘Forever and One (Neverland)’, che dismette i panni intimisti e un po’ in sordina di ‘In the Middle of a Heartbeat’ – presente nel disco precedente – e si candida a degna erede della gloriosa ‘A Tale That Wasn’t Right’. A questo proposito, qualcuno si ricorderà del polverone sollevato in occasione di Sanremo 2011, l’edizione a cui partecipò Albano Carrisi con un pezzo – la sua ‘Amanda è libera’ – la cui somiglianza con la succitata ballad delle Zucche appare evidente. Comunanza di intenti nel riprendere i valzeroni austriaci o operazione furbizia portata avanti nei laboratori di Cellino San Marco ai danni di un genere poco noto alla sua fanbase (ma non ai metalheads, noti sbirciatori di Sanremo)? Chiaramente non lo sapremo mai: ai posteri l’ardua sentenza.
In ultimo, va rilevato come la band capitalizzò il ritrovato entusiasmo del pubblico con la pubblicazione del doppio ‘High Live’ (registrato in Spagna e in Italia, a sottolineare la consueta calorosa accoglienza dei paesi mediterranei): la scaletta magari lasciò con l’amaro in bocca i die-hard fans dell’epoca Kiske, saccheggiando gli allora ultimi due dischi con la sola aggiunta di ‘Eagle Fly Free’, ‘Future World’ e ‘Dr. Stein’ (tra l’altro non esattamente in versioni indimenticabili), ma la Storia avrebbe dato ragione a Deris e soci, come sarà evidente a partire dalla successiva megareunion con Hansen e Kiske.
Cuius regio eius religio, dicevano i tedeschi già ai tempi della pace di Augusta, ed è proprio così: i pezzi di Kiske a Kiske, quelli di Deris a Deris, le doppie voci a ciascuno di loro, ché sono professionisti e sanno come muoversi, senza l’ansia di sostituire l’insostituibile. Gli Helloween lo avrebbero capito, tanti altri… semplicemente no. (Francesco Faniello)

Line up

Andi Deris: voce
Michael Weikath: chitarra
Roland Grapow: chitarra
Markus Grosskopf: basso
Uli Kusch: batteria
Jon Ellerbrock, Tommy Hansen: tastiere

Tracklist

01. We Burn
02. Steel Tormentor
03. Wake Up the Mountain
04. Power
05. Forever and One (Neverland)
06. Before the War
07. A Million to One
08. Anything My Mama Don’t Like
09. Kings Will Be Kings
10. Mission Motherland
11. If I Knew
12. The Time of the Oath

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